IL PERSONAGGIO/ CINEMA & TEATRO/Il “figlio” di Van Gogh

di Gina Di Meo

Immaginate che Van Gogh avesse avuto un figlio che fosse divenuto un genio nell’arte dell’origami”. Così lo scorso anno il celebre New York Magazine di Andrea Mastrovito a proposito della sua mostra alla Foley Gallery nel cuore di Chelsea, il quartiere degli artisti. Andrea, a soli 32 anni, è uno dei rari esempi italiani che può essere già considerato “collaudato”. Con una carriera più che decennale alle spalle, dopo passaggi nei musei e gallerie più importanti d’Europa e naturalmente New York, Andrea può essere considerato un mago della carta, un artista che crea capolavori con semplici materiali e che all’occhio, per la perfezione con cui sono realizzati, sembrano opere pittoriche o fotografie. E il 5 marzo, con l’apertura della sua personale all’Istituto Italiano di Cultura, mentre la Grande Mela è nel vivo dell’Armory Show, una delle più importanti manifestazioni degli Stati Uniti sulle arti figurative dedicata alla migliore produzione contemporanea, Andrea ha lasciato un altro segno con le sue creazioni. “La tomba di John Holmes” e un’installazione dedicata al centenario di un quadro di Umberto Boccioni, “La città che sale”, due opere che parlano di Futurismo, dell’idea di movimento e dell’impossibilità di fermarlo. “La tomba di John Holmes” è stata realizzata con 500 minienciclopedie di botanica, disposte in cerchio che formano una perfetta aiuola.

«I miei soggetti - ha spiegato Mastrovito - sono ispirati da una continua riflessione sulla natura e sul ciclo della vita. Questa installazione è nata per caso, da un’idea per un regalo per la fidanzata di un mio amico. Ho preso un libro di Degas e ho provato a sollevare le figure delle ballerine. Poi invece ho pensato ai fiori, in particolare al ciclo fiore, albero, carta, libro, fiore. Ho cercato tra centinaia di libri prima di trovare quello giusto». L’opera dedicata al quadro di Boccioni, invece, è stata realizzata interamente con nastro isolante e 41 modelli di macchinine, tutte portate dell’Italia. È una celebrazione del mito della velocità e l’effetto creato dalla sovrapposizione del nastro isolante è totalmente pittorico.

Andrea Mastrovito si è diplomato all’Accademia Carrara nel 2001 ed è entrato subito nel circuito delle mostre. Il suo percorso artistico ha avuto varie fasi, passando dalla pittura acricilica, all’uso delle bombolette spray su tela, allo stencil per approdare infine alla carta. «Ad un certo punto - continua Andrea - mi sono reso conto che la carta non era più uno strumento (il materiale tagliato per realizzare la maschera normografica, ossia lo stencil, ndr), bensì materia prima. La matrice cartacea con cui realizzavo le opere è diventata la parte principale del lavoro».

Un lavoro che nel 2007 gli è valso il Premio New York, ossia una borsa di studio per giovani artisti emergenti italiani, e di trasferirsi l’anno successivo nella Grande Mela con una full immersion nella attività culturali della città.
«In un anno - commenta - sono passato dalla galleria al museo, ho realizzato tre mostre, ma è a Bergamo che ricarico le pile. Mi piace vivere nella città in cui sono nato e cresciuto e usarla come base per poi viaggiare e lavorare in altre città. Il mio obiettivo è quello di raggiungere la gente con le mie opere, ritengo che l’arte debba essere di tutti, l’importante è che sia in grado di dire qualcosa, di far passare un messaggio».

Tra le altre cose, lo scorso anno Andrea ha realizzato un’installazione in carta nell’atrio del Museum of art and design di New York, “Non ci resta che piangere”. Nello stesso posto esponevano artisti rinomati come Kara Walker, Tom Friedman e Olafur Eliasson. Mentre oggi (6 marzo per chi legge, ndr) in Belgio si apre una collettiva di artisti internazionali alla quale partecipa anche l’artista bergamasco con una videoinstallazione.
Tra i suoi progetti futuri ci sono un libro, una sorta di manuale per giovani artisti ed un film con un altro artista bergamasco, il regista Marco Marcassoli.