LE PROTAGONISTE. Rivoluzionarie e pragmatiche

di Lella Golfo*

L'8 Marzo ha compiuto un secolo. Perché se nella memoria comune la festa della donna nasce nel 1908 per onorare le 129 operaie morte nel rogo di una fabbrica tessile di New York, è nel 1910, durante il Congresso socialista di Copenaghen, che si decide di dedicare questa giornata alle donne. Un secolo, dunque, e come tutti i compleanni, il momento dei bilanci. Se guardiamo indietro, non possiamo che dar ragione allo storico Eric Hobsbawn quando definisce quella delle donne come "l'unica rivoluzione non fallita di questo secolo: anche se non ancora compiuta". Cento anno fa le donne non votavano, lavoravano poco e solo per la sopravvivenza, non studiavano e avevano un labile diritto sulla loro "capacità di procreare". In una parola, contavano poco e sceglievano raramente. Fiumi di parole sono scorsi su come e perché tanti progressi sono stati fatti, concessi o conquistati, su come e perché tanti ambiti sono stati espugnati e tanti pregiudizi sconfitti. Lasciando il compito al lungo elenco di libri scritti in merito, io mi limito a dire: "Brave! E poi...". Perché, da una parte, credo sia importante riconoscere quanto è stato fatto e dar merito al coraggio, alla generosità e alla determinazione delle donne che in questo ventunesimo secolo hanno contribuito ad affermare i diritti femminili. Dire grazie a quelle generazioni che hanno sfidato regole e convenzioni, affrontato difficoltà e sacrifici e vinto battaglie, sui palchi e nella vita di tutti i giorni, contro regimi autoritari e dentro famiglie e società a misura d'uomo. Dall'altra parte, non bisogna cullarsi né autocelebrarsi, ma guardare avanti con spirito propositivo, rimboccarsi le maniche e coniugare al futuro i traguardi raggiunti.

Bene ha fatto in questo senso il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a dedicare l'8 Marzo alle giovani generazioni, "perché rappresentano una ragione di speranza e di fiducia per il nostro Paese", esortandole a "esigere da chiunque, in qualsiasi circostanza, nel lavoro, nella famiglia, nell'attività politica il rispetto della vostra dignità di donne", "premessa e condizione - secondo il Capo dello Stato - "per ogni vostra autentica affermazione e conquista". Un monito, dunque, a far in modo che non ci sia una regressione e a investire nelle donne di domani.

Credo sia questa la prospettiva giusta e quella che si sta affermando con sempre maggior forza, in Italia come nel resto del mondo. Le donne hanno abbandonato l'abito del vittimismo e le recriminazioni lasciano il passo a un approccio meno ideologico e più pragmatico. Il vento che in America ha iniziato a soffiare quattro anni fa, quando fu coniato dall'Economist il termine womeconomics - sintesi tra women, donne ed economia - comincia farsi sentire anche qui. Certo, in Italia la "rivoluzione rosa" stenta ancora a toccare i gangli del sistema economico e politico. Ma credo che anche qui da noi la crisi abbia segnato un punto di non ritorno.

Gli economisti hanno ormai capito che l'equilibrio di genere a tutti i livelli, specie ai vertici, amplifica la produttività e gli studi confermano che nel nostro Paese la piena inclusione delle risorse femminili porterebbe a un incremento del Pil del 22%. I bassi indici di natalità spingono sempre più le istituzioni a ripensare i modelli sociali, introducendo nuovi metodi e strumenti di conciliazione. Anche le italiane vogliono quello che in America chiamano "il nuovo tutto": famiglia, carriera, tempo libero. La buona notizia, lo dicono gli economisti, è che questo nuovo tutto conviene a tutti! Io sono positiva. Il futuro è un terreno di opportunità per le donne. E sicuramente un giorno le nostre nipoti rideranno a sentir parlare di quote rosa o quote di genere. Ma spero che l'8 Marzo continueranno a ricordare ciò che noi "antenate" abbiamo fatto perché le pari opportunità divenissero una prassi scontata. Anche attraverso le quote rosa. Non perché ci sentissimo dei "panda", donne da imporre ai vertici indipendentemente dai loro meriti. Ma perché la storia ci ha insegnato che le rivoluzioni e i cambiamenti epocali non sono mai indolori o pacifici, ma richiedono spesso strumenti "giustamente coercitivi" per essere adottati e metabolizzati. Oggi, tra questi strumenti, ci sono anche le quote di genere. Ed è troppo presto per disfarcene. Noi donne abbiamo ancora da scrivere un pezzo decisivo di storia.

*Lella Golfo, Deputata Pdl, è presidente della Fondazione Marisa Bellisario