A modo mio

Lezione di cinema

di Luigi Troiani

Arriva in Auditorium, come deve una gentile signora di età, non necessariamente intenzionata a farsi notare. Preparandomi all’incontro, avevo rivisto i film con i quali si è imposta, da Pretty Baby (1978),  dove il suo seno immacolato e aggressivo ha scimunito legioni di maschietti, a The Rocky Horror Picture Show (1975) dove la squinzia miagola “Toucha toucha toucha touch me, I want be dirty”, passando per i più impegnati Thelma e Louise (1991) e Dead man Walking (1995) fino al recente The Lovely Bones.  Avevo scoperto che abbiamo lo stesso ascendente di Venere in Bilancia anche se lei corre molto più avanti nel tempo della vita. Il resto pensavo mi fosse chiaro, avendo, credo come moltissimi dei miei pochissimi lettori, avuto modo di ammirarla al cinema per la bravura, e nella vita per l’intelligenza e la coerenza con cui si cala nei sentimenti della gente.

   Invece, dall’ingresso in sala, giù con le sorprese. Un bel gran fisico, flessuoso e slanciato. L’anagrafe la scaraventa oltre i sessanta, davanti hai una che a darle più di quaranta ti senti di sprecare il bendiddio che porge. Una che quando le hanno chiesto dell’Italia, si è sperticata in elogi, dicendo che le piace tutto di noi e che qui si sente a casa, che le perdoniamo simpaticamente ogni errore d’italiano, e non esprimiamo, tanto per non far paragoni, la spocchia della grandeur francese. Ha ricordato che a Roma ha passato un pezzo di vita, come compagna dello scrittore e regista Franco Amurri, dodici anni meno di lei, con cui ha fatto una figlia, Eva Maria Livia, che ora impazza con i suoi allettanti gonfiori mediterranei tra Californication e Web. Divertentissima la nostra Susan quando ha raccontato di essere arrivata in Italia, dopo dodici anni di coniugio col regista Chris Sarandon, sapendo di non poter aver figli, e di essersi ritrovata felicemente incinta, aggiungendo che ora a chiunque le manifesti ubbie legate a problemi riproduttivi o simili, consiglia un viaggetto con radici in Italia dove, testuale “ti abbuffi di cibo, trovi gente sana, ti rilassi e riparti fornita di quello che ti serve per scodellare un pargolo”.   

Un giornalista americano l’ha definita “la lingua più pungente e gli occhi più intelligenti e penetranti di Hollywood dai tempi di Bette Davis”. Nell’incontro in Auditorium, ha definito i film europei “lenti, con troppe chiacchiere e troppi nudi”. Di quelli americani ha detto che sono “più veloci”, ma non così diversi, salvo che in Europa circolano attori più belli, specie tra gli italiani. Dei registi ha detto che si occupano di casting, di “atmosfera”, ma non di parlare e consigliare gli attori, rimpiangendo lo stile di Fellini. Tra le sue colleghe ammira Meryl Streep, e tra le italiane Anna Magnani dalla quale ha appreso che essere brava attrice e donna sensuale ha ben poco da spartire con le misure da pin-up: “ha cambiato nella mia testa il modo con cui una donna deve fare cinema”. Della propria interpretazione ha detto: “Cerco di arrendermi al personaggio, di essere flessibile e usare l’immaginazione. Non vengo dalla scuola di recitazione, ho imparato facendo. Non mi chiedo mai se è giusto o no il mio metodo, ma se funziona o meno”.

   Le ho chiesto se ci sia una specificità italiana dentro il cinema americano. Nella risposta, ha citato il solo Coppola, riconoscendo all’apporto italiano la rilevanza generazionale, non quella “etnica”. Sarandon ha detto di preferire un cinema di storie, di persone che vanno verso altre persone, e che se amiamo quel cinema, dopo Avatar, dobbiamo “osare” e “chiedere” che continui ad esistere.