ARTE/Il ritratto dell’America

di Alfonso Francia

Quando si osserva per la prima volta un quadro di Edward Hopper, nonostante se ne resti sempre conquistati, si ha come l’impressione di trovarsi di fronte a qualcosa di già visto. Sì, perché quelle vedute di ponti di Manhattan deserti una domenica mattina, di pompe di benzina lungo strade nascosta dagli alberi, di case perse in mezzo alla campagna erano tanto suggestive che vennero replicate migliaia di volte nei film di Hollywood, portando i soggetti di Hopper nelle case di chi non l’aveva mai sentito nominare.

È come se questo artista schivo, che visse per quasi cinquant’anni in un appartamento al quarto piano senza ascensore in Washington Square e viaggiò all’estero appena tre volte, avesse creato interamente da solo l’immagine che l’America ha di sé.

La mostra organizzata alla Fondazione Roma Museo, inaugurata il 16 febbraio e aperta fino al 13 giugno, è l’occasione fin troppo attesa per far conoscere al pubblico italiano un artista molto meno conosciuto delle sue opere. Rispetto all’esposizione milanese chiusasi a gennaio c’è qualche dipinto in più e soprattutto una sala d’ingresso che accoglie il visitatore in maniera estremamente scenografica, come in un film appunto. In una grande sala buia è stata allestita una ricostruzione del più celebre quadro hopperiano, “Nighthawks”. Ci si trova davanti alla vetrata di un bar, che proietta una luce pallida sulla strada buia, in un angolo imprecisato di New York. È possibile entrare e avvicinarsi ai tre clienti chini sui loro caffè, mentre il barista cerca qualcosa sotto il bancone. Qualcuno probabilmente parlerà di una pacchianata, ma l’effetto è suggestivo e appropriato per entrare nelle atmosfere delle tele che seguiranno. Tuttavia le prime sale sono dedicate ai lavori meno noti dell’artista, che in gioventù si cimentò con soggetti molto diversi da quelli per i quali è stato poi celebrato.
«Volevamo presentarlo nella maniera più completa – ci spiega Katy Spurrell, curatrice dell’esposizione -. Per questo motivo abbiamo raccolto la produzione relativa a tutta la sua carriera, compreso il soggiorno francese che tanto lo influenzò».

Le uniche tre esperienze all’estero di Hopper, tutte in Europa, si risolsero in effetti in lunghe permanenze a Parigi, città alla quale resterà sempre legato sentimentalmente. All’epoca dei suoi viaggi, tra il 1907 e il 1910, l’ambiente artistico della città era scosso dalle rivoluzioni figurative di Picasso e Cézanne, ma il giovane americano sembrava interessato solo a riprodurre sui suoi taccuini le figure dei quadri di Manet e a dipingere all’aperto scene di vita ordinaria della capitale francese.

Quando torna definitivamente negli Stati Uniti il suo stile, realista e insieme romantico, è già maturo, ma ci vorranno altri dieci anni perché possa cominciare a mantenersi vendendo i suoi quadri. Fino agli anni Venti Hopper si guadagnerà da vivere come illustratore di riviste e come incisore.

«Proprio la sala dedicata alle incisioni, che sono relativamente poco conosciute, è la sezione della mostra alla quale tengo di più – confessa la Spurrell-. In questi lavori di piccole dimensioni si trovano molte delle suggestioni e dei temi che andranno poi a popolare i suoi quadri più famosi. Uno spazio apposito è stato poi dedicato ai disegni preparatori di molte sue opere, così sarà possibile farsi un’idea di tutto il processo creativo».

È bene dimenticare subito la solita macchietta del pittore che si alza la mattina e, colto da  istantanea ispirazione, si avvicina al cavalletto per dipingere. Hopper è un artista decisamente poco votato all’improvvisazione. Riempiva decine di taccuini sui quali annotava maniacalmente idee e soggetti, coprendo i primi schizzi di appunti sui colori da utilizzare. Alcuni di questi blocchi sono esposti qui a Roma: si riesce facilmente a immaginarlo mentre, all’angolo di una strada di Manhattan, riprende velocemente una scena che ha appena intravisto per poi lavorarci con calma a casa. Molti dei suoi quadri più famosi, infatti, non sono altro che collage di immagini, colte in luoghi e tempi differenti. Questo materiale, amorevolmente conservato dalla moglie Jo, è una testimonianza importante anche perché non abbiamo altro modo di capire come lui dipingesse, considerando la sua scarsa propensione a raccontarsi di fronte a taccuini e telecamere.

«Hopper faceva una vita molto ritirata e parlò sempre pochissimo del suo lavoro – riconosce la Spurrell -. Non solo concedeva raramente interviste, ma non partecipava agli eventi mondani che affascinavano la maggior parte dei suoi colleghi. Restò sempre discretamente chiuso nel suo mondo. Si alzava la mattina, si faceva il caffè e si metteva al lavoro, tutto qui. Proprio a causa di questa estrema riservatezza Hopper è meno famoso dei suoi quadri. Insomma, tutti nella vita abbiamo visto “Nighthawks”, ma pochi conoscono l’identità del suo autore».

Questo isolamento prevedeva una sola eccezione, la moglie Jo, che fu anche la sua sola modella.
«Era l’unica donna con la quale avesse un contatto giornaliero, quindi è abbastanza ovvio che lei posasse per i soggetti femminili. Poi chissà, forse lei era gelosa e non permetