PUNTO DI VISTA/La Rai insulta? E io pago

di Toni De Santoli

L'altro giorno mi sono sentito rapinato in modo più brusco e sfacciato del solito. Mi è arrivata infatti un’intimazione di pagamento, sotto due voci, per un totale di 250 euro, pari, se non vado errato, a 400 dollari circa. Era la Rai, attraverso l’Agenzia delle Entrate, a pretendere quella non indifferente somma di denaro. Esigeva, ancora una volta, a suo beneficio, il versamento riguardante l’ormai famigerato cànone d’abbonamento. Un versamento appesantito, a quanto pare, dalla morosità mia e di mia moglie. Ho pagato. Ho pagato per non avere storie, fastidi, seccature. Ho pagato, appunto, 250 euro, uno sull’altro. Io che da oltre dieci, se non quindici anni, non seguo nessun programma della Rai. Non mi piace la Rai. Trovo che diseduchi, anziché educare. Trovo che alimenti il cattivo gusto. Trovo che, piuttosto spesso, insulti l’intelligenza umana, il senso di decenza umano. Sanremo, i quiz, i programmi cosiddetti “di varietà”, tutto quel Calcio strillato, volgare, incessante; eppoi gli astronomici compensi a conduttori, presentatori, ospiti ‘di lusso’: è uno sconcio, una vergogna, un disonore. Repetita iuvant: da tempo immemorabile non seguo la Rai poiché il suono stesso del suo nome quasi mi procura l’orticaria, eppure sono costretto a consegnare denaro mio alla Rai. Sono costretto a pagare per ciò di cui non usufruisco perché non voglio usufruirne.

Se la Rai a un tratto sparisse, sparisse per sempre, non ne sentirei affatto la mancanza. Ma intanto devo seguitare a ingrassare i già pingui signori della tv di Stato… Vi sono obbligato. Mi ci obbliga la Legge. Lo Stato italiano mi impone di portare acqua al mulino della Rai… Questa, cari lettori, è una misura satrapesca. È una norma da Stato dittatoriale. È un modo di fare che riflette tutta la tracotanza, tutta la prepotenza presenti in certo ‘carattere’ italiano: io solo posso, io solo dispongo, tu altro non devi fare che obbedire; io stabilisco a che gioco si debba giocare e le regole del gioco sono quindi io a dettarle, tu devi soltanto adeguarti, ti piaccia o no; il più forte sono io e posso dimostrartelo come e quando voglio. Tracotanza? Prepotenza? Peggio ancora: questa si chiama protervia. In base a questo macroscopico artificio, in altre parole il mio denaro è destinato “anche” a quel signor Minzolini, direttore di non ricordo nemmeno quale Tg (sempre che di Tg si tratti…), il quale sul terreno della piaggeria verso i potenti, supera perfino Vincenzo Monti, il poeta (…) del Sette-Ottocento… È questo che non tollero. È questo che non posso tollerare. È questo che in me provoca indignazione. La Rai non mi offre i programmi (me li offre per fortuna un’altra rete), i temi, le idee che parlano al mio cuore e alla mia mente. Io non rientro nella “categoria” degli italiani ai quali essa si rivolge. Per lei è come se io nemmeno esistessi. È come se altri italiani, simili a me, nemmeno esistessero.

È stato sempre così, ma ora la misura è colma e meno male che “Oggi 7” dà voce anche a uno come me, che su Rai Uno alle nove di sera vorrebbe seguire un gran bel film con Aldo Fabrizi o Fosco Giachetti, ma questo non è possibile: Fabrizi e Giachetti sono fuori moda, non interessano a nessuno… La storia, sì, è vecchia: un tempo la Rai sputava anche su ciò in cui credevano italiani come me, il fascismo, per esempio. E giù palate di fango sul fascismo, tutti i giorni, per anni e anni. Pagavi il cànone per essere insultato, dileggiato, offeso. Senza ritegno. Delle gravissime tensioni che avvelenarono l’Italia fra gli Anni Sessanta e Settanta, la Rai figurava fra i responsabili. Fra i massimi responsabili.

Appunto, io che neppure so a che ora va in onda il Tg della sera, ho pagato i 250 euro… L’ho fatto per risparmiare a mia moglie e a mia figlia, un domani, l’onta, la terribile onta, del pignoramento a opera degli ufficiali giudiziari.