L’Architectural Digest Home Design Show di NY/Al Pier 94 Natuzzi presenta la Sound Chair

di S.L.

Dopo L’Armory Show, la fiera internazionale dell’arte appena conclusasi, New York dal 18 al 21 Marzo è stata teatro dell’Architectural Digest Home Design Show, fiera del mobile di assoluto rispetto giunta ormai alla sua nona edizione. Con la partecipazione di oltre 300 marchi di arredamento e un’affluenza di circa 25.000 visitatori nell’arco di quattro giorni, la fiera ha letteralmente “arredato” il Pier 94.

Natuzzi, uno dei maggiori espositori, ha per l’occasione ospitato un ricevimento nello showroom di Soho, occasione colta anche per presentare il nuovo Surround Sofa. Il tema della festa, “How You Listen”, è stato ripreso dallo slogan della casa, “How You Live”. Il divano completa la Natuzzi Sound Chair, introdotta per la prima volta alla Fiera del mobile di Milano nel 2008, con la sua iconica forma a uovo è dotata di un sistema audio integrato che permette di collegarsi a qualisasi IPod o MP3.

La Natuzzi S.p.A. fu fondata nel 1959 da Pasquale Natuzzi crescendo fino a diventare uno dei più grandi produttori ed esportatori di imbottito italiano. Oggi la Natuzzi è controllata per un buon 47% dalla Bank of New York, quotata in borsa dal 1993, l’azienda di Santeramo in Colle (Bari) ha “espugnato” la roccaforte statunitense quando nel 1981 ha messo per la prima volta in vetrina il suo artigianato di qualità da Macy’s.
Abbiamo discusso di questo successo tuttora in ascesa con Mr. Alex Alley, direttore delle vendite per il Nord America e l’America Latina.

Sappiamo che anche l’Architectural Digest Home Design Show, come l’Armory Show prima di esso, ha registrato un discreto successo. Che in tempi di crisi economica non si possa invece parlare di crisi nel mondo eletto dell’Arte?
«La fiera sta andando benissimo. New York è l’ultimo posto in cui si deve temere una crisi nel campo dell’arte, se la gente si sente ispirata da qualcosa, l’acquista».

Cos’ha il design italiano come quello di Natuzzi da offrire al mercato statunitense?
«Se chiedi a un americano, io sono inglese, loro amano tutto quello che arriva dall’Europa e dall’Italia ancora di più. L’americano sente che gli europei sono più sofisticati, hanno più storia e cultura. Gli americani guardano agli europei sotto molti aspetti».

Lei ritiene che un marchio di alto livello come il vostro dovrebbe temere concorrenti, diciamo a buon prezzo, quali la Cina?
«No, perché di fatto non sono neanche concorrenti. I nostri concorrenti sono i marchi europei. Questa è una compagnia integrata verticalmente che significa che possiede e produce dal materiale di base fino alla rete di distribuzione, in questo modo è possibile assicurare la qualità a un prezzo contenuto. Nessuno può competere con questo».