Una banda d’incapaci

di Elisabetta de Dominis

Ma che sarà mai il rispetto delle regole dello Stato di fronte alla democrazia? Le regole servono per regolare il vivere civile, la democrazia appunto, per stabilire i confini del proprio agire affinché esso non leda i diritti del prossimo. Le regole sono legge non burocrazia, ma Renata Polverini, candidata alla Regione Lazio, si dimostra piuttosto ignorante in materia. Ora non si pretende che tutti abbiano studiato diritto, ma che un candidato politico ne sappia qualcosa sì, visto che vuole governarci. Il fatto è che ormai tutti parlano secondo convenienza e poco importa essere preparati, importa saper plagiare la folla ai propri fini. Ecco le testuali parole della Polverini, dopo che la corte d’appello di Roma ha riammesso il suo listino (privo di una firma di presentazione a sostegno della sua candidatura a presidente della coalizione di destra) nella tenzone elettorale, ma non la lista del Pdl poiché, come in Lombardia, non presentata in tempo: «È solo un fatto procedurale, burocratico che viene addebitato al Popolo della Libertà. Questa è una battaglia per la democrazia».

La Polverini crede di non aver bisogno di rispolverare i codici, ma vorremmo farle presente che essi contengono oltre alle leggi anche le norme che le attuano e che si chiamano procedure, le quali stabiliscono termini inderogabili. Nella fattispecie oltre ai codici di diritto civile e penale, esistono anche i codici di procedura civile e penale, sorvolando sulla Costituzione che, se la candidata la conoscesse, non si sarebbe permessa di parlare di limitazione della democrazia. Forse intendeva: propria democrazia, cioè fare il proprio comodo. È questa la battaglia che porta avanti il Popolo della Libertà al quale lei appartiene?

Ci si lamenta sempre che l’Italia ha troppe leggi, ma probabilmente il legislatore ha cercato di arginare il comportamento dei disonesti che la popolano. Perché è da disonesti dire che il rispetto della procedura sia un fatto meramente burocratico. Tuttavia, poiché i disonesti sono spesso anche ignoranti, se la prendono con i burocrati preposti all’apparato amministrativo, i quali devono applicare i regolamenti previsti dalla legge. Certo, il potere impiegatizio spesso si avvale della propria conoscenza dei regolamenti per prendersela comoda e ritardare le domande dei cittadini, ma in questo caso la burocrazia non c’entra. La Polverini doveva presentare nei termini di legge, come tutti gli altri candidati, le proprie liste, punto e basta.

Il ministro Gianfranco Rotondi ha onestamente detto che in questo caso il vero nemico è il ridicolo in cui si è cacciato il Pdl essendo composto da “una banda di incapaci”.
 Il consiglio dei ministri nelle prossime ore potrebbe esaminare un decreto interpretativo delle norme. In pratica derogare alla legge dello Stato, che garantisce la democrazia, cioè l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Sarebbe come sancire un privilegio. Il momento è delicato e Berlusconi cerca di non parlare. A destra sono in molti, comunque, a vedere la soluzione politica come necessaria, sostenendo che altrimenti si aprirebbe una competizione politica senza competitori. Accettare questa forzatura, secondo me, è come ammettere: poverini, non sanno quello che fanno, ma vogliamo farci governare da loro, perché siamo più cretini di loro.

E a confondere le cose ci si è messo pure Stefano Folli, stimato opinionista del Sole 24 ore il quale, pur sostenendo che le regole sono regole, si  appella al ricorso del buonsenso. Il che è molto pericoloso per la democrazia, perché introduce un criterio di giudizio che può derogare alle norme che sono impersonali, per favorire la persona di qualcuno conferendogli un potere illimitato.

Sempre più si va affermando in Italia un’oligarchia, quel potere di pochi, che già nella Grecia antica era considerato una degenerazione dell’aristocrazia, il potere dei migliori. Questo successe perché spesso i migliori, una volta acquisito il potere, si convinsero di essere superiori e, dimenticando di essere stati eletti per mettersi al servizio del popolo, si trasformarono in tiranni. Oggi la storia si ripete, solo che si chiamano dittatori nei paesi privi di una costituzione, mentre in Occidente presidenti, anche nei casi in cui cercano di mettere il popolo al proprio servizio.