SPECIALE/A MANHATTAN APRE THE MUSEUM OF AMERICAN GANGSTER/Visita all’altra faccia dell’America

di Francesca Forzan

La locandina può confondere, annuncia “Happy in the poorhouse” by Derek Ahonen, il prossimo spettacolo del Theatre 80 di St. Marks Place, ma lì nel cuore dell’East Village, a Manhattan, dopo numerosi rinvii, a primavera aprirà i battenti il nuovo Museum of the American Gangster (MOAG).
Uno”speakeasy”, un ex bar clandestino, dove si mangiava, beveva e dove si vendevano illegalmente alcolici, gestito negli anni del Proibizionismo da Walter Sheib, gangster della mafia ucraina, che in un labirinto di stanze sotterranee offre ai visitatori uno spaccato di storia della criminalità organizzata americana.

Acquistato quarantasei anni fa dalla famiglia di Lorcan Otway, cofondatore e curatore del museo, l’edificio oltre che teatro, fu prima un ristorante, dove si esibiva il giovane Frank Sinatra, nonché, per qualche anno, dimora del politico rivoluzionario russo Lev Trotsky.
Il Museo dei Gangster si pone come la testimonianza di una lunga parentesi storica dell’America, quella del crimine organizzato, fatta delle storie e delle vite pubbliche e private, dei “grandi” gangster che il tempo, in alcuni casi, ha trasformato in leggende.

“Da sempre la cultura popolare ha amato i gangster, i criminali e tutti quei personaggi che hanno vissuto oltre i limiti del sistema”, spiega Eric Ferrara storico del crimine e direttore del MOAG, “ma l’obiettivo di questo nuovo museo non è mitizzare la malavita e la sua  storia ma raccontare i fatti attraverso documenti che mostrano realmente il ruolo del crimine nella formazione della cultura e della tradizioni di New York e degli Stati Uniti”.
“La figura del gangster appartiene alla cultura americana”, ha commentato Fred Gardaphe professore di studi italo americani al Queens College della City University di New York, “e chiunque ha il diritto di realizzare un museo di ciò che più gli piace, purché nei limiti della legge. Se si trattasse solamente di un museo di gangster della mafia italo americana allora le cose sarebbero diverse e potrei non essere d’accordo. Come ho scritto nel mio libro (“From Wiseguys to Wise Men; The Gangster and Italian American Masculinities”), il gangster è una delle figure più importanti della storia americana per il folklore e le storie che lo accompagnano, quindi non mi sorprende vedere che qualcuno sta cercando di fare dei soldi creando su questa figura un museo”.

Parte integrante della storia e della cultura non solo newyorkese ma dell’intero paese americano, la malavita in questo museo viene spiegata e raccontata attraverso testimonianze reali, di vita.  A farcele scoprire è Lorcan Otway, curatore del museo, che ci guida stanza per stanza fino ai sotterranei, lì dove sono state ritrovate le tracce più concrete di un passato che non è poi così lontano. L’ingresso del museo è un grande stanzone con il pavimento a scacchi bianchi e neri, è il vecchio bancone di un bar, la grande macchina da caffè, le foto in bianco e nero alle pareti, la storia degli anni d’oro della malavita riassunta in un pannello a muro, i vecchi articoli di giornale dagli anni ’50 in poi appesi alle pareti.

Poi uno spazio dedicato alle armi, dalle pistole “boot” con il calcio di legno usate dalla seconda metà dell’800, alla mitragliatrice “Thomson” degli anni ‘20, il famoso “Tommy”, immancabile “braccio destro” di ogni gangster che si rispetti, per arrivare alle moderne armi semiautomatiche.
Ma il MOAG  mette a disposizione dei visitatori anche un importante archivio storico – documentaristico e fotografico, oltre che lezioni di vero e proprio “slang’s gangster” il linguaggio in codice conosciuto solo dai veri criminali.

Caschetto protettivo in testa, Otway ci invita a lasciare l’ingresso per spostarci nei sotterranei. Qui sono conservati molti degli oggetti ritrovati nel corso dei lavori di restauro del locale durante i quali, all’interno di una cassetta di sicurezza ancora sigillata sono stati rinvenuti due milioni di dollari e resti di alcune ossa presumibilmente umane.
In un labirinto di stanze, tubi, passaggi murati e vie di fuga nascoste, sono stati ritrovati anche i resoconti patrimoniali di alcune delle grandi famiglie della criminalità organizzata,  le pagine di giornale utilizzate per incartare le mazzette di denaro oltre che molte delle allora introvabili bottiglie di birra e di whiskey importate illegalmente dal Canada durante il periodo del Proibizionismo, dal 1919 al 1933, quando negli Stati Uniti, era vietato fabbricare, trasportare e vendere alcolici.

Furono proprio questi gli anni che segnarono l’inizio dell’era dei grandi gangster americani, i mobster come vengono chiamati nello slang americano, che fecero di quello degli alcolici, del gioco d’azzardo e del racket della prostituzione, business criminosi e pericolosi. Il controllo su queste attività portò alla ribalta dell’opinione pubblica nomi di gangster vicini ad organizzazioni criminali italiane, ma anche irlandesi, ucraine, sud americane, cinesi, sempre più legate ai crimini efferati a alla lunga scia di sangue che ricopriva in quegli anni le strade di New York. “L’idea del museo”, spiega Eric Ferrara, “nasce proprio dalla volontà di dare una testimonianza viva di ciò che è il mio libro ‘A guide to Gangsters, Murderers and Weidors of New York City’s Lower East Side’, in cui ho studiato la storia della criminalità negli anni del proibizionismo nel Lower East Side dove viveva la mia famiglia di origini siciliane, da parte di mio padre, e ucraine, dalla parte di mia madre”.
Proprio New York City, infatti, in particolare i borough di Manhattan e Brooklyn, erano diventati in quegli anni il quartier generale per la nascita di nuovi sistemi violenti e criminosi, nonché luogo di riferimento centrale per le organizzazioni mafiose degli Stati Uniti.

“Quando si crea il museo di qualcosa”, ha commentato Joseph Sciorra, del John Calandra Italian American Institute della Cuny, “lo si fa perché si pensa che quella cosa sia ormai morta, che sia storia, che faccia ormai parte del passato e non del nostro presente. Questa è la ragione che ha portato alla nascita di questo museo che diventa così occasione per gli americani e anche per i turisti di conoscere un pezzo di storia e di cultura americana. Negli Stati Uniti è nato un museo per ogni cosa, dalle scarpe, ai vestiti, dunque può esserci anche quello dei gangster”.
“Mi appello al Quinto emendamento”, commenta scherzoso Joseph Scelsa, fondatore e presidente dell’Italian American Museum di New York, “è troppo presto per dirlo ma potrebbe essere un interessante oggetto di indagine sulle sue radici e gli effetti nella società. Spero non sia un tentativo di sensazionalismo, a spese della comunità italiana o di altri”.

Ma la storia delle organizzazioni criminali americane si è fatta soprattutto lungo le strade e tra le mura degli edifici di New York ed è per questo che il museo mette anche a disposizione dei tour organizzati per turisti e scolaresche nei luoghi che “sono stati” della mafia americana. Tra questi il tour “Nascita del crimine organizzato a  New York” che propone la visita ai luoghi “cult” della mafia americana, case, quartieri, strade, cari a personaggi come “Lucky” Luciano, Meyer Lansky, “Bugsy” Siegel. Per 25 dollari e 3 ore di camminata, sarà possibile attraversare il Lower East Side incrociando il quartier generale della Five Points di Paul Kelly, la casa dei loro rivali, la “Jewish Eastman Gang”, quella del “Boss dei Boss” dell’era del Proibizionismo e molte altre curiosità.

 “Non c’è alcuna radice etnica precisa alla base della criminalità organizzata”, ha commentato Anthony Tamburri, preside del John D. Calandra Italian American Institute del Queens College-Cuny. “Bisogna ammettere che il gangster negli Stati Uniti, per bene o male che sia, ha rimpiazzato il cowboy, come ha giustamente notato lo studioso Gambino già nel 1974 nel suo libro ‘Blood of My Blood’. Se tuttavia, da generico  ‘Museum of The American Gangster’ si avesse a che fare con un “Mafia Museum,” come infatti alcuni lo hanno già chiamato per sbaglio, ci sarebbe da discuterne seriamente la ragion d’essere”.

L’apertura del museo ha suscitato, infatti, non poche polemiche all’interno della comunità italo americana preoccupata che retaggi di un passato che ormai sembra lontano possano ancora turbarne l’immagine.
“Come presidente della Commissione per la Giustizia Sociale per l’Ordine dei Figli d’Italia in America”, dice Stella Grillo, “protesto vivamente contro l’apertura di questo museo. Anche se chi l’ha voluto ha detto che rappresenta la storia dei gangster americani, la maggior parte di loro hanno quanto meno origini italiane. Anche grazie a film come ‘Il Padrino’ o ‘I Sopranos’ l’immagine del gangster italiano è diventata ‘Hollywoodiana’. Ogni gruppo etnico ha le sue organizzazioni criminali e molte di queste sono rappresentate all’interno del museo, tuttavia la popolarità di film e storie come quelle della cinematografia americana hanno portato a far credere a molti americani che la maggior parte degli italo americani siano in qualche modo legati alla malavita. È per questo che non siamo d’accordo con la sua apertura, perché continuerà a diffondere quest’immagine negativa degli italo americani. Le storie del crimine coinvolgono solo una percentuale bassissima di italo americani, circa lo 0,25%”.

Dello stesso parere anche Joseph Sciame, presidente dell’Italian Heritage & Culture Committee, che si è detto contrario a qualsiasi concetto di museo che promuova la figura del “gangster”. “In questo caso, ha aggiunto, sono particolarmente sfavorevole perché rinforza un problema sistemico della nostra società che è esistito per troppo tempo e in cui italiani e americani sono in qualche modo stati legati. Sarebbe stato meglio sottolineare i valori che da sempre caratterizzano la maggior parte degli italiani in America da quelli per la famiglia, a quelli per il forte senso religioso, alla grande dedizione per il lavoro, per l’istruzione, per la solidarietà. Un messaggio sbagliato può in questo modo coinvolgere anche le brave persone e contro questo io e molti altri ci siamo sempre battuti”.

Di natura meno “filologica” invece, le proteste di John “Cha Cha” Ciarcia, “sindaco non ufficiale di Little Italy” proprietario di un noto ristorante nello stesso quartiere, nonché attore protagonista nel ruolo di Albie Cianfione nella famosa serie televisiva de “I Sopranos”. “ Il Museo dei Gangster sarebbe dovuto sorgere a Little Italy”, ha commentato dalle pagine del New York Post, “e io dovrei essere tra i suoi fondatori”. Proprio da Little Italy parte la risposta al MOAG di John “Cha Cha” Ciarcia, che ha organizzato a partire da marzo dei veri e propri ‘Mob Tour’ in pullman attraverso i luoghi frequentati dai gangster più conosciuti, dalla casa di Lucky Luciano ai luoghi della criminalità resi famosi dalla cinematografia.