IL FUORIUSCITO/Il quarto giorno di primavera

di Franco Pantarelli

Mercoledì scorso, 24 marzo, era “il quarto giorno di primavera”, come ricorda il bel titolo dato a un dramma teatrale in cui si raccontano le ultime ore di alcuni prigionieri di Regina Coeli durante l’occupazione nazista, mentre il comandante tedesco Kappler e il questore di Roma Caruso stanno scegliendo le 320 persone da uccidere per vendicare i 32 membri delle SS che il giorno prima erano stati uccisi mentre facevano la quotidiana “marcia intimidatoria” per le vie di Roma. Poi, nelle successive ore convulse, Kappler e Caruso sbagliarono i conti e le vittime trovate poi alle Fosse Ardeatine furono 335. Mercoledì, ancora una volta, quell’eccidio è stato ricordato con la dovuta solennità.

Ma il 24 marzo non è importante solo in Italia. Nell’emisfero meridionale in cui mi trovo viene celebrato con lo stesso dolore in almeno due Paesi. Uno è l’Argentina, perché in quel giorno del 1977 cominciò la sangunaria dittatura militare che nei cinque anni di potere fece “sparire” circa trentamila giovani. Ora il 24 marzo è il “Giorno della Memoria” e il centro della celebrazione è Plaza de Mayo, luogo della lotta eroica, coraggiosa, straziante, caparbia condotta dalle madri dei giovani scomparsi che si riunivano proprio lì esigendo che si dicesse che ne era stato dei loro figli. Stranamente, invece della fine della tragedia si è scelto di celebrare il giorno in cui essa cominciò. Un perché vero non c’è o più esattamente si preferisce non parlarne. Si fanno solo ipotesi, una delle quali è che una vera e propria data buona per tutti non c’è perché ogni forza politica ha la sua a seconda delle sue azioni, i suoi successi, i suoi eroi e i suoi martiri. Così si è optato per la data di inizio della tragedia, visto che in fondo la ricorrenza ha anche a che fare, dolorosamente, con i processi che ancora oggi si svolgono contro i criminali in divisa.

L’altro Paese con un 24 marzo tragico è El Salvador, dove per anni la soldataglia pagata dalla Cia ammazzava praticamente chiunque si azzardasse ad alzare un sopracciglio in segno di perplessità. L’unico luogo che - molto illusoriamente - sembrava fornire un rifugio era la chiesa di Oscar Arnulfo Romero, l’arcivescovo della capitale San Salvador. Lui parlava apertamente, denunciava i soprusi dei miltari, pretendeva di andare nelle prigioni dove gli oppositori erano accatastati a migliaia, ricordava ai soldati con provocatoria ingenuità che anche loro erano “esseri umani” e dunque “figli di Dio” e che quindi non potevano torturare la gente.
Andò avanti un bel po’, con la sua azione, alimentando il malinteso che i militari e i loro “datori di lavoro” di Washington non avrebbero osato colpirlo nel timore di mettersi contro la Chiesa cattolica. Poi però accadde che Giovanni Paolo Secondo, nel 1979, fece una “visita pastorale” a Santo Domingo, senza mostrare una partcolare attenzione a ciò che avveniva nel non lontano Salvador. Poco più di un anno dopo, il 24 marzo del 1980, mentre celebrava la messa nella chiesetta annessa all’ospedale in cui viveva, l’arcivescovo Romero fu raggiunto da una pallottola che gli recise la vena giugulare. All’epoca, data l’enormità di quell’assassinio in pieno altare, tutti si aspettavano che Giovanni Paolo Secondo avrebbe partecipato al funerale di Monsignor Romero per lanciare un segnale potente ai suoi uccisori. Ma nonostante la sua evidente propensione ai viaggi e le esortazioni affinché “qualcuno andasse a continuare quella messa interrotta”, almeno quella volta il papa polacco decise di restarsene a casa.

Ora El Salvador è cambiato. A Washington hanno (forse) capito che non c’è nessuna convenienza ad armare e pagare gli assassini e recentemente ci sono state anche delle elezioni senza imbrogli né intimidazioni, che per la prima volta hanno portato al potere un uomo di sinistra: Mauricio Funes. Lui in questo 24 marzo, trentesimo anniversario dell’assassinio dell’arcivescovo Romero, ha deciso di recarsi dai suoi successori a “chiedere perdono a nome del governo”. Ovviamente non perché lui c’entri qualcosa, ma per affermare ufficialmente che tutti hanno sempre saputo, e cioè che a ucciderlo fu il governo di allora, guidato dal famigerato Roberto D’Aubuisson.

A Buenos Aires la Plaza de Mayo, a San Salvador la cerimonia di “perdono ufficiale”, mentre a Roma, alle Fosse Ardeatine, ciò che prevale è la necessità del presidente Napolitano di “rispondere” all’inammissibile comportamento di Silvio Berlusconi che sa tutto su come si fannogli affari illeciti mentre non ha la minima idea di cosa voglia dire governare un Paese.