Google e la divina lettura

di Gabriella Patti

La notizia è indubbiamente bella e ha ragione Sandro Bondi, ministro per i Beni culturali, a definirla “storica”. È una di quelle notizie che crea entusiasmo ma anche qualche perplessità.

Parlo dell’accordo tra il governo italiano e il motore di ricerca americano Google, il primo in assoluto con uno stato, che permetterà di digitalizzare e mettere in rete, a disposizione di tutti, oltre un milione di volumi non sottoposti a diritto d’autore, cioè pubblicati prima del 1868 e provenienti dalle biblioteche di Roma e Firenze. C’è veramente il meglio della nostra cultura, un regalo clamoroso ai bibliofili e ai semplici amanti della cultura: Dante, Petrarca, Leopardi, Manzoni, ma anche Galilei, Vico. E ancora: rarissime opere scientifiche e artistiche, erbari e farmacopee. Tutto online, tutto gratis, pronto nel giro di due anni. E per di più, il necessario lavoro di “scannerizzazione” creerà occupazione per un centinaio di ragazzi. Tra l’altro, da parte di Google - che sempre più si sta imponendo come il primo e onnipresente tra i Grandi Fratelli - la spiegazione delle ragioni all’origine dell’intesa è promettente: «Ci siamo accorti di essere troppo anglosassoni, ci mancava tutto un mondo della cultura» ha ammesso nel corso di una conferenza stampa a Roma l’indiano Nikesh Arora, responsabile delle vendite mondiali dello sviluppo del business. E che mondo! Giustamente Mario Resca, direttore generale per la Valorizzazione dei Beni Culturali, ha sintetizzato: «L’accordo sancisce l’incontro tra il Paese leader della cultura nel mondo e il leader dei contenuti online». Anche se già accordi di tal genere sosno stati realizzati con altre  otto biblioteche non di cultura anglosassone, prima fra tutte quella bavarese.   

Ma allora, se è tutto tanto bello e giusto, cos’è che alla fine mi lascia perplessa? Vediamo. Per cominciare, sì lo confesso, il mio sia pur tranquillo amor di patria ne esce un po’ mortificato. E’ vero che da anni vado provocatoriamente sostenendo che, per valorizzare sul serio lo straordinario, sterminato e unico patrimonio artistico del nostro distratto Paese e dei suoi mal gestiti musei bisognerebbe affidarlo a dei curatori americani, che sono probabilmente i migliori. Ma una cosa sono le chiacchiere e gli sfoghi da salotto. Ben altra cosa è toccare con mano questa nostra incapacità. Non capisco: digitalizzare e scannerizzare sono tecnologie oggi alla portata di tutti. Lo stesso Arora ha minimizzato il costo della digitalizzazione: non i cento milioni di euro di cui hanno parlato le autorità, «ma molto, molto meno».

 Non si poteva fare allora noi in casa un portale “italiano” dove mettere tutti questi volumi italiani? E poi sì, magari fare un accordo internazionale con Google, che è certamente il numero uno, per favorire l’accesso al portale medesimo tramite link dedicati? Ma c’è dell’altro. Gli antichi testi italiani verranno anche tradotti in inglese. Benissimo. Peccato però che - sentito con le mie orecchie dal soddisfattissimo mister Arora - le traduzioni verranno effettuate dal servizio di Google con una traduzione «non pedissequa». Penso, mi auguro proprio, che questo non significhi che i testi verranno automaticamente sottoposti alle terribili - e spesso comiche - “interpretazioni” dei motori di traduzione presenti sul web. No, sono sicura che non si arriverà a tanto. Ma sono altrettanto sicura che è possibile che i testi rischino grosso. In questo caso, ancora una volta, l’eccessiva informazione - il vero problema dei nostri tecnologici tempi -  potrebbe divenire la perdita di conoscenza e di saperi che è responsabilità di tutti, privati e Stati, mantenere.