MUSICA LIRICA/Leoncavallo sinfonico

di Franco Borrelli

Un Ruggero Leoncavallo “diverso”, per restare nel semplice, quello de «La Nuit de mai», una vera e propria rarità, insolita per il gran pubblico, che, tramite la Deutsche Grammophon (gruppo Universal Classics), ci viene offerta da Plàcido Domingo e dall’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna diretta dal maestro Alberto Veronesi.
Non solo, vi sono anche in quest’album, sempre cantate dal grande tenore accompagnato qui dal pianista Lang Lang - progetto tipicamente dal sapore mediterraneo per un duo impegnato nella loro prima collaborazione discografica in assoluto -, delle rare canzoni di Leoncavallo, in italiano e in francese, nonché un paio di pezzi per solo piano (la “Barcarola veneziana” ed il “Valse mignonne”). Procediamo, comunque, con ordine.

Innanzitutto abbiamo qui un Domingo sorprendente, dalla voce più essenziale che mai, lirica sì ma di una “secchezza” stupefacente e per nulla retorica. Non vi sono fronzoli o aggiunte inutili nel suo fraseggio, d’una poesia e d’un romanticismo coinvolgente. Mettete subito da parte i ricordi che avete dei «Pagliacci»: a parte la drammaticità degli accenti non v’è altro che possa o riesca ad accomunare l’opera e queste pagine. Anche lui, il compositore, “vittima” della sua creazione più famosa come tanti altri, e anche lui con molto prezioso materiale rimasto ingiustamente e per troppo tempo in disparte. Meno male che c’è chi, come Veronesi, - interessato non solo alla fedeltà delle esecuzioni, ma anche allo studio e alle ricerche d’archivio -, ci presenta di tanto in tanto delle vere e proprie gemme come questa.

All’inizio del XIX secolo - come ben fa notare il critico Michele Girardi -, solo Berlioz e Liszt uscivano un po’ fuori dal seminato dando corpo e melodia, con le loro pagine orchestrali, a modelli “extra-musicali”, più propriamente letterari.
Definirli era ed è un problema: drammi in/con musica? Questa la ragione per cui i compositori lirici cercavano di evitare i poemi sinfonici, proprio perché non troppo... operistici (fa una bella eccezione in ciò un certo Richard Strauss). Leoncavallo - dei «Pagliacci» s’è già fatto cenno - visse molto a Parigi e divise questa sorta di humus europeo insegnando canto e pianoforte sulla Senna (di ciò è esempio proprio la “Barcarola” inclusa in questo CD). A Parigi, ovvio, il compositore napoletano conobbe ed assimilò molto la cultura francese, soprattutto lo spirito del poeta Alfred de Musset (ricordate «La Coupe et les lèvres», il soggetto pucciniano dell’«Edgar» presentato recentemente a New York?), quello, appunto, de «La Nuit de mai» (1835), che il Nostro decise di “tradurre” poi in poema sinfonico.

E’ questa una sorta di dialogo fra il poeta e la sua musa ispiratrice, misterioso e notturno, emotivamente suggestivo e suggestionante anche per via delle atmosfere create, che si esprime nel canto di Domingo e nel contrappunto che ad esso fa l’orchestra. Vi sono inoltre echi del folklore di Napoli, ove il compositore nacque nel 1857, che qui e là fanno capolino (soprattutto nel “pizzicato”).
Leoncavallo trova nel testo di de Musset tutto il materiale che egli sentiva già suo e che si traduce in un’orchestrazione trascinante. I movimenti che esemplarmente qui interpreta Domingo sono ideali per la voce da tenore e per l’ardore che essa riesce ad esprimere.

I temi trattati sono quelli dell’amore e della solitudine del cantore che vede svanire nella luce nascente del giorno la sua musa. Linee cantabili dagli effetti descrittivi sorprendono e fanno pensare alle ragioni oscure che condannano testi come questo al dimenticatoio; se si fa eccezione, ad esempio, alla “Mattinata” del 1904 (uno dei cavalli di battaglia per eccellenza di tutti i tenori, e di Domingo in particolare), poemi non operistici come questo sono purtroppo destinati spesso a restare nell’ombra di pagine più famose, non dando a Leoncavallo la fama che di diritto gli spetta(va).

Anche le canzoni che fanno compagnia a questa «Nuit» [“Aprile!” su testo di Annie Vivanti (un “inno alla vita” composto dalla musa di un certo Carducci), “C’è nel tuo sguardo” di R. Cotugno, “Hymne à la Lyre” di Armand Sylvestre (un’ode convenzionale alla poesia), “La Chanson des yeux” di André Chénier e “L’addio” di Victor Hugo] vanno a respirare la stessa aria; e incantevole è la compagnia al piano che il giovane virtuoso cinese Lang Lang fa al nostro tenore. Al pianista è poi affidato il compito di “chiudere” suggestivamente l’album con i già citati barcarola e valzer.