EVENTI/MUSICA/Bennato col rock scatenato a NY

di Lorenza Cerbini

"Le vie del rock sono infinite" è il nuovo album di Edoardo Bennato. Il cantautore napoletano è tornato al rock, la sua arma migliore, con la quale non si è dimenticato di affondare sui mali italiani. "Racconto favole" dice lui che da quaranta anni ha il vizietto di parlare di corruzione, truffe e manipolazioni senza la presunzione di trasformarsi in profeta. Le sue favolette non sono parabole, ma un biglietto da visita irriverente. E con quattro decenni di successi e pause di riflessione alle spalle, Bennato arriva a New York (venerdì 26 marzo) per il suo primo solo-show "statunitense".

Con "Le vie del rock sono infinite" sei tornato al rock. Quali gli obiettivi dell'album?
«Non ci sono obiettivi. Faccio rock'n roll perchè è un modo per ribellarmi agli stereotipi e alle convenzioni, a quello che crediamo sia scontato e scontato non è. E allora dico che no, non ho mai avuto vita facile. Ma benedico il giorno in cui iniziai a ribellarmi alle regole. Con un passato discutibile, senza un mestiere rispettabile, giro il mondo e faccio il trafficante di rock'n roll, con una chitarra, soltanto con lei, sul ponte tra Memphis e i campi Flegrei. Questo è il mio biglietto da visita. Il rock è trasgressione, un modo per smuovere i condizionamenti che ci impediscono di essere reattivi. Il rock è energia».

Quale delle 13 canzoni dell'album reputi la più ironica e potente?
«Direi "C'era un re". Ironizza sulla genesi della nostra nazione, sul piccolo staterello da operetta che era quello dei Savoia. Faccio molto sarcasmo. Dico che Vittorio Emanuele aveva necessità di ingradire il suo Stato e si organizzò con Mazzini, Cavour e Garibaldi inventando l'Italia. Ma attenzione. Non voglio fare l'antipatriottico. Uso le canzoni per evidenziare aspetti paradossali della nostra Italia che sembra sempre in bilico tra nord e sud, guelfi e ghibellini, politici buoni e cattivi. Gli italiani poverini stanno in mezzo, in una situazione kafkiana».

Non solo Italia, ma espatri verso Cuba e l'Afghanistan. Per raccontare cosa?
«Faccio canzonette, ma sono esperto in geopolitica. Sull'Afghanistan ho realizzato un brano intitolato "Un aereo per l'Afghanistan", in cui mi chiedo se i militari mandati in quel Paese sono davvero in missione di pace o se sono strumento di aggressione. Ma lì non ci ho mai messo piede. Cuba invece la conosco bene, la prima volta ci sono stato nell'84. Sono uno che ha girato il mondo. In Cile sono stato tre volte per lavoro e ho conosciuto Allende. Da ragazzino ho vissuto a Londra dove ho imparato a suonare il tamburello a pedale in strada. Sono stato in Scandinavia e in Africa. Viaggiare è il modo migliore per riuscire a capire i meccanismi che regolano la famiglia umana nel pianeta. E viaggio per conto mio perchè voglio capire effettivamente cosa è successo e cosa succede in Cile, Venezuela, Cuba e Romania. Libri e giornali non sono mai obiettivi, sono sempre filtrati dagli occhi di chi li scrive e da chi li commissiona».


E hai trovato molte differenze tra la realtà letta e quella vissuta in prima persona?

«Grosse differenze. Ho trovato che le bugie superano la realtà. Poi, tutte le esperienze diventano canzoni. Quella su Cuba è di affetto. I miei testi sono molto caustici, ma il rock lo impone. I musicisti italiani sono considerati dei cloni dei modelli americani, c'è chi imita Lou Reed, Joe Cocker o Bon Dylan. L'unica possibilità per un italiano di riscattarsi è avere testi aggressivi. E il rock deride sempre il potere».


Prima volta  da solista a New York. Hai familiarità con la città?

