TEATRO \ BROADWAY & DINTORNI/Tormenti di famiglia

di Mario Fratti

Seguiamo da anni il teatro di Sam Shepard. Stimolante ma a volte non ha finali ben precisi. E’ tornata ora la sua migliore opera, un testo che convince specialmente se ben diretto. “A Lie of the Mind”, diretto da Ethan Hawke per il New Group (410 West 42nd Street). Indovinata scena di Derek McLane. Decine di oggetti appesi anche nel vuoto per indicarci la confusione e il tormento di due famiglie. La loro lotta e i loro dubbi duravano quattro ore nel 1985. Ne durano ora solo tre; l’attenzione dello spettatore resta desta. Seguiamo gli angosciati personaggi con interesse. A sinistra vediamo il frenetico, folle Jake (Alessandro Nivola); ha picchiato ferocemente sua moglie Beth (Marin Ireland) e pensa che sia morta. Lui resta a casa, protetto e curato da una paziente madre (Lorraine, Karen Young); Beth si rifugia a destra dove viveva con la sua bizzarra famiglia.

Il genitore è il severo, burbero Baylor (Keith Carradine). Sua moglie, spesso maltrattata, è Meg (la convincente Laurie Metcalf). Fratello di Beth è Mike (Frank Whaley) che vuol vendicare sua sorella. E’ un cacciatore col fucile sempre pronto. Il fratello del folle Jake si sente un po’ colpevole perché non ha difeso la cognata picchiata a morte da Jake. Frankie (Josh Hamilton) vuole scoprire se Beth è ancora viva. Va a casa del severo Baylor e Mike gli spara. Lo ferisce e devono ospitarlo, temporaneamente, su un sofa. Vien curato dalla cognata ferita e vulnerabile, e perfino corteggiato. Situazioni estreme, in casi morbosi ma teatralissimi. Personaggi indimenticabili. Successo.

L’America ci viene spesso rivelata non dai giornali ma da un attivo teatro. Il razzismo, per esempio. Purtroppo esiste ancora. Lo abbiamo visto in “Race” di Mamet. Lo vediamo ora in “Claybourne Park” di Bruce Norris (Playwrights Horizons - 416 West 42nd Street). Due atti. Nel primo atto (1959) una famiglia afro-americana cerca di affittare in una zona bianca. Nel 2009 una famiglia bianca cerca di affittare in una zona abitata ora solo da afro-americani. Inizialmente la coppia Russ (Frank Wood) e Bev (Christina Kirk) parlano di geografia e viaggi mentre si accingono a lasciare il loro appartamento. Si entra nel vivo del dramma quando arrivano vicini con idee razziste. Suggeriscono che una minoranza nera diminuisca il valore degli immobioli. Varie sfumature di diffidenza e odio. 2009, lo stesso appartamento. Una riunione di vicini per discutere la possibilità che una coppia bianca torni in un vicinato completamente differente. Scambi di insulti, ironia, barzellette volgari ed oscene. Un mondo che non si fa amare. Bravi attori, ben diretti da Pam MacKinnon. Si lascia il teatro con un vago senso di pessimismo.

Si è invece incoraggiati al teatro Castillo (543 West 42nd Street) dove danno spesso commedie positive. Ho visto e applaudito “Dr. May Edward Chinn” di Laurence Holder. Una dottoressa afro-americana (LaVonda Elam) ci rivela il suo amore per una professione che ha conquistato attraverso incredibili difficoltà. Ha una paziente vulnerabile che le diventa amica (Nora Cole). Bella sorpresa alla fine. Lenora Fulani e altre tre dottoresse afro-americane commentano e ci narrano le loro lotte per imporsi ed essere accettate. Senza amarezza. Donne forti ed appassionate che amano la loro missione ed i loro pazienti. Pubblico foltissimo. Un’esperienza teatrale e umana; unica.
Due commedie musicali. La prima ha un soggetto che non sembra affatto musicale. ‘Amas’ presenta “Signs of Life” di Peter Ullian (libretto), Len Schiff (liriche) e Joel Derfner (musica), nel nuovo teatro Marjorie S. Deane (5 West 63rd Street). Nel corridoio, riproduzioni di tanti disegni creati dalle vittime ebree relegate nel ghetto Theresienstadt, in Cecoslovacchia. Villaggio artificiale creato dai nazisti per mostrare alla Croce Rossa come venivano trattati i deportati. Musica, fiori e libertà. Bella la scena in cui i prigionieri, costretti a fingere felicità, cercano di comunicare al visitatore svizzero la verità. L’anziano Jacob riesce a consegnare disegni che rivelano le loro condizioni; viene picchiato e torturato. Vogliono sapere da lui chi è l’artista. Nessuno collabora e tradisce. Ci son dei dubbi sul fatto che Kurt (Jason Collins), un cantante di cabaret, possa collaborare con i nazisti per essere liberato e mandato in Svizzera. Cede la sua stanzetta ai due amanti Lorelei (Patricia Noonan) e Simon (Wilson Bridges). Viene scoperto e punito brutalmente. L’intera storia viene narrata con piacevoli canzoni. Le migliori: “Good” (Allen E. Read, il nazista che mente), “Home Again Soon” (Erika Amato che ha fiducia nel futuro), Simon & Lorelei (i convincenti amanti) in “Signs of Life” e “To Make a Man” (Kurt). Bravi attori, buone voci; abile regia di Jeremy Dobrish.

Il musical “Romance/Romance” di Barry Harman (libretto e liriche) e Keith Herman (musica) ci mostra l’intrigante duello di amanti che mentono anche quando si desiderano (Active Co., 312 West 36th Street). Nel primo atto Alfred (Nick Dalton) e Josephine (Abby Mueller) s’incontrano e si corteggiano fingendosi modesti e poveri. Scoprono alla fine che appartengono invece alla classe abbiente. Si amano ancora, dopo la menzogna? Le migliori canzoni: “Great News” e “Yes, It’s Love”. Il secondo atto è più interessante perché ha due coppie sull’orlo del tradimento. Sono amici, ma un marito ama e desidera la moglie dell’altro. Quattro bravi attori: N. Dalton, A. Mueller, N. Shaw e S. Youell Binetti. Sono attraenti nei loro dubbi. Le migliori canzoni: “Summer Share”, “Plans A&B” e “Romantic Notions”, cantata da tutti e quattro.