Che si dice in Italia

Tra pericoli e opportunità

di Gabriella Patti

Se non ci roviniamo con la politica dell’immigrazione, l’Italia ha delle buone chances all’estero. Perché, per esempio, abbiamo degli ottimi interlocutori tra i paesi dell’Europa dell’Est». Parola di Giuliano Amato, ex capo del governo e attuale presidente della Enciclopedia Treccani ma, soprattutto, esponente di quelle non molte teste pensanti e riflessive della cui saggia esperienza si sente sempre più il bisogno. Amato parlava a un seminario a Roma. Tema: “L’Italia in uno scenario internazionale: fra rischi di marginalizzazione e nuove responsabilità”. Ma, in realtà, è stata l’occasione per presentare in anteprima l’edizione 2010 dell’annuario sulla politica estera italiana redatto congiuntamente da Iai e Ispi, i nostri due principali think tank di settore. Sala offerta dal Senato e affollatissima, come ha notato con un certo stupore lo stesso Amato: «Ci diciamo sempre che la politica estera non interessa a nessuno e invece questo incontro dice il contrario».

La riunione, in effetti, contrariamente a quanto accade spesso in questi casi è stata interessantissima e il pubblico molto attento. Il 2009, l’anno appena passato di cui il rapporto ha fatto il bilancio, è stato difficile per tutti, segnando la fine di vecchi equilibri e situazioni consolidate e l’avvio di uno scenario nuovo ancora confuso. «È stato un anno di svolta» ha sintetizzato Gianni Bonvicini, vice presidente Iai, presentando in dettaglio i risultati del rapporto. «L’Italia, a L’Aquila, ha puntato moltissimo sul G8. Ma, oggi, il panorama delle relazioni politiche e diplomatiche internazionali si va spostando sul G20». Resteremo tagliati fuori? No, o meglio “ni”, a sentire gli intervenuti. Vincenzo Camporini, Capo di Stato maggiore della Difesa, cioè il nostro numero uno con le stellette, ha raccontato del suo compiaciuto imbarazzo quando a una recente riunione atlantica dei suoi pari grado si è sentito pubblicamente dire dagli americani che il modello militare italiano in Afghanistan è da imitare.

L’ambasciatore Giampiero Massolo, segretario generale del ministero degli Affari esteri, cioè il capo della nostra diplomazia, ha così potuto sintetizzare: «L’Italia sta passando da consumatore a produttore di sicurezza». Tutto bene, insomma? Andiamoci cauti. Come ha detto Vittorio Emanuele Parsi, docente di relazioni internazionali alla Cattolica di Milano, l’Italia ha sempre lo stesso difetto: mette insieme gli idealismi e gli obiettivi più alti - persino astratti - con le più basse nefandezze. E, sul piano pratico, non riesce a seguire il modello… Mourinho. Proprio così: da noi gli esempi sul calcio funzionano sempre e l’allenatore dell’Inter, di cui il professore milanese deve chiaramente essere tifoso, «ha mostrato che se si va all’attacco senza timori si riesce ad espugnare anche il campo del grande Chelsea». Risate, ma anche convinti applausi a scena aperta.
Quello che veramente mi è piaciuto, però, è la serie di slides in Powerpoint con cui è stato presentato il rapporto. Illustrate anche con foto scherzose, frutto dell’immaginazione dei giovani ricercatori di Iai e Ispi, hanno riassunto i possibili scenari e le scelte di politica estera dell’Italia in questo avvio di terzo millennio. Sei i ruoli tra cui effettuare la scelta. Indicati con appellativi inequivocabili.

1) Il “free rider”, ovvero il battitore libero che, in difficoltà nell’affrontare le sfide della globalizzazione, ripiega sulla carta del nazionalismo. Al momento può dare qualche frutto, ma alla lunga è perdente. La Lega non è stata nominata ma il riferimento è chiarissimo.
2) Il “fedele scudiero” ovvero - il disegno era quello del donchisciottesco Sancho Panza - la tentazione, di fronte allo slabbrarsi del tessuto istituzionale multilaterale, di rassegnarsi a un ruolo subordinato di partnership con un alleato forte (leggi Washington). Con numerose e ovvie controindicazioni.
3) Il “commesso viaggiatore”, cioè la politica degli affari e dei contratti. Ma ci si espone con Paesi in cui crescono le tensioni politiche?

4) Il “navigatore a vista”. Forse il ruolo che ci è più congeniale, privilegiando di volta in volta le relazioni personali del leader nazionale (il riferimento è ovvio). Anche qui, alla fine, ci si rimette.
5) Il “cavaliere dell’ideale” o, nella variante pacifista, il “profeta disarmato”. L’esperienza, però, insegna che è molto difficile fondare la politica estera su principi etici.
6) “L’attore protagonista”, senza ombra di dubbio la scelta preferita dai ricercatori Iai-Ispi. Ovvero: rafforzare la cooperazione multilaterale, ricordandoci sempre che siamo europei e che è nostro interesse rafforzare una Unione europea “più attiva e coesa sulla scena internazionale”.

Alla fine, realisticamente, è probabile che si ricorra a una “strategia mista” tra tutte le precedenti. Quello che è sicuro è che qualcosa di nuovo e di deciso bisogna fare. Pena il definitivo declassamento dell’Italia.
Commentava alla fine una studentessa di scienze politiche, Carolina De Stefano: «Sono stata sei mesi a Strasburgo per uno stage europeo e, di fronte ai nemmeno nascosti sorrisini di compatimento dei francesi, ne sono tornata nazionalista».