PUNTO DI VISTA/Bravo Nelson, grazie Clint

di Toni De Santoli

"Invictus” è arrivato anche in Italia e il successo è stato - è – enorme. Clint Eastwood ha fatto ancora una volta centro. Il regista Eastwood va ripetutamente a segno come ripetutamente ci andava l’Eastwood attore di “Per un pugno di dollari” e di altri memorabili western all’italiana, insieme a “Callaghan”, a “Josie Welsh”… E sapete perché? Perché il personaggio è sincero, è autentico. Perché non teme l’impopolarità e non segue l’’opinione comune’. Poiché affronta temi che potrebbero anche non sollevare entusiasmo fra gli americani, ma poi quell’entusiasmo fra gli americani lo sollevano, il consenso lo raccolgono, il favore lo trovano subito. Nessun altro aveva avuto l’idea di realizzare un film sulla vita di Nelson Mandela, padre della patria, padre del Sudafrica uscito dall’Apartheid. Un film sulla più grande opera compiuta dal leader nero e giunta in mezzo mondo come una sorpresa. Ma qual è quest’opera così grandiosa, questa vittoria che sotto tantissimi aspetti dovrebbe essere d’insegnamento a Stati, Governi, Popoli? E’ presto detto: Nelson Mandela ha risparmiato al Sudafrica un bagno di sangue maggiore del bagno di sangue (bianco) che nel quadro della de-colonizzazione avvenne in Congo fra il 1960 e il 1964; maggiore di quello provocato dal Terrore nella Francia dei Robespierre, dei Saint-Just.

Mandela per raggiungere il proprio, nobile scopo aveva tuttavia bisogno di un mezzo. Ma ogni uomo, ‘piccolo’ o ‘grande’ che sia, ha bisogno di un mezzo con cui tentare di vincere la propria battaglia. Non può farne a meno. Esso gli è indispensabile. Al vecchio capo dell’”African National Council” e neo-presidente della repubblica sudafricana, servivano uno strumento, un simbolo, un ‘credo’ con cui saldare in un solo organismo neri, bianchi, meticci, indiani. Questo strumento, questo simbolo, questo ‘credo’ lui li indicò subito nel Rugby, sissignori, nel Rugby, cari lettori che nemmeno sapete che cosa sia il Rugby poiché i tre grandi ‘network’ statunitensi ci dicono che questo gioco in America non farebbe ‘cassetta’… Magari col tempo la farebbe, ma loro sono appunto convinti del contrario…

Il Rugby in Sudafrica è lo sport dei bianchi. E’ lo sport dei boeri, dei Du Plessis, Du Randt, Botha, Erasmus, Pretorius, Van der Westhuizen, Burger, Kriege, Kruger, Stein, Steenkamp. E’ lo sport del “White Power”. Ancora nel 1994 l’ala della Nazionale sudafricana James Small a brutto muso trattava così l’ala di colore Chester Williams: “Perché mai ti intestardisci a praticare il nostro gioco?? Questo non è il tuo sport! Vai a giocare a Calcio!!”. Ma intorno al 1993-1994, nell’imminenza quindi della Coppa del Mondo del 1995 in Sudafrica, la grande intuizione di Nelson Mandela - intuizione figlia di una nobiltà d’animo che tuttora ci commuove – è proprio questa: unire neri di varie etnie, bianchi di stirpe boera, bianchi di stirpe inglese, meticci di ‘sfumature’ varie grazie allo sport fino ad allora indicato come l’espressione più eloquente, più solenne, del “White Power”.

Morale: Mandela s’inchina al Rugby ed è così che lui conquista il Rugby, conquista l’anima del Sudafrica boero grato di tanto rispetto nei suoi confronti. Il suo inchino tuttavia è il gesto del forte, non certo del debole, e questo non sfugge ai boeri, che quel gesto lo apprezzano. Non sfugge certo al capitano della Nazionale sudafricana François Pienaar (Matt Damon nel film), il quale capisce all’istante che il presidente nero, il ‘terrorista’ d’un tempo, l’irriducibile ‘agitatore’, il vecchio carcerato, è animato da una volontà sola: tutelare tutti i sudafricani, neri, Zulù e non Zulù, boeri e anglosassoni. Il Sudafrica vince a Johannesburg la Coppa del Mondo. Lo stadio è gremito di neri che fino a una o due settimane prima (o anche meno), mai avevano visto un incontro di Rugby… Mandela stesso fino a un mese o due prima aveva un’idea piuttosto vaga del “buffo” gioco con la “buffa” palla ovale… Lui è il vincitore per il quale non ci sono vinti. Che lezione!
Thanks, Mr. Eastwood!