A modo mio

Non è ancora il fondo

di Luigi Troiani

Il nostro paese appare sempre più stravolto e irriconoscibile. Siamo in troppi, ormai, a stupirci della serie irritante e inarrestabile di fatti che ce lo rendono estraneo, esotico. E dico esotico perché siamo tuttora alla commedia, non alla tragedia, Dio ne scampi. Della tragedia abbiamo avuto un assaggio quando un pazzerellone, mesi fa, ha scaraventato il duomo di Milano sul capo del primo ministro. Ci è andata bene in quell’occasione, ma il clima politico e sociale che sta venendo su non promette niente di buono. Mentre scrivo, è in corso lo sciopero generale, questo sabato è toccato alle opposizioni scendere in piazza; per il prossimo sono prenotati i partiti di governo.

Siamo passati dal fattore K, che il bravo Ronchey inventò per dire che la democrazia italiana era bloccata da un partito comunista inservibile per l’alternanza, in tempi di guerra fredda, al fattore I che sta per Italia in mano a politici Incapaci.

Disponiamo di forze di governo, in continua fibrillazione per scandali sessuali e finanziari, che non riescono a presentare in modo corretto le liste elettorali nelle due regioni più rilevanti d’Italia, Lombardia e Lazio. E di oppositori che, anche per essersi spediti a casa da soli quando erano stati eletti a governare, sono ritenuti inaffidabili dalla grande maggioranza del popolo.

   Un episodio che esemplifica dove ci troviamo, è il confronto verbale che ha opposto il presidente del Consiglio al freelance Rocco Carlomagno, durante una recente conferenza stampa. Sotto il sorriso stereotipato e la gentilezza formale,  si è visto un Berlusconi irritabile e beffardo, nettamente al di sotto della dignità richiesta a un capo di governo. C’è una frase, nell’alterco tra i due, particolarmente fastidiosa. Dopo aver qualificato il freelance che avanza domande senza invito e fuori dall’ordine prefissato, come “villano” e “provocatore”; dopo aver comunicato al Carlomagno “sarà denunciato penalmente, credo” dal dottor Bertolaso, “si sta rendendo non solo volgare ma ridicolo”, “si vergogni”, dopo aver chiesto che il freelance fosse “accompagnato gentilmente” alla porta, Berlusconi dice “Io capisco che lei sia così arrabbiato. E sa perché? Perché penso che per tutta la mattina se va a pettinarsi davanti lo specchio, si vede e si è già rovinato la giornata”.

   Solo una giornalista, tra i tanti colleghi presenti, ha contestato al presidente del Consiglio il suo linguaggio. Ho pensato a quanto diceva Joseph Pulitzer un secolo fa parlando alla Columbia: “La moralità è tutto. Per me un giornalista privo di moralità è privo di tutto”. Ovvero, un giornalismo che flirti con il potere, bianco nero o rosso che sia, manca al proprio dovere morale di vigilare sui governanti, nell’interesse del pubblico che gli attribuisce credito e fiducia. Sarebbero bastate quattro paroline per risolvere la querelle sulle irregolarità elettorali, che tante tensioni stanno causando in casa nostra: Dura lex sed lex (Le regole sono dure, ma sempre regole sono). Di quelle irregolarità e dei provvedimenti nel frattempo assunti dalle magistrature competenti, i nostri politici hanno invece fatto  occasione di ulteriore contenzioso; con rare eccezioni la stampa si è accodata. Ricordino tanti colleghi, apparentemente poco gelosi della loro autonomia professionale, quanto scrisse François-René de Chateaubriand in Memorie d’Oltretomba il 16 novembre 1841: “la libertà che capitola o il potere che si avvilisce non ottengono mai mercé dai loro nemici”. Non siamo ancora al fondo: se e quando registreremo il rimbalzo, ci sarà bisogno di energie intellettuali capaci e libere.