TEATRO \ BROADWAY & DINTORNI/Da Shakespeare a Lenin

di Mario Fratti

C'è curiosità sulla vita di Shakespeare. Bill Cain ce lo presenta in una brillante commedia presentata dall’MTC al teatro City Center (131 west 55th Street). In “Equivocation” torniamo agli anni 1603-1606 a Londra. Quando lo scozzese Giacomo I salì al trono, essendo amante del teatro, diventò il protettore della compagnia di Shakespeare. Andava spesso al Globe Theatre per le “prime”. Nel 1605 venne arrestato il cattolico Guy Fawkes che stava per far saltare il Palazzo del Re con 36 barili di polvere da sparo. L’episodio viene ricordato come il “Complotto della polvere da sparo”.

Re James amava scrivere. Manda il suo braccio destro Cecil (David Pittu) da Shakespeare (John Pankow) con l’ordine di scrivere un dramma su quel complotto fallito. Gli manda una bozza approssimativa che il nostro Bardo dovrebbe correggere e mettere in scena. Un ordine che tormenta il nostro protagonista e gli attori della sua compagnia. Presente anche sua figlia Judith (Charlotte Parry). Shag (come lo chiamano i suoi attori) vorrebbe ubbidire al re che è amico e lo protegge, ma gli è difficile. Prova varie scene con gli attori. Una delle migliori è il processo al prete Garnet (Michael Countryman) che ha organizzato il complotto in nome della sua religione. Il re non ha infatti mantenuto la promessa di speciali concessioni ai cattolici. Appare anche il re (l’intenso David Furr) che in una battuta sulla tortura riecheggia quel che dice Bush su quell’argomento. C’è anche Armin (Remy Auberjonois) che diventa poi Lady Macbeth quando Shag decide di dare al re scozzese il maledetto dramma con le tre streghe. Intreccio affascinante in cui si fa rivivere l’onestà di un autore che evita gli ordini di un re. Abile regia di Garry Hynes.

Rivediamo una nuova versione della relazione madre-figlio in “Blind” di Craig Wright al teatro Rattlestick (224 Waverly Place). La madre Giocasta ci appare nuda, snella, vulnerabile, e sembra offrirsi al giovane marito Edipo che la evita sentendosi colpevole. Dopo anni Edipo (Seth Numrich) è ormai convinto che Giocasta (Veanne Cox) sia sua madre ed odia la situazione. Cerca di farle ammettere che lei lo ha accettato, sapendo. Si insultano e urlano per l’intera scena. Dopo l’ultimo straziante urlo si calmano, bevono e fanno di nuovo all’amore. Per l’ultima volta. Lei lo acceca. Lui la strozza. Ormai cieco e dolorante chiama la cameriera, sua amante, per essere aiutato. La giovane Danielle Slavick si rifiuta e lui trova un ingegnoso metodo per far credere che sua madre si sia impiccata. Tre bravi attori in una nuova versione che non soddisfa. Sapevamo tutti che Edipo si era accecato da solo.

Torna anche Stalin nella commedia “Lenin’s Embalmers” di Vern Thiessen (Ensemble Th., 549 West 52nd Street). Siamo nel 1924, l’anno in cui morì Lenin. Prima di morire Lenin ci racconta un paio di barzellette. Poi muore. Tornerà vivo, di tanto in tanto, per dire altre barzellette. Il momento più incredibile, storicamente e psicologicamente, è quando dice, sorridendo: “Ho detto ai russi che darò loro terra e lavoro. No. Io sono solo interessato ai soldi”. Li toglie da un taschino e li mostra. Stalin (Richmond Hoxie) è meno stupido. Assume due ebrei (Zac Grenier e Scott Sowers) per imbalsamare Lenin, simbolo della rivoluzione mondiale. I due bravi scienziati sono però molto avidi. Vogliono milioni di rubli, lusso e un’amante con pelliccia (la simpatica Polly Lee). I due ebrei, il braccio destro di Stalin (James Murtaugh) e Trotzsky (Michael Louis Well) vengono assassinati. Ma Lenin continua a riapparire, sorridere e dire barzellette. Abile regia di William Carden.

Si torna al passato, con serietà, al teatro City Center II, usato dalla compagnia Pearl. Hanno dato un’elegante, intelligente ripresa di “Hard Times” di Charles Dickens, adattato da Stephen Jeffreys. Compito difficile, affrontato coraggiosamente dal regista J.R. Sullivan e dalla drammaturga Kate Farrington. Sei attori in numerosi ruoli. Il padrone è il cinico Bounderby (Bradford Cover). Suo amico è l’insegnante Gradgrind (T.J. Edwards) che insegna male dando solo informazioni inutili. Dà sua figlia (Rachel Botchan) ad un ricco anziano e non si accorge che suo figlio Tom, impiegato di banca, va verso la rovina. Il personaggio più interessante è comunque l’operaio Stephen (T.J. edwards) che non si unisce allo sciopero ed ha una sua teoria individualista che viene naturalmente disprezzata dagli affamati lavoratori che vorrebbero un salario decente. Robin Leslie Brown ci diverte con stile come Mrs. Sparsit. Abilmente diretto da J.R. Sullivan che ha a sua disposizione una compagnia eccellente. Applausi.

Il tema della guerra è ancora presente. Al teatro Urban Stages (259 West 30th Street) abbiamo “ReEntry” di Emily Ackerman e K.J. Sanchez. I due hanno interrogato migliaia di reduci dalle due guerre in Iraq e Afghanistan. La sincera opinione di soldati che hanno spesso ubbidito ciecamente perché dovevano credere ed obbedire. Alcuni hanno dubbi. Altri si sentono colpevoli di massacri. Una varietà che spiega la stupidità e ferocia di queste due guerre. Bravi attori. Specialmente Liz (Sheila Tapia) e Mom (Sameerah Luqmaan-Harris). Dovrebbe essere visto nelle caserme.

Ma lo spettacolo che mi ha soddisfatto di più e sorpreso viene dalla California. “Black Angels over Tuskegee” di Layon Gray, autore e regista. Consigliato a tutti. Siamo nel 1942 e si ha bisogno di piloti per la guerra contro i nazisti. Centinaia di afro-americani si fanno volontari, sperando di essere accettati come piloti. Seguiamo sei allievi e le enormi difficoltà che devono superare. Esami, insulti, umiliazioni. Ma alla fine trionfano e li vediamo nelle carlinghe, orgogliosi americani. Attori eccellenti. Specialmente L. Rucker, T. Scott II, D.W. Boykins, D. Grosse e D. Shaun.