A modo mio

Resurrexit

di Luigi Troiani

Paolo apostolo, il convertito che opera per rendere le comunità dei primi cristiani Chiesa organizzata e gerarchizzata, afferma che la fede "non è vana" perché vi è stata la resurrezione del Cristo di Nazareth, figlio di Dio, nato e giustiziato come uomo,  tornato in vita il terzo giorno a mostrare la vittoria sulla morte di chi è eternità non soggetta alle regole della vita umana.

   Nel giorno degli angeli assisi sulla Tomba ad annunciare la resurrezione, trascorsa Quaresima e il Venerdì del dolore, può servire interrogarsi sull'affermazione paolina, chiedersi se davvero la fede cristiana abbia un senso perché Cristo risorse, per poi ascendere al cielo nella gloria del Padre. Al caduto di Damasco può darsi parziale ragione.

   Sotto il profilo teologico, può dirsi comprensibile la necessità culturale e religiosa di Saulo di Tarso, educato come ogni ebreo nell'attesa del Messia invitto e liberatore, di venerare un Dio dominatore della morte. Ricorre in molti oppositori al cristianesimo l'affermazione che i battezzati adorino un Dio perdente, battuto dai correligionari che lo hanno crocifisso, abbandonato al ludibrio dal Padre invano invocato nel Getsemani. Un Dio nondio, perché, dicono i critici, non può darsi divinità siffatta, sconfitta e umiliata dagli avversari sino all'obbrobrio della crocifissione. Gli islamici, ad esempio, allenati al vindice loro profeta guerriero e conquistatore, restano esterrefatti, angosciati d'inquietudine e incomprensione, di fronte al nostro diouomo crocifisso, che pure considerano profeta anche se non alla stregua del guerreggiante e vincente Maometto.
Ma quel Dio che soccombe, disse che la sua vittoria "non era di questo mondo", chiese di "amare come" lui amava, sino al sacrificio della vita. In quel contesto, la resurrezione non costituisce un bisogno su cui fondare la fede dei seguaci, anzi si potrebbe affermare che l'annuncio di Gesù debba realizzarsi nella morte, in antitesi alle attese messianiche degli ebrei e ai miti di forza e successo dei "gentili". Nel mondo pagano, la poetessa Saffo aveva recitato: "Morire è un male. Così pensano gli dei: altrimenti, morrebbero anche loro" (frammento 170).

Gesù non ha bisogno di uscire dal sepolcro, per garantire la resurrezione dei corpi dei credenti e certificare la sua divinità. Questa è documentata e dichiarata dal Verbo, dalle parabole, dai miracoli compiuti (hanno testimoniato anche la padronanza sulla morte, vedasi la vicenda di Lazzaro). Il risorgere è uno degli atti necessari a portare sino in fondo l'itinerario fissato dal Padre, il Ritorno via Ascensione del corpo.

 Agli adepti della nuova religione, a coloro che ne seguiranno le scelte nel corso del tempo, non viene consegnato un Dio vindice e trionfante. Apprendono dalla passione e morte del Giusto, figlio di donna e di Dio, che l'Amore al quale il Nazareno ha allevato i seguaci può vincere la morte morendo, sconfiggere le forze del male pur essendone apparentemente battuto. Non è indispensabile che il corpo risorga perché lo Spirito sia nel giusto, così come non è indispensabile ricevere amore per praticare amore. Né la ragione è sempre dalla parte di chi risulta apparente vincitore. Non è stato il Resurrexit a validare il messaggio di Cristo, ma l'oltraggio subito. L'ignominia ha dimostrato che il passaggio di Gesù nella storia non era vicenda esclusivamente umana. Solo il vero Dio poteva amare in modo tanto coerente da accettare la morte per Amore.