OPINIONI/LA TESTIMONIANZA DI DUE PROTAGONISTI/I nodi al pettine del voto all’estero

di Antonio Martino e Gian Giacomo Migone

Caro direttore, circostanze contingenti hanno recentemente portato alcuni esponenti politici e l’opinione pubblica a rimettere in discussione - finalmente! - la saggezza della legge sul voto degli italiani all’estero. A suo tempo, in quasi totale isolamento, ci eravamo opposti esplicitamente per ragioni che riteniamo sempre valide e che sono state fra l’altro ampiamente confermate dall’esperienza.

La nostra legislazione rende la cittadinanza italiana molto facile da ottenere e quasi impossibile da perdere, l’esatto contrario di quanto accade, per esempio, a quella americana. Che cosa debba intendersi per italianità non è, alla luce delle nostre norme, evidente. Sono italiani persone nate e residenti in Italia ma lo sono anche persone che non hanno mai messo piede nel nostro Paese e che in esso non hanno interessi di sorta; la loro cittadinanza è parte dell’eredità di uno dei genitori o anche solo di nonni o bisavoli. Persone che, vivendo all’estero da sempre, comprensibilmente possono non essere informate o interessate a quanto accade da noi. Ne consegue un esito legislativo a dir poco paradossale secondo cui da una parte lo ius sanguinis viene esasperato, mentre lo ius loci è tuttora negato a chi nasce in Italia da genitori legalmente immigrati. Come noto chiunque nasca, ad esempio, negli Stati Uniti, quale che sia la ragione (entrambi abbiamo figli con doppia cittadinanza), non solo ha diritto di cittadinanza ma può diventare presidente di quel Paese.

Né le nostre perplessità erano limitate alla non chiara definizione dei criteri di attribuzione della cittadinanza italiana. Ci sembrava che, una volta risolte le ambiguità di cui sopra e redatta un’anagrafe precisa e attendibile degli italiani residenti all’estero, ragioni logiche e pratiche militassero a favore dell’equiparazione di questi potenziali elettori agli altri italiani, quelli residenti e operanti in Italia. Pertanto il voto degli italiani all’estero doveva essere considerato alla stregua del voto degli italiani tout court.

 L’esercizio del diritto-dovere dell’elettorato attivo doveva quindi seguire le stesse modalità per entrambe le categorie di cittadini italiani. Qualsiasi altra scelta avrebbe determinato la creazione di una nuova specie antropologica: ci sarebbero stati gli italiani da una parte e gli italiani all’estero dall’altra: una discriminazione indifendibile e odiosa. Uno di noi (Martino) sostenne esattamente questa tesi alla Camera suscitando l’ira dell’onorevole Tremaglia che si ritenne pertanto autorizzato a togliergli il saluto per molti mesi. L’altro (Migone) ebbe problemi analoghi al Senato, per avere sostenuto argomenti simili, oltre che avere segnalato i rischi derivanti da procedure di voto poco trasparenti e per le quali i nostri consolati non erano, e tuttora non sono, sufficientemente attrezzati.

In realtà, l’attribuzione del voto agli «italiani all’estero» avrebbe avuto senso se effettuata consentendo loro di votare come tutti gli altri, cioè nel collegio italiano di provenienza, e contribuendo ad eleggere le stesse persone per cui votavano tutti gli elettori di quel collegio. L’obiezione del sullodato Tremaglia a questa ovvietà fu che, avendo l’Italia adottato una forma, peraltro assai parziale, di maggioritario, il voto degli italiani all’estero avrebbe potuto rivelarsi decisivo, attribuendo all’uno o all’altro candidato la vittoria nel collegio. Una tesi per la verità assai balzana: Tremaglia fortissimamente voleva che gli italiani all’estero potessero votare... ma solo a condizione che il loro voto fosse ininfluente ai fini del risultato elettorale!

La soluzione che finì per essere adottata, come sappiamo, si basò sulla creazione di un elettorato attivo di secondo grado, quello degli italiani all’estero, di uno passivo anch’esso di diversa rilevanza, i candidati sottoposti alla scelta degli italiani di serie B non potevano essere votati che da loro, una «riserva indiana» costituita dalle circoscrizioni estere riservate agli italiani minori, e un accorpamento disinvolto di continenti che fungesse da base per la costituzione delle circoscrizioni in questione. Un colossale insieme di assurdità che, specie per via dell’inattendibilità delle liste elettorali degli italiani minori e per le bizzarrie delle modalità del loro voto, non poteva non produrre i risultati aberranti che sono sotto i nostri occhi.

Abbiamo così offerto al mondo lo spettacolo del pendolarismo parlamentare di persone che, per esercitare il loro dovere di rappresentanti del popolo, rectius di una parte meno rilevante di esso, si recavano a Roma partendo magari dalle Americhe o da qualche altro angolo del pianeta, naturalmente a spese del contribuente italiano e col grado di comodità consono al loro status (prima classe?). Questi ambulanti intercontinentali ebbero nella legislatura 2006-08 il pesante onere di assicurare la maggioranza al governo e le loro defatiganti trasvolate intercontinentali divennero essenziali alla governabilità dell’Italia!
Meglio tardi che mai: se l’improvviso accendersi di interesse per il problema condurrà ad una soluzione anche solo marginalmente meno insensata, non credo che ci sarà qualcuno disposto a lamentarsene. Se, invece, ancora una volta l’«attention span» dei politici si rivelerà disperatamente corto, non potremo che deprecare tutti l’ennesima occasione sciupata.

*Antonio Martino (martino_a@camera.it), deputato Pdl, ministro degli Affari Esteri dal 1994 al 1995 e della Difesa dal 2001 al 2006.
Gian Giacomo Migone (g.gmigone@libero.it), Ds, presidente della Commissione Esteri del Senato dal 1994 al 2001. Questo loro intervento è stato pubblicato da La Stampa di Torino il 2 marzo scorso.