Che si dice in Italia

L’azzurro col nero vince

di Gabriella Patti

Okaka, Ogbonna e il più forte di tutti: Barwuah che, adottato da una famiglia italiana, si chiama all’anagrafe Balotelli. Sono loro il futuro del calcio azzurro. Nel giorno in cui la nazionale maggiore di Marcello Lippi strappa uno striminzito e deludente pareggio senza reti al Camerun nell’ultimo test amichevole prima dei Mondiali, gli “azzurini” di mister Pierluigi Casiraghi si impongono 2 a 0 sull’Ungheria e riaprono la porta a una loro partecipazione alle Olimpiadi.

A trainarli sono stati soprattutto i giocatori di passaporto italiano e dalla pelle nera. Perciò bene ha fatto il Corriere della Sera a dare la notizia con una grande foto e un ottimo rilievo a tutta prima pagina. Titolo: “Vincono solo gli azzurri multietnici”. Già, perché la notizia non è solo sportiva. È la conferma che anche l’Italia, con buona pace di leghisti e di qualche benpensante impaurito che non sa guardare oltre il proprio naso, è ormai un crogiuolo di etnie. Come, del resto, sta avvenendo in tutte le altre nazioni europee: è risaputo che la nazionale francese non ha praticamente più una faccia bianca tra i suoi calciatori. E questa multietnicità, come è accaduto negli Stati Uniti, porta ricchezza non certo povertà o disordine. Non parlo soltanto del pallone. Penso a quanti lavoratori non italiani stanno contribuendo a salvare la nostra economia, a quanti di loro stanno già emergendo nella scala sociale, diventando piccoli imprenditori o artigiani. All’apporto che gli scrittori nati all’estero ma di lingua italiana stanno dando a una letteratura contemporanea altrimenti asfittica. Qualcuno, però, si ostina a non capire, a chiudere gli occhi. Altri fanno di peggio: quando Super Mario Balotelli nato Barwuah tocca palla, partono i fischi e i cori razzisti. Chissà perché la verità fa sempre fatica a farsi strada in mezzo alla stupidità. E più la verità è portatrice di buone novelle più la fatica sembra aumentare.

   AVRESTE APPLAUDITO UN SENATORE che, reo confesso - anche perché, prima ancora di qualsiasi processo, le prove della sua connivenza con ambienti della criminalità organizzata sono schiaccianti - dà le dimissioni e lascia l’aula per andare direttamente in carcere? Di fronte alle difficoltà di una persona, non bisogna mai infierire né dare giudizi preconcetti. Ma nei confronti di  Nicola Di Girolamo, al termine del suo discorso di dimissioni (dimissioni alle quali è stato costretto dall’evidenza dei fatti e dalle pressioni del suo stesso partito) sarebbe stato meglio un dignitoso silenzio invece degli applausi e degli abbracci peraltro ipocriti dei suoi compagni di coalizione. Almeno secondo il mio modesto parere. Non che in questa stagione di scandali continui, di corruzione e di allegre escort, le azioni di Di Girolamo siano particolarmente eclatanti. Il danno vero fatto da questo signore, che un pregiudicato richiamava all’obbedienza dicendogli “ricordati che sei il mio schiavo”, forse riguarda gli italiani all’estero. La sua elezione, falsata da schede finte e da una finta residenza all’estero, rischia di rimettere in discussione una conquista faticosamente ottenuta dopo decenni di battaglie. Il voto all’estero potrebbe essere abrogato. Possibile che negli altri paesi normali, i residenti all’estero possano tranquillamente esprimere il proprio voto (chi per posta, chi al consolato) mentre da noi alla fine tutto finisce nel liquame?

   GLI STUDENTI DI UN LICEO DI MILANO, tra l’altro molto prestigioso, il Berchet si coalizzano, organizzando proteste e stampando volantini, per chiedere allo Stato di non mandare in pensione un professore molto amato e, evidentemente, molto bravo. Lo Stato, anzi la burocrazia dello Stato, risponde che “non si può”. E così il docente, Guido Panseri, dovrà andarsene alla fine dell’anno scolastico. L’assurdità della questione è aggravata dall’età del professore. Che ha la terribile colpa di avere versato 40 anni di contributi, il massimo previsto, cioè di avere iniziato presto la professione. E il fatto che abbia “solo” 61 anni, e quindi sia nel pieno della maturità per l’insegnamento, passa in secondo piano. Perché ai docenti universitari viene permesso di restare in cattedra fino ai 75 anni (non devono mica correre i cento metri o sollevare pesi, devono trasmettere il loro sapere) e quelli delle scuole superiori no? Misteri e storture della burocrazia. Contro la quale il professore appare deciso ad usare le stesse armi. La notifica dell’andata in pensione gli è stata fatta pervenire con alcuni giorni di ritardo rispetto alla scadenza prevista (questi sono giorni in cui in Italia sembra che la consegna dei documenti ufficiali avvenga con un certa frequenza in ritardo, ne sanno qualcosa Formigoni e la Polverini). E allora il prof ricorrerà per chiedere che la sua messa a riposo venga posticipata all’anno prossimo.