SPECIALE/LIBRI/Cittadinanza, fardello d’Italia

di Georgiana Turculet

 "Fardelli d’Italia? Conseguenze nazionali e transnazionali delle politiche di cittadinanze italiane” (Carocci 2009) , è il libro che l’autore  Guido Tintori ha presentato in diverse conferenze tenute recentemente a New York. Tintori illustra l’accezione tradizionale italiana di stampo “nazionalistico” del concetto di cittadinanza e l’emergenza di coniugare, rispetto al mondo sempre più globale, una nuova idea di cittadinanza, più adeguata, idea già esistente nel bacino dei paesi liberal-democratici europei. Sono passati ormai centocinquant’anni dall’unità d’Italia e la sfida della “nuova” nazione italiana sarà quella di rimanere coerente nei suoi principi sì nazionali, ma anche nei suoi principi liberal-democratici. Emerge dalla ricerca dello studioso un’analisi che reputa fallimentari le politiche in materia di cittadinanza in Italia, come erano per altro anche le politiche nazionalistiche dello stato liberale, nel periodo fascista, arrivando infine alla Repubblica, in cui è rimasta invariata la concezione di cittadinanza, ossia un criterio nazionalistico che “automatizza” la cittadinanza di discendenti italiani nel mondo senza limite generazionale, mentre in maniera sbilanciata ne viene “ostacolato” l’accesso ai cittadini di altre origini. In questa intervista, Tinotri ci spiega quale è la situazione in Italia in materia di cittadinanza rispetto ad altri paesi democratici europei e quali sono i meccanismi “perversi” della sua politica attuale.

Quanti e dove sono i “pronipoti” dell’Italia oggi nel mondo?
«Gli ultimi dati del 2008, attestano che hanno chiesto la cittadinanza italiana per discendenza  850 900 persone negli ultimi 10 anni, ma si stima che il numero sia persino maggiore, che superi un milione. La maggior parte delle richieste di passaporti italiani proviene dall’Argentina, Brasile e Uruguay. La stima dei potenziali italiani nel mondo, è stata di 60 milioni al 2001, all’oggi potrebbero essere anche di più per l’incremento delle nascite».


Quali potrebbero essere le conseguenze della naturalizzazione di queste masse?

«La prima problematica è a carattere normativo, che tipo di idea abbiamo noi di cittadinanza e che tipo di diritti associamo alla cittadinanza. In discussione è dunque la cittadinanza civica. Io, come cittadino, sono chiamato ad alcuni diritti politici se contribuisco anche alla costruzione del paese in termini civili, economici, sociali. I diritti politici sono legati necessariamente all’appartenenza alla “fabbrica della nazione”. Non vi può essere dunque, troppo scollamento tra la partecipazione politica, cioè votare per il destino di un paese, e le conseguenze della mia scelta».

Quindi i diritti politici estesi all’estero sarebbero un problema?
«Il problema non è nel fatto che votino cittadini residenti all’estero, ma nella legge italiana sul voto, perché interagisce con fenomeni che descriverò in seguito. Molti paesi concedono diritti politici “esterni” a emigranti, ma l’Italia è un eccezione fra tutti i paesi. In primo luogo perché ha assegnato forme di rappresentanze specifiche alle comunità residenti all’estero: 6 senatori e 12 parlamentari. Questo è un tratto unico al mondo. Altri paesi, ad esempio la Francia, fanno confluire i voti dall’estero nel bacino generale nazionale, oppure destinano delle rappresentanze simboliche, uno o due rappresentanti, per gli emigranti oltremare. Dunque, il problema forte diventa il peso decisionale eccessivo ai rappresentanti dei cittadini all’estero, perché sia gli elettori che i rappresentanti vivono all’estero e non sono oggetto delle conseguenze delle decisioni del parlamento italiano. Il secondo problema è la natura di questi elettori, la maggior parte di coloro che prendono il passaporto italiano per discendenza - secondo quanto emerge dalle mie ricerche- non hanno nessun tipo di contatto culturale, delle istituzioni del paese, della lingua italiana, non hanno mai risieduto né spostano la residenza in Italia. Quindi la loro conoscenza della situazione politica italiana, e il loro reale interesse della situazione sull’Italia è dubbio. Eccetto il caso Argentino che descrivo nel libro come eccezionale».

Come votano i cittadini all’estero?
«Loro vengono automaticamente inseriti nelle liste elettorali, mentre gli italiani come me, nati e vissuti in Italia, ma che si trovano all’estero per motivi di lavoro sono obbligati ad iscriversi con un anno di anticipo nelle liste elettorali. Io sono d’accordo che, chi deve votare dall’estero debba essergli richiesto uno sforzo maggiore, purché questa sia la condizione per tutti indistintamente. Oltre a questa differenza di trattamento degli italiani dell’Italia e i discenti di italiani, sussiste il problema procedurale: loro ricevono la scheda elettorale per posta, scheda che non si sa dove va a finire, chi vota, nessun controllo dell’autorità».

Come si presenta invece il panorama europeo rispetto alla naturalizzazione co-etnica?
«La Germania ha per un lungo periodo adottato una sorta di preferenza co-etnica , ma a partire degli anni 2000, le leggi sugli  accessi sono state progressivamente riformate. La Spagna ha imposto un limite fino alla terza generazione per la naturalizzazione per discendenza, che potrebbe aver senso, perché i legami con la madre patria si indeboliscono a partire dalla terza generazione in poi. È una decisione arbitraria, ma comunque pone un limite, mentre in Italia l’accesso è indiscriminato, non viene richiesto nessun tipo legame di cultura, lingua, conoscenza delle istituzioni, della storia, non c’è l’obbligo di porre la residenza in Italia nemmeno per un anno e quindi un cittadino di quarta generazione a Buenos Aires può diventare cittadino europeo prima ancora che italiano, perché è questo l’obiettivo nella maggior parte dei casi, senza spostarsi mai in Europa. Con il passaporto dell’EU possono entrare nel territorio di Schengen, aggirare le norme del permesso di lavoro in contesto europeo e questo ha delle conseguenze sulla pianificazione sulle quote di ingresso di immigrati. Inoltre si ha un peso non indifferente sul welfare».

Ci spiega meglio la questione welfare?
«I giovani possono accedere all’istruzione pubblica, alla copertura sanitaria italiana ed europea. Nel contesto argentino , l’Italia garantisce alle comunità nazionali all’estero un accesso a un sistema sanitario privato di alto livello che pesa in termini considerevoli sul budget stanziato annualmente per il consolato di Buono Aires. Quindi i cittadini che hanno ottenuto il passaporto italiano per discendenza hanno accesso al sistema privato sanitario che viene pagato dal contribuente italiano. Gli individui in età pensionabile, hanno accesso alla pensione sociale che è di circa 500euro. In Argentina con il cambio 1 a 4, i 500 euro diventano più di 2000 pesos, più o meno lo stipendio che prende un professore universitario. È evidente che queste politiche, questi accessi semplici, agevolati hanno degli impatti sulle casse dello stato, sulla partecipazione politica, sui risultati delle elezioni».

Rivela nel suo libro che i “nuovi” italiani non hanno interesse di venire in Italia dopo esser diventato italiani. Cosa succede?
«Nuovi problemi per quanto riguarda le relazioni internazionali, un caso particolarmente spinoso è quello dell’ingresso negli USA di cittadini latino americani con passaporto italiano, che entrano con il visto turistico, rimangono illegalmente, appoggiandosi alle comunità latino-americane, molto consistenti specialmente a New York, Los Angeles e Miami. Si è verificato recentemente il fenomeno di passaporti italiani respinti dalle autorità americane che provengono dal Sud America proprio a causa dell’incremento esponenziale di presenze italiane di diverse origini».

 Quali le conclusioni della sua ricerca?
«Due sono i problemi principali. Il primo errore è legato al coltivare l’illusione che ci sia un network di comunità italiane nel mondo pronte ad attivarsi secondo gli interessi italiani. La storia insegna che non ha funzionato neanche negli anni del fascismo. Le comunità dei discendenti italiani hanno i loro legittimi obiettivi politici ed economici. Quindi l’Italia dovrebbe imparare dalla storia e calibrare le sue politiche verso le comunità italiane di discendenti all’estero, soprattutto per quello che concerne alla cittadinanza e i diritti politici.
Il secondo problema grave si trova nell’atteggiamento contrario e sbilanciato nella chiusura verso gli immigrati presenti in Italia. All’oggi sono più di 4 milioni i residenti stranieri in Italia e questi immigrati affrontano la procedura per la cittadinanza più dura d’Europa. Analoga la situazione per le seconde generazioni, per i bambini che nascono da genitori immigrati. L’Italia non prevede una forma ius soli, di diritti alla cittadinanza per nascita, quindi loro potranno far domanda soltanto al 18 anno di età avendo una finestra brevissima di un anno e una procedura discrezionale. Questo, secondo me, caratterizza l’Italia come un nazione particolarmente etnica nella definizione della propria cittadinanza, nel panorama delle democrazie occidentali liberali».


Quali le perdite a causa di questa politica di preferenza etnica?

«A causa della concezione etnica e difensiva dell’idea di cittadinanza, l’Italia sta perdendo talenti e risorse che già avrebbe, sta alienando una popolazione che è già presente, che già contribuisce in maniera consistente con un 10 % del Pil».