A modo mio

Banalità del male

di Luigi Troiani

Nel marzo di cinquant’anni fa iniziava in Israele il processo al criminale nazista Otto Adolf Eichmann. Il graduato fu catturato e rapito a Buenos Aires dai servizi israeliani e, avvolto in un tappeto, avviato con un aereo del Mossad verso Tel Aviv per il giudizio sui suoi crimini. Per la prima volta da quando avevano costituito il nuovo stato, i sopravvissuti allo sterminio potevano guardare in faccia un aguzzino e condannarlo. Non fu semplice cercare giustizia evitando la vendetta, anche se il processo di Norimberga, imbastito dagli alleati nel 1946, forniva un precedente cui fare riferimento. Il nazista sarebbe stato impiccato, unica condanna capitale d’Israele.

Su ciò che accadde al processo, fa testo Hannah Arendt, in “Eichmann in Jerusalem”. Con accento universale e il distacco dei grandi spiriti (scrive quindici anni dopo), l’autrice ricorda le responsabilità di tutti coloro che, ebrei inclusi, attivamente e passivamente consentirono di immaginare prima, e ricercare poi la “soluzione finale” della questione ebraica. E’ rimasta celebre, di quel volume, la frase sulla banalità del male, a significare che a concepire, organizzare e gestire la shoah fu la macchina burocratica tedesca più che gli ideologi della razza incontaminata. Eichmann, ad esempio, non era che un tenente-colonnello SS incaricato della logistica e addetto ad organizzare il traffico ferroviario che trasportava ebrei nei campi di concentramento, in particolare attraverso il nodo ungherese. Da quella posizione “banale”, fu ingranaggio “non pensante”, fondamentale perché alieno dal mettere in discussione gli ordini ricevuti, anzi zelante nell’ambizione ad andare oltre. A Norimberga era venuto fuori con chiarezza che più alta era stata la carica nella gerarchia nazista, minore la disponibilità processuale a riconoscere responsabilità dirette, impostando scaricabarile, amnesie, non ricordo, pure menzogne, per scampare alla pena.

Fu grazie ai banali uomini del male come lui, che avremmo letto, decenni dopo, testimonianze dolorose e inquietanti su quanto accadeva nei recinti dello scempio, apprendendo sin dove può abbassarsi la malvagità umana. L’ultima testimonianza su quei fatti, scritta nel 1945 e inedita sino ad oggi, appare in Italia grazie all’editore Bompiani, firmata da Chil Rajchman, ospite involontario del campo di Treblinka nel 1942 e 1943, uno dei 57 prigionieri sopravvissuti ad una fuga dal lager: “I convogli arrivano senza impedimenti e senza limiti e Treblinka diventa di giorno in giorno più ricca di sangue. … Nella camera accanto gasano la gente, e noi dobbiamo cantare. …Ci conduce verso un altro edificio. All’interno ci sono cataste di corpi irrigiditi dell’altezza di circa un piano. Sono le persone uccise col gas.” E’ sufficiente come dose di orrore.

Capita, ai non ebrei, di chiederci come ci saremmo comportati, da contemporanei, in quei tempi; saremmo stati complici, spettatori passivi, oppositori? Ce lo domandiamo, sapendo che le solidarietà eccellenti ai nazisti sono continuate nel dopoguerra con la scusa dell’anticomunismo. Eichmann va in Argentina nel 1950 da Genova, dove ha soggiornato in Via Balbi 9. Il francescano ungherese Edoardo Dömöter, il 1 giugno 1950, ne ha avallato la domanda di passaporto alla Croce Rossa di Ginevra facendolo passare per Riccardo Klement, altoatesino. L’arcivescovo di Milano Ildebrando Schuster ha raccomandato il croato Carlo Petranovic al cardinale Siri di Genova, e don Petranovic si è servito dell’auto diplomatica di Siri per trafficare in Vaticano in passaporti falsi.