SPECIALE EVENTI/AD UN ANNO DAL TERREMOTO/ndagine sull’Aquila che muore

di Anna Di Lellio*

Nell'aprile del 2009 Alberto Puliafito, giovane giornalista e regista torinese, torna dalla Palestina in Italia e si ferma a L'Aquila, dove un terremoto ha da poco colpito la città e  i paesi della provincia. Il bilancio del sisma è drammatico: 308 morti, migliaia i feriti, e circa 70,000 gli sfollati, ovvero l'intera città più le aree limitrofe. Puliafito vuole filmare la vita del dopo terremoto, ma passato il primo benvenuto datogli dalla Protezione Civile, comincia ad incontrare ostruzionismo e divieti, nel nome dell'emergenza. È allora che si insospettisce, perché sono gli stessi divieti, con le stesse giustificazioni, incontrati in Medio Oriente. Lì c'è la guerra, pensa, ma a L'Aquila?
Il lavoro di ricerca che è seguito ha prodotto il documentario "Comando e Controllo," dove Puliafito,  insieme a Fulvio Nebbia, compie un interessante viaggio nella Protezione Civile Italiana, l'agenzia governativa che ha gestito lo stato di emergenza a L'Aquila.

Invitato dal Circolo del Partito Democratico di New York, Puliafito sarà in città questa settimana e martedi 6 aprile, nel primo anniversario del terremoto, presenterà alle 6:30 pm la prima mondiale di Comando e Controllo alla New School University (66 west 12 St).

Comando e Controllo è una puntigliosa ricostruzione di come la Protezione Civile si è trasformata da agenzia governativa addetta a gestire disastri, ma sempre sussidiaria degli enti locali, ad istituzione centralizzata che completamente esautora gli enti locali.  La tesi di Puliafito è provocatoria: questa trasformazione della Protezione Civile, che avrebbe trovato a L'Aquila la sua prima applicazione sul terreno, altro non è che il tentativo di fare di un'agenzia pubblica una società per azioni sempre finanziata dai contribuenti, ma senza controlli pubblici. Intervistando esperti e protagonisti della vicenda aquilana, Puliafito intende dimostrare come questo nuovo modello produca distorsioni nello sviluppo ambientale e sociale di aree disastrate, nonché della democrazia.

La tesi è provocatoria, perché contraddice il quadro della situazione Aquilana offerto dai media fin dal primo momento, dove la Protezione Civile è presentata come una organizzazione efficiente, che ha risolto in modo magistrale l'emergenza. Puliafito fa parlare rappresentanti della Protezione Civile dell'Umbria e delle Marche, fra gli altri, che raccontano invece una storia diversa, fatta di assenza totale di prevenzione e preparazione, fatta di improvvisazione e dilettantismo.

Puliafito fa sopattutto parlare gli Aquilani, che dopo la prima sistemazione in tende e in hotel lontani da L'Aquila,  si sono sentiti incapaci di poter esprimere i loro desideri su come ricostruire la città. Ascolta anche chi si dichiara soddisfatto del trattamento ricevuto, ed è contento nella sistemazione provvisoria ottenuta. Ma la sua attenzione è concentrata su chi vuole tornare a casa e non può. Fin dal 6 Aprile dell'anno scorso, l'Aquila è interdetta al pubblico. Circondata dalla polizia e dall'esercito, è chiusa perfino ai pedoni. Non esiste piano di ricostruzione, non si rimuovono le macerie.

La denuncia del film è che la Protezione Civile ha costruito qualche migliaia di abitazioni disperse in 19 località rurali differenti, lontane dal centro, prive di servizi e infrastrutture. Costate moltissimo, 2,800 euro al metroquadro, sono case antisismiche ma aliene al tessuto sociale aquilano. La gente ringrazia di avere un tetto, ma non si sente felice lì sotto. Rimpiange i vicini, la passeggiata lungo il corso, insomma la prossimità con gli altri tipica della vita Aquilana normale. Nelle "new town," in mezzo alla campagna, o in una squallida periferia, nulla di ciò è possibile.

Il film non si dilunga sull'inchiesta che qualche mese fa ha svelato la collusione tra alcuni costruttori e i dirigenti della Protezione Civile sull'ottenimento degli appalti. Registrazioni telefoniche riportano conversazioni fatte nel cuore della notte, pochi momenti dopo la notizia del terremoto, nelle quali gli indagati ridono contenti all'idea degli affari che la disgrazia di L'Aquila farà fare a tutti loro. È proprio questo scandalo che spinge il governo a ritirare la proposta di fare della Protezione Civile una società per azioni. Secondo Puliafito, senza lo scandalo, il piano sarebbe stato di cominciare con la Protezione Civile e continuare a privatizzare anche altre agenzie e istituzioni, la difesa civile per esempio.

Il film si dilunga invece sul movimento cittadino che, alla scadenza del mandato della Protezione Civile a febbraio, si è mobilitato indipendentemente da ogni partito politico per "riprendersi la città" come dice il loro slogan. Ogni domenica dal 28 febbraio migliaia di aquilani passano le barriere della polizia e armati solo di pale, carriole e secchi cominciano a spalare le macerie ammassate jn piazza del municipio, chiamata Piazza Palazzo. Sono 4 milioni di tonnellate  in tutto le macerie che ancora ricoprono le piazze medievali di L'Aquila, ma il "popolo delle carriole," come lo ha chiamati i media, non si spaventa. La domenica questi aquilani la passano a separare il vetro dal ferro, I mattoni e i coppi, una dimostrazione simbolica dell'importanza della differenziazione, ma anche dell'importanza di restare uniti come collettività che ostinatamente si rifiuta di essere dispersa.

Qui il coinvolgimento emotivo del regista è più evidente.  Puliafito non era mai stato a L'Aquila prima del terremoto, ma una volta arrivato c'è rimasto per mesi a filmare una storia tragica, complessa, ma anche umanamente molto ricca.  Si è identificato con la gente, gli sfollati che non hanno voluto lasciare la loro città e lottano contro le burocrazie e l'indifferenza. Per questo il suo film è provocatorio, ma anche molto umano.

*Anna Di Lellio insegna alla New School nel programma di International Affairs ed è  segretario del PD a New York