LIBRI /Oltre e fuori dall’Italia

di Niccolò d’Aquino

In Italia Wolfgang Goethe, il “grande Goethe” innamorato di Roma e di tutto il Belpaese, ha due personaggi che ammira di più: Bruno Vespa e Vittorio Sgarbi. Che, però, se ne infischiano del suo entusiasmo e lo snobbano. Il critico d’arte Sgarbi, con i suoi soliti modi bruschi, lo strattona e lo scarta a un convegno a Lugano in cui il poeta lo aveva avvicinato per omaggiarlo: «Goethe? Ma chi è questo Goethe?». Più sferzante e crudele il principe dei mezzobusti televisivi che, in una riunione romana, lo liquida con un: «Goethe non vende».

Fantascienza? Diciamo che si tratta, invece, di un divertente racconto surreale. Dal quale ricavare varie lezioni. «Lena e il poeta», sottotitolo “Dalla Svizzera con furore” (edizioni Infinito, www.infinitoedizioni.it) ), è un piccolo, divertente capolavoro che è, in realtà, una dichiarazione d’amore e di speranza sul futuro degli “italici” nel grande mondo globalizzato. Scritto a due mani da due ticinesi, Daniele Dell’Agnola e Sergej Roiç - il primo: professore di italiano in una scuola svizzera, nonché autore di teatro e compositore di musica; il secondo: dalmata nato a Sebenico ma cresciuto in Svizzera, scrittore e uomo di comunicazione - «Lena e il poeta» è una delle prove sempre più numerose del promettente fiorire di una letteratura in lingua italiana i cui autori, pur pensando e agendo “all’italiana” non hanno il passaporto italiano.

Scrittori che, come è scritto a un certo punto, «guardano all’Italia con timore reverenziale, soprattutto quando fanno riferimento alla lingua e alla cultura italiana, alla letteratura, all’editoria». Ma che in realtà faranno bene a liberarsi al più presto da questa sorta di sudditanza. Perché dovranno capire che sono loro i nuovi cantori di quella figura di “post-italiano” su cui la cultura italiana dovrà fare sempre più affidamento per il propri sviluppo e sopravvivenza.

Filo conduttore di questa trama “on the road” è Lena, pestifera ma appassionata ragazzina, una sorta di Zazie nel metrò dei giorni nostri (ricordate il delizioso romanzo del francese Raymond Queneau portato sullo schermo nel 1960 da Louis Malle?). Italiana di nascita ma cresciuta a Parigi con una zia francese e tra amici extracomunitari alcuni dei quali illegali e sempre in fuga dalla polizia, una notte la bambina decide semplicemente di partire. In treno, facendosi beffe dei controllori nei cui confronti usa la sua arma preferita, i calci negli stinchi (e altrove…) accompagnati da piccoli ma precisi pugnetti nello stomaco, arriva prima a Lugano.

Qui incontra un poeta, Giorgio Orelli, che le regala il suo cappello. Che lei, proseguendo il viaggio ferroviario sempre senza pagare, porterà fino a Roma. Dove parteciperà al primo convegno dei giovani italiani nel mondo, organizzato dal ministero degli Affari Esteri nel 2008. E si imbatterà in tanti personaggi. Tutti realmente esistenti come Orelli - da Barbara Origlio, delegata dal Messico e dal Centro America, a Alessandro Masi segretario generale della Dante Alighieri, a Giandomenico Iannetti, giovane medico romano formatosi negli Usa.
Non sappiamo se gli interessati abbiano dato l’autorizzazione agli autori ad essere inseriti in questa storia. Ma non ci dovrebbero essere problemi: perché ne escono molto bene. Come anche il povero Goethe bicentenario che, anche se spiega a Lena «sono qui per dire ai giovani italiani che devono assumersi la responsabilità del loro ruolo di mediatori culturali e raggiungerne la consapevolezza», subisce anche lui le pedate della vulcanica bambina con la valigia. Tutti comprimari - Goethe e gli altri - della ricerca inconscia e spesso anche comica che Lena compie alle radici della propria identità plurima.

Lena capisce, come le dice uno dei tanti studiosi che incontra, molto disponibili con lei, che: «L’italiano, è vero, generalmente è sveglio, intelligente, gli italiani hanno posti di tutto rispetto all’estero». E capisce, perché lo tocca con mano, che: «L’italiano all’estero, enucleato dalla sua realtà italiana, viene molto rispettato». Così, alla fine, arriva a capire se stessa. Non più solo “italiana”. Non inquadrabile semplicemente come “italo-francese”. E nemmeno come “italo-francese imbevuta della cultura delle periferie urbane che pullulano delle razze, etnie e religioni più diverse”. No, ormai Lena è “italica”.

Cioè è una rappresentante di quella nuova aggregazione di un’Italia «oltre e fuori dall’Italia», che si fa beffe delle sempre più fragili e ingiustificate frontiere tradizionali e ruota attorno a un nuovo modello: uno stile di vita che origina, sì, dall’Italia ma porta nel mondo ormai globalizzato la vecchia e un po’ provinciale Italietta, che dal contatto con le nuove Italie sparse nei cinque continenti trae la linfa vitale per entrare nel Terzo Millennio. Non è certo un caso che uno dei due autori, Sergej Roiç, annoveri tra le sue attività  anche quella di responsabile delle pubbliche relazioni di Globus et Locus, il think tank fondato da Piero Bassetti che della italicità è stato il primo anticipatore. Insomma: un piccolo libro allegro, leggero ma profetico.