Conferenza ISSNAF alla New York University/La ristrutturazione dell’Azienda Italia

di Chiara Benni

L'ISSNAF, Italian Scientists and Scholars in North America Foundation, in collaborazione con il Department of Economics della New York University e l’US Representative Office della Banca d’Italia ha organizzato martedì sera alla Nyu una conferenza dal titolo “La trasformazione delle organizzazioni industriali in Italia” presso una delle sedi della New York University a Washington Square. Sono intervenuti Matteo Bugamelli, del dipartimento di ricerca della Banca d’Italia, come relatore, Alessandro Gavazza, PhD Nyu, come commentatore e Alberto Bisin, PhD Nyu, come moderatore.

Bugamelli ha spiegato come negli ultimi dieci anni l’Italia abbia sofferto di alti e bassi di crescita della produttività sia in virtù dei grandi cambiamenti che hanno ridisegnato il panorama economico mondiale, sia in virtù della sua eredità di problemi strutturali che la caratterizzano.
Il problema principale dello scenario imprenditoriale italiano è che per il 60 % le imprese sono piccole e a conduzione familiare. Il che sottointende poca competitività e produttività stazionaria. Questo modello, largamente diffuso in tutti i settori in cui eccelliamo (vestiti, pellame, mobili, etc.), è difficile da cambiare e/o da smantellare poichè è il sistema stesso che lo impedisce: ad esempio più una ditta cresce, più crescono le tasse; ancora c’è una forte disparità tra nord e sud e questo fa sì che le politiche governative abbiano diversa attuazione da regione a regione creando quindi enormi disparità.

Tuttavia, ha rassicurato Bugamelli, vi sono segnali che indicano che il sistema produttivo italiano si sta reinventando. I risultati del suo studio approfondito a proposito di imprese italiane non finanziarie mostrano appunto come un numero significativo di imprese ha reagito positivamente alle sfide poste dall’euro, dalle nuove tecnologie e dalla globalizzazione, cambiando la loro struttura produttiva e guadagnando di conseguenza competitività. Ne è un esempio la Finproject, piccola ditta produttrice di tacchi per le scarpe: grazie a grossi investimenti nel marchio, a forti campagne pubblicitarie e a una rete di distribuzione rimarchevole fatti ad opera del distributore finale (Crocs sandals) che l’ha acquisita, è divenuta leader mondiale nella produzione di certi materiali plastici.  

Ma nonostante alcuni esempi come quello appena citato la situazione generale non è per niente rosea e come soluzione a questo condizione Bugamelli individua alcuni punti cruciali: maggior competizione tra le imprese che viene data con minor protezionismo; un miglior metodo di ricollocazione delle risorse (con l’ultima crisi economica il governo italiano si è preoccupato di dare soldi alle imprese per fare in modo che queste non fossero obbligate a licenziare gli operai – sarebbe forse stato meglio lasciare che le imprese licenziassero i loro dipendenti e fossero quindi costrette a riorganizzarsi e a reinventarsi, e utilizzare gli stessi fondi governativi per creare sussidi di disoccupazione); crescita delle imprese; finanza innovativa.  

Molto interessante è stata anche l’analisi di Alessandro Gavazza. Partendo da un quadro generale della situazione economica in Italia negli anni ’90 caratterizzata da shock esterni come la rivoluzione tecnologica, la globalizzazione e l’integrazione europea, ha poi analizzato cosa concretamente è successo in Italia in risposta a questi cambiamenti. Poichè, come pure menzionato da Bugamelli, l’Italia è formata da tante piccole imprese a conduzione familiare, non vi è stata una risposta positiva al cambiamento e ciò ha provocato perdita di competitività a livello globale e nessuna crescita dei salari. Ciò nonostante in quegli stessi anni sono state fatte alcune riforme importanti nel mercato del lavoro: più flessibilità nei contratti lavorativi, minor tassazione e maggior contribuzione per la previdenza sociale. Queste riforme hanno provocato una diminuzione della disoccupazione, maggiore partecipazione nel mercato del lavoro soprattutto per le donne, facilitato l’assegnazione del lavoro per le imprese produttive. In conclusione Gavazza dice che, sebbene le rivoluzioni economiche degli anni ’90 abbiano colto l’Italia imprenditoriale del tutto impreparata, qualcosa di buono è stato fatto e bisogna quindi continuare in quella direzione: maggiore competitività nella produzione, maggiore competitività nel lavoro, minore tassazione.

Dunque entrambi i relatori, seppur figurando uno scenario economico quasi catastrofico hanno lasciato spazio per uno spiraglio di ottimismo dando a intendere che il cambiamento è possibile, i mezzi ci sono e le conoscienze anche: bisogna solo passare ai fatti!