«Molta, come tutti gli umani. Quante scene, quanti film sono girati qui? A qualunque latitudine conosciamo NYC grazie al cinema. Ma non solo. Nel 1983 vi ho realizzato un album con Garland Jeffreys, produttore portoricano-americano. Poi, vi ho suonato nel 1988, all'Apollo, in un concerto-progetto intitolato "Naples needs Harlem". Sul palco c'erano anche il sassofonista napoletano James Senese, la Nuova Compagnia di Canto Popolare, James Brown e The Temptation. Gli annali sicuramente riportano ancora qualche riferimento. Unbeliveable!»


Tra i tuoi successi c'è il brano "Il gatto e la volpe" del 1977.  Chi erano allora il gatto e la volpe e chi sono oggi?

«Mi riferisco al mondo della discografia, a quelli che addescano i giovani con l'ideale di diventare ricchi e famosi, facendo i cantanti o i calciatori. Oppure quelli che danno un distintivo di un partito politico. Oggi di gatti e volpi ce ne sono tanti».

Chi sono i furbetti del quartierino?
«Quelli che approfittano della stupidaggine della gente per trarre vantaggi e profitti. Ce ne sono dappertutto, anche a Wall Street».

Hai mai pensato di scendere in politica, come ad esempio Beppe Grillo?
«Ci sono diversi modi di scendere in politica. Se per fare politica si intende parteggiare per una fazione, non va bene. Politica significa evidenziare gli aspetti paradossali della nostra società. Per il momento mi limito a fare questo con le mie canzoni. Anche Beppe Grillo sarà costretto una volta che ha individuato i cattivi a schierarsi con i buoni, a meno che non si consideri lui soltanto il buono».

In un'intervista, racconti di volare sopra Central Park... Un sogno sempre ricorrente?
«Sì. Ogni tanto faccio dei sogni in cui volo. In quell'occasione ero a New York. Era notte e attraversare Central Park nell'oscurità non è consigliabile. E allora mi sono alzato in volo».

Tu racconti favole. Quale quella che si adatta di più a New York?
«La fantastica storia del pifferaio magico. Ho fatto un album nel 2005, uscito in Italia, e in cui parlo di questa storia che per New York la adatterei così: C'era una volta una città in cui tutti protestavano. Il sindaco non sapeva più che pesci pigliare e ad un certo punto disse: "Dobbiamo eliminare una spesa". Un consigliere propose di eliminare il fumo, ma un altro consigliere subdolo chiese di eliminare i gatti perchè lui era il capo della destabilizzazione. Sotto la città vera e propria ce n'era un'altra dove vivevano i diseredati, i disperati, tutti quelli che volevano rovesciare il potere della città di sopra e che erano alleati con i topi. Mandando via i gatti, i topi arrivarono all'arrembaggio. La città fu invasa, finchè in un posto lontano dalla Bowery si vede un personaggio strano che fa magia con la musica. Gli chiedono di salvare la città. Lui manda via i topi che si inabissano tutti quanti nell'Hudson River, nell'East River e al largo di Long Island. Ma quando quell'uomo chiede i soldi promessi, il sindaco dice: "Siamo seri, questi soldi possiamo darli ad uno scienziato, a un avvocato, a un politico. Tu sei soltato un suonatore". E allora lui porta via tutti i bambini».


Sei laureato in architettura. Hai mai esercitato?

«Sì, ho anche esercitato. Mi sono laureato con una tesi di urbanistica sulla ristrutturazione dell'area flegrea a Napoli con riferimento alle linee di trasporto collettivo. Se avete bisogno di me a New York sono a disposizione».

Sei sposato?
«Non sono sposato, anzi diciamo che lo sono. Ho una bimba di cinque anni, la mia primogenita che fa la primina e studia inglese».

Quindi sei diventato padre in tarda età...
«Ogni età è buona per diventare padre».


Ami i musical: quale andrai a vedere qui a NY?

«Voglio proporre il mio musical. In Italia negli ultimi tre anni è andato in scena "Peter Pan, il musical". La colonna sonora originale è mia. Adesso vorrei portare lo show a NY. Lo so che è come vendere i frigoriferi in Alaska, ma nessuna impresa è impossible. Le vie del rock sono infinite. C'è chi in America è riuscito a vendere i jeans... La mia è una impresa alla Indiana Jones. A New York cercherò di trovare un produttore a cui proporlo».