Libera

La pedofilia e il Papa

di Elisabetta de Dominis

Dopo gli abusi nel coro di Ratisbona, diretto dal fratello del Papa, emersi una settimana fa, è ora il Papa ad essere nel mirino: c’è un nuovo caso di pedofilia, avvenuto quando era vescovo della diocesi di Monaco. Ovviamente, anche in questo caso, era all’oscuro di tutto. E ha ancora il coraggio di sostenere il celibato dei preti e di opporsi all’uso di pillola e preservativi, come pochi giorni fa dopo l’istallazione di un distributore automatico in una scuola di Roma. Quello che ripugna di più è che consideri la pedofilia “un errore di pochi” che non deve compromettere il servizio della maggioranza dei sacerdoti.

Ma che si vergogni: usando il termine “pochi” sembra quasi voglia minimizzare il delitto. Perché di delitto si tratta. E ne è colpevole anche lui: primo perché affronta il problema in modo così ipocrita, secondo perché non decide di dare addio al celibato per i sacerdoti. Che non fu ispirato da Gesù Cristo, ma dall’interesse della Chiesa, intorno all’anno mille, a non depauperarsi del patrimonio dei preti i quali fino ad allora potevano sposarsi. L’annelluccio del Papa e le altre prebende andavano ai loro figli, anziché alla gloria di Dio, cioè al benessere della Chiesa, quella Chiesa così omertosa verso i confratelli proprio perché sono loro la sua famiglia.

Il sesso è stato considerato il male in quanto, appunto, sarebbe stato disgregante. Ma le pulsioni represse tra i preti che – come ha scritto Vittorio Feltri sul Giornale – non hanno nemmeno più una perpetua a disposizione per soddisfare un peccatuccio veniale, si sono rivolte con morbosità verso gli allievi. E’ questo allora il peccato mortale: abusare di giovani, ergendosi ad educatori e moralisti che predicano da un pulpito. Ma ammettere che la castità è impraticabile per la Chiesa equivale ad ammettere che il male e il bene convivono negli esseri umani, che Dio e il diavolo sono solo due facce della medesima divinità. E che ognuno potrebbe decidere di preferire come divinità il diavolo. Questo peraltro è già una realtà.

Aprano gli occhi là, in Vaticano: come il diavolo spopola nelle loro sacrestie, così sta andando alla grande nella nostra società. Le cose proibite sono sempre le più desiderate. E non è che, predicando una falsa morale, si argina il fenomeno. Anzi, anche le persone rette si disaffezionano.
La lascivia dei religiosi, che sono sessualmente frustrati, è percepibile già ad un bimbo piccolissimo. Si salvano i sacerdoti che non hanno pulsioni sessuali o al massimo peccano di golosità. Ammesso che questi siano la maggioranza - e sarà così visto il gran numero di amanti del cibo anche tra i laici – tuttavia anche una sola mela marcia rovina la torta più buona. Sta alla Chiesa provvedere immediatamente a modificare la ricetta del suo impasto, se ha a cuore che non venga considerato cattivo. Come il diavolo.

Ma come fa la Chiesa a pretendere una forza morale che non riesce a trasmettere più con il buon esempio e con un pensiero puro? C’è l’intera società da esorcizzare, cominciando dalle bestemmie e parolacce varie usate, soprattutto quelle sessuali, a fini liberatori. La lingua batte dove il dente duole. Perciò per diventare buoni, bisogna potersi liberare dal tabù del sesso.  Sesso che non è materia infernale, ma vitale perché alberga nelle fibre del nostro corpo. Il quale, se non può soddisfarsi, trasforma nelle fantasie sempre più trasgressive il divieto, ammalandosi. Ecco allora che l’uomo scende negli inferi della sua miseria intellettiva e calpesta la propria coscienza. La chiamiamo animale perché segue il proprio istinto senza raziocinio.

Ma non è vero, perché il nostro pensiero è solo deviato. Allora il pentimento, la confessione, la richiesta di perdono sono un’ipocrita giustificazione al nostro peccare che ha così garanzia di salvezza. Sempre e comunque, a scapito del nostro prossimo, talvolta totalmente indifeso perché troppo giovane per essere nell’età della ragione.

Risalire, rivedere la luce, risorgere sono anche un messaggio cristiano: cerchiamo di recepirlo.