IL FUORIUSCITO/La discesa continua

di Franco Pantarelli

Quando queste parole saranno stampate il pateracchio che quelli del “fare” hanno combinato sarà stato risolto, probabilmente, in un modo o nell’altro. Può darsi che il pio Roberto Formigoni abbia già trovato il modo di far finta che le firme che accompagnavano la sua terza candidatura al governo della Regione Lombardia erano corrette e che la popolaresca Renata Polverini abbia trovato il modo di far finta che la lista che deve sostenere la sua candidatura al governo del Lazio sia stata presentata entro i termini voluti dalla legge e non entro quelli “privati” del Partito della Libertà. Come è possibile, invece, che l’uno o l’altra o tutti e due siano rimasti fuori dalla competizione elettorale di fine marzo. L’ultima cosa accaduta, prima che ci si inoltrasse in un “tranquillo week end di attesa”, era stata il lungo incontro al Quirinale tra il presidente Giorgio Napolitano, assistito dai suoi consiglieri, e Silvio Berlusconi accompagnato da alcuni suoi ministri. Scopo dell’incontro: la ricerca di una “soluzione politica” al pateracchio.

“Se qualcuno mi spiega di che si tratta, la esaminerò”, aveva detto Napolitano, che si trovava a Bruxelles, mentre saliva sull’areo per tornare a Roma. Aveva dato l’impressione di non considerarla molto praticabile, una soluzione politica, e nell’incontro quella impressione era stata confermata. La “spiegazione” Berlusconi fornita da Berlusconi (due possibilità: un decreto che allungasse i termini già scaduti della presentazione delle liste oppure addirittura un rinvio delle elezioni ad aprile o a maggio) non lo aveva convinto e aveva congedato i suoi ospiti con un “aspettiamo che la giustizia faccia il suo corso”. Berlusconi era molto deluso. Era entrato al Quirinale così sicuro di uscirne con in mano qualcosa che aveva già fissato una riunione del Consiglio dei ministri per mettere a punto il decreto concordato con Napolitano. La realtà lo aveva costretto ad annullare quella riunione.

Dunque, via al “lungo week end di attesa”, ma questo non significa che non ci sia nulla da dire su questa vicenda, a prescindere da quello che sarà il suo finale. Uscendo dal Quirinale Berlusconi aveva scaricato la sua irritazione parlando di “una cosa assurda”, ma non si riferiva né al fatto che Formigoni avesse presentato la sua lista con 500 firme meno di quante ne richiede la legge, né al fatto che gli esponenti romani del suo partito la lista non la avessero addirittura presentata entro i termini fissati dalla stessa legge. No, lui ce l’aveva con il presidente Napolitano e con la sua “mania” di rispettare le regole. Ed è proprio di questo che bisognerebbe parlare perché mi pare un’ulteriore prova della progressiva “discesa” che l’Italia continua a compiere quasi quotidianamente verso la barbarie.

In Lombardia e nel Lazio gli uomini di Berlusconi hanno commesso errori marchiani, hanno sbagliato cose semplicissime e lo hanno fatto del tutto “autonomamente”, nel senso che nessuno li ha “raggirati” o roba del genere. Il loro comportamento è stato niente altro che quello proverbial-contadino della “zappa sui piedi”. Ebbene, non si è trovato uno di loro - uno! - che si sia accarezzato il piede ferito dandosi dello sciocco per aver usato male la zappa; che abbia chiesto scusa ai potenziali elettori che gli hanno dato la loro fiducia o che magari abbia pubblicamente preso in giro se stesso, secondo la salutare “terapia dell’autoironia”. Niente, tutti hanno cominciato a scatenarsi contro nemici immaginari che “non vogliono farci votare”, producendosi in uscite tra il volgare e l’imbecille. Il più significativo di tutti, il ministro (ministro!) della Difesa, Ignazio La Russa, con il suo “Siamo pronti a tutto”. Mettetelo voi in una delle due categorie indicate.