CINEMA/DOCUMENTARI/Cittadini si nasce o si diventa?

di Georgiana Turculet

Il 4 Marzo il Calandra Italian American Institute della City University di New York ha ospitato lo screening di “Merica”, un documentario di Federico Ferrone, Michele Manzolini e Francesco Ragazzi. Il tema dello screening e la successiva discussione vertevano intorno alla domanda sollevata: “Se la nazionalità non produce un senso di cittadinanza e di appartenenza, allora cosa produce?”

L’analisi del documentario, i cui registi sono in realtà degli scienziati della politica, è stata condotta tra due processi di migrazione , entrambi italiani. Il termine “italiano” viene  così valutato nei suoi profondi connotati, nella prima migrazione di italiani verso il Brasile nel XIX secolo, e la seconda migrazione più recente, quella dei brasiliani di origine italiana in Italia.  I cosiddetti “migranti di ritorno” attratti dall’Italia da un senso di appartenenza si scontrano con delle pratiche sociali difficili al fine dell’integrazione, riservando loro il titolo di autentici “outsider” o per dirla all’italiana , “di semplici extracomunitari”.

La problematica introdotta dal film verte sulle ragioni per cui questi “italiani di ritorno” in patria, nonostante siano riconosciuti ufficialmente dallo stato italiano come Italiani , non trovano lo stesso riconoscimento nella vita di tutti giorni da parte dei loro connazionali nativi. La trama si dispiega nelle realtà fattuali dei processi di migrazione, ed il principale è il seguente: “cosa significa essere Italiani?” In entrambe le situazioni di migrazione presentate “essere italiano” determina dinamiche di inclusione o di esclusione basate sulle politiche degli stati in questione. Ad esempio, gli italiani emigrati in Brasile nell’Ottocento hanno acquisito la cittadinanza brasiliana ius domicilii, in base alla loro residenza nel paese di arrivo dopo due anni. La legge italiana invece include automaticamente nel concetto di “nazione” chi per sangue, iure sanguinis, è affine. “I nostri nonni sono partiti dall’Italia perché erano molto poveri e così sono andati in Brasile per raccogliere il caffè, facendo una vita da schiavi…” viene narrato nel documentario. I discendenti di quegli emigranti del XIX  secolo, sono oggi circa venticinque milioni distribuiti principalmente fra Brasile, Argentina e Uruguay,  e molti di loro tentano il cammino inverso, ossia pur non conoscendo nulla dell’Italia odierna, anche se le loro origini italiane sono risalenti ai trisnonni, alcuni di loro vogliono fare rientro nella patria dei nonni.

Cosa succederà realmente con le migrazioni nell’Italia odierna ci ha parlato il Fulbright-Schuman Scholar Guido Tintori, nella discussione seguita alla proiezione. Lo studioso esperto di politiche migratorie e in particolare nelle relazioni transatlantiche, ci ha fornito un’analisi fondata sui dati delle sue ricerche per aiutarci ad interpretare la tradizione italiana di attribuzione della cittadinanza iure sanguinis (per sangue), a scapito dell’acquisizione ius soli (per nascita)o ius domicilii (per residenza).


Ci può spiegare brevemente che atteggiamento ha lo stato italiano rispetto alla naturalizzazione nei tre modi iure sanguinis, ius soli o ius domicilii?

«Chi è discendente italiano, anche di sesta generazione può attivare in automatico la cittadinanza italiana. Nessun requisito viene richiesto ai fini dell’attivazione, a parte dimostrare che l’antenato a cui si fa riferimento non abbia rinunciato volontariamente alla cittadinanza italiana. Mentre non è prevista in Italia la procedura ius soli, ossia i bambini che nascono sul suolo italiano da genitori stranieri non diventano cittadini come invece succederebbe in Francia o negli Stati Uniti, ma possono far domanda soltanto in età maggiore, a condizione di aver compiuto una serie di requisiti, come ad esempio aver avuto una residenza italiana nel momento della nascita e non aver mai lasciato il suolo italiano durante i 18 anni. Queste condizioni provocano, come spiegano le statistiche una difficoltà o spesso impossibilità di naturalizzazione da parte degli stranieri nati in Italia, rimanendo stranieri per sempre, anche avendo avuto soltanto l’Italia come riferimento socio-culturale . La procedura è analogamente difficile per gli stranieri che risiedono in Italia: devono risiederci per minimo 10 anni, dimostrare un determinato reddito, ecc, in seguito si fa domanda della cittadinanza. La procedura è comunque discrezionale anche dopo la dimostrazione di tali requisiti, quindi, la naturalizzazione può essere loro negata».


Quali possono essere le problematiche di questa procedura italiana di naturalizzazione?

«Il primo problema riguarda l’emigrazione di ritorno che viene incentivata sotto forma di “programmi di rientro” da alcune amministrazioni governate dalla Lega Nord, ma non solo. Ossia, lo stato italiano garantisce la cittadinanza dal punto di vista legale ai discendenti, ma come spiega il documentario, non è scontato che questi italiani di ritorno, che non conoscono la lingua, la cultura, che non hanno mai avuto contatti con l’Italia possano vivere da italiani. Infatti, è nello scenario delle pratiche sociali di tutti i giorni, che i discendenti vivono la delusione vera, perché vengono emarginati, percepiti come dei “semplici extracomunitari”. La maggior parte dei discendenti italiani quindi si naturalizzano in Italia per scopi utilitaristici, ossia per usare il passaporto italiano per emigrare in altri paesi europei o negli USA. Per quanto riguardano gli stranieri che risiedono in Italia, la procedura legale è all’opposto discrezionale, molto difficile e lunga».


Rispetto alla società sempre più multiculturale italiana, come vede la procedura che l’Italia sta ancora oggi adottando?

«La legge è inadeguata, ossia troppo sbilanciata: c’è un eccesso di “generosità” per i discendenti, mentre è troppo “severa” con gli emigranti residenti o nati sul suolo italiano. L’Italia, insieme all’Austria, ha le politiche legali più dure per l’integrazione degli stranieri “non di sangue” nel panorama delle democrazie liberali. Il problema reale di questa politica è che minaccia la coesione sociale e non produce integrazione. Gli immigranti “non di sangue” oggi in Italia costituiscono il 10% del PIL nazionale, fanno più figli degli italiani, ma non partecipano alla vita politica, mentre il voto è il primo atto di una società civile. Sono messi in condizioni di quasi impossibilità di naturalizzazioni da queste leggi che creano programmi di ritorno per i discendenti italiani, mentre per loro creano situazioni sempre più dure».

Ecco quindi le false promesse “Made in Italy”: i discendenti riconosciuti come italiani solo legalmente, mentre gli stranieri non di sangue riconosciuti solo economicamente.
                                                 G.T.