MUSICA LIRICA \ “TOSCA”: STORIA, ANEDDOTI & CURIOSITÀ/Bisbigli, proteste e successo

di Mario Fedrigo

Quella sera non si trovava un posto libero al Teatro Costanzi. Era presente la Regina Margherita accompagnata da ministri e senatori; alcuni interpreti avevano ricevuto lettere minatorie. Un quarto d'ora prima dell'inizio, un funzionario di pubblica sicurezza comunica al direttore, il M° Leopoldo Mugnone, di una soffiata giunta alla polizia, secondo cui avrebbero potuto gettare una bomba in sala. Mugnone, che descrivono come un timido, va in orchestra terrorizzato. Inizia lo spettacolo tra bisbigli e rumori che aumentano quando entra in scena Angelotti, fino a culminare in grida di "Basta, Giù il sipario". Mugnone interrompe e scappa a nascondersi dietro le quinte. Ristabilita la calma l'opera ricomincia e scorre indisturbata fino alla fine. Si seppe poi che la protesta fu causata da spettatori ritardatari che entrarono a forza disturbando quelli già seduti in sala.

Atmosfera particolarmente tesa, quindi, la sera del 14 gennaio 1900. I personaggi sono: Floria Tosca, soprano, Mario Cavaradossi, tenore, Scarpia, baritono, Angelotti, basso, Spoletta, capo delle guardie, baritono, il Sagrestano, baritono. L'azione si svolge a Roma nel giugno 1800, durante il pontificato di Papa Pio VII, Gregorio Chiaramonti di Cesena.

Ascoltiamo. Fin dall'inizio sentiamo che è scomparso quel carattere intimo da miniatura di Mimì per affrontare temi più energici e taglienti. Le linee melodiche guadagnano in ampiezza. L'orchestra è più dura, più potente, anche se non mancano passi di grande lirismo quasi cameristico, come l'introduzione dell'ultima aria di Cavaradossi. Tutti i personaggi sono caratterizzati da un preciso strumentale. Cavaradossi è collegato a strumenti caldi a sonorità piena (clarinetto, corno, violoncelli); Tosca viene accompagnata dagli archi acuti e dai legni (flauto e oboe) con sonorità brillanti, gli stessi strumenti che accompagnano Scarpia, ma usati nel registro grave (molti contrabbassi), e nei momenti drammatici viene sostenuto dagli ottoni e dalle percussioni.
Atto I. L'opera inizia con tre accordi pieni, potenti, drammatici: Si bemolle, La bemolle, Mi naturale, seguiti da un breve tema da eseguire "vivacissimo con violenza" che accompagna l'arrivo di Angelotti, il prigioniero fuggiasco. Stabilito musicalmente il carattere del dramma, Puccini alleggerisce subito la tensione con una musica agile, saltellante per caratterizzare il Sagrestano leggermente claudicante, pieno di tic che Puccini indica in partitura. E' l'unico personaggio bffo che si scandalizza quando vede il ritratto di "quell'ignota beltà che a pregar qui veniva".

Cavaradossi, compiaciuto per il suo lavoro, ricorda la sua amata Floria e canta la celeberrima romanza "Recondita armonia", rimbrottato dal Sagrestano "Scherza coi fanti e lascia stare i Santi". E' un'aria soave e molto fluente. Segue il breve duetto con Angelotti che riceve istruzioni per la fuga, interrotto dall'arrivo di Tosca che sente parlare e trova chiuso il portale della chiesa. Di qui cominciano i sospetti.
Tosca vede il ritratto della Maddalena con il viso dell'Attavanti e scoppia in una scenata di gelosia che Cavaradossi riesce a frenare sia perché con l'Attavanti non c'era proprio stato nulla sia perché è un abilissimo affabulatore e perfetto conoscitore dell'"arte di farsi amare", come riconosce Tosca stessa. Cavaradossi, in verità, dichiara in modo molto appassionato il suo amore per Floria con quella bellissima frase "Qual occhio al mondo può star di paro all'ardente occhio tuo nero". Sono parole affascinanti, musicate abilmente con una iniziale scala ascendente che poi si piega in vari movimenti sinuosi.
Procediamo velocemente e incontriamo un personaggio che focalizza la nostra attenzione: è il motore del dramma. Arriva in Chiesa come un uragano, sulle tracce di Angelotti, il barone Scarpia - capo della Polizia - il quale dopo un rapido sopralluogo e un breve interrogatorio del Sagrestano, si convince della complicità di Mario.

Poco dopo Tosca ritorna in Chiesa e non trova il pittore, ma trova Scarpia che, con abile perfidia, riesce ad infiammare la gelosia della donna mostrandole un ventaglio con lo stemma dell'Attavanti e dice di averlo trovato accanto ai colori di Cavaradossi "là su quel palco". Le parole di Scarpia vanno a segno e Floria, accecata dalla gelosia, parte alla ricerca di Cavaradossi e della presunta amante. Quando se ne va, Scarpia la fa seguire dal fido Spoletta dandogli appuntamento a Palazzo Farnese ("Tre sbirri e una carrozza"). Scarpia infine assiste al "Te Deum" di ringraziamento per la ipotetica vittoria austriaca a Marengo.

Atto II. Scarpia sta cenando nella sua stanza di Palazzo Farnese, quando i poliziotti gli portano Cavaradossi. Angelotti non è stato trovato e Scarpia allora fa torturare Mario per indurlo a svelare il nascondiglio di Angelotti. Tosca, che quella sera cantava a Palazzo Farnese per festeggiare la presunta vittoria a Marengo, viene invitata da Scarpia a salire nel suo appartamento-studio. Scarpia, in attesa della donna, canta un'aria dove confessa il suo credo erotico ("Ella verrà... per amor del suo Mario!"). Troviamo delle frasi particolarmente adatte al carattere sadico del personaggio: "Ha più forte sapore la conquista violenta" e ancora: "Bramo. La cosa bramata perseguo, me ne sazio e via la getto" dove si percepisce la crudele violenza e la malvagità del Barone.

Tosca raggiunge l'appartamento di Scarpia, sente i gemiti di Cavaradossi e, inorridita, rivela il rifugio di Angelotti. Mario, quando apprende il tradimento di Tosca, la respinge maledicendola. Contemporaneamente giunge la notizia dell'inaspettata vittoria di Napoleone a Marengo e Cavaradossi grida in faccia a Scarpia la sua esultanza. Cavaradossi viene immediatamente condannato a morte per alto tradimento. Dopo questi eventi concitati, Scarpia cerca di ritrovare la calma per convincere Tosca che la vita di Mario dipende esclusivamente da lei.

Tosca allo stremo delle forze implora pietà per l'amante cercando, inutilmente, di toccare il cuore di Scarpia raccontando le sue buone azioni ("Vissi d'arte"). Questo è l'unico pezzo a solo di Tosca poco amato da Puccini, perché pensava che rallentasse l'azione. E' un brano ampio con armonie chiesastiche e reminiscenze di vario tipo; l'effetto vocale è di grande rilievo e questa effusione lirica, anche se rallenta la dinamica dell'azione, si rivela funzionale a stemperare la tensione delle violente scene precedenti e di quelle successive. Non avendo ottenuto nulla con i piagnistei, Tosca promette allora di darsi a Scarpia in cambio della vita dell'amante e, all'ultima richiesta di Scarpia "Ebbene?...", annuisce senza parole, abbassando il capo esattamente quando l'orchestra suona due note: la/do. E sicuramente non è un caso! Il capo della polizia finge di dare ordini perché la fucilazione di Mario sia solo simulata, con i fucili caricati a salve, quindi, mantenuta la promessa, fa per abbracciare Tosca, ma questa, sconvolta dall'odio, lo uccide con un coltello trovato sul tavolo.

Atto III. L'alba dai bastioni di Castel Sant'Angelo. Inizia con un preludio orchestrale che evoca la grande pace dell'alba su Roma, anche se non manca il richiamo alla tragedia imminente con il tema, esposto dai corni a sipario chiuso, dell'inno trionfale che i due amanti canteranno, all'unisono, credendo di essere salvi. Segue la canzone, di carattere popolaresco del pastorello ("Io de' sospiri"). Con questo brano leggero, fragrante, pieno di grandi capacità emozionali si apre il sipario. Via via che avanza il giorno si sentono i rintocchi delle campane di tutte le chiese di Roma. Puccini utilizza campane di sonorità diversa così che i rintocchi abbiano un effetto stereofonico. Si viene a creare un'atmosfera incredibilmente distesa di pace, di tranquillità.  
Mario scrive una lettera di addio, ricordando il suo amore per Tosca. "E lucevan le stelle" è sicuramente il brano più toccante dell'intera opera. E' una melodia struggente fatta di lacrime e sospiri dove si trovano riuniti sentimenti di amore e di morte. La romanza si compone di due strofe: nella prima Cavaradossi canta come assorto, sostenuto da una melodia orchestrale affidata a quattro violoncelli, prima dell'intervento del clarinetto che enuncia il tema. Nella seconda parte riprende la melodia raddoppiata dagli archi su tre ottave, per ottenere un impasto sonoro potente e penetrante. Entra Tosca e lo avvisa che la fucilazione sarà finta e che Scarpia non perseguiterà più nessuno in quanto lei lo aveva ucciso con le sue mani ("O dolci mani"). In realtà, dopo la fucilazione, Tosca si trova davanti il cadavere di Mario: lo abbraccia disperata e mentre gli sgherri, scoperto il corpo di Scarpia, stanno per arrestarla, si getta dagli spalti del Castello. E qui finisce l'opera.

Dopo una prima dall'esito incerto, l'opera ebbe molto successo. Puccini, già conosciuto, divenne famoso, corteggiato, vezzeggiato e richiestissimo. Aveva quarantun'anni. Così rispose all'impresario che lo prenotava per i ricevimenti del bel mondo romano: "Io dopo le sacramentali tre recite (se non mi fischiano alla prima) mi rendo latitante nei boschi ... Là, alle beccacce, sfogherò l'ira venatoria e mi rifarò dei patemi provati in trenta o trentacinque giorni di prove. [...] Ma siete matti?! Essere a caccia dove veramente ce n'è, e dopo un successo! E' il momento vero dell'animo tranquillo! Ne voglio profittare e mi ci tufferò. Altro che banchetti, ricevimenti, visite ufficiali!"

«Tosca» ebbe un grandissimo successo e fu rappresentata ovunque. Puccini stesso lo comunica all'amico Giovacchino Mazzini con una lettera del febbraio 1900: «... A Roma hanno incassato complessivamente lire 160.000...[...] Ho Milano subito, e poi un brevissimo respiro, indi un'infinità di città e cittaduzze vogliono questo clistere della Tosca, compreso Firenze in Maggio. E Londra subito dopo...».
Fu rappresentata molte volte anche a Bologna e tra questi allestimenti vorrei ricordare, in chiusura, quello che si tenne durante la Grande Guerra. In quell'occasione ci furono nove trionfali repliche dirette dal M° Mugnone con Tita Poli Randaccio e Aureliano Pertile. Il sindaco di allora era Francesco Zanardi che evidentemente avrebbe voluto trasformare quell'evento in qualcosa di eccezionale. Le richieste avanzate dal Sindaco si deducono da questa lettera di Puccini.


"Torre del Lago 23 novembre 1916
Ill.mo Signor Sindaco,
La ringrazio vivamente della cortese lettera inviatami e sono onorato delle parole con le quali ella ha voluto interpretare i sentimenti gentili di codesta nobile cittadinanza verso di me.
Mi si chiede di dirigere la Tosca a scopo di beneficenza per gli orfani dei nostri valorosi soldati morti in guerra. Ella comprende quanto mi riesca doloroso dovere opporre un rifiuto ad un tale invito: io non ho mai diretto nessuna opera e mi verrebbe impossibile farlo; perciò la mia venuta non porterebbe nessun contributo alla riuscita dello spettacolo che d'altra parte è affidato alla direzione del mio amico Mugnone.
Ma volendo anch'io contribuire sia pure in piccola parte a questa opera benefica mi permetto di inviare il mio modesto obolo.
Con la maggior stima, Ossequiando
G. Puccini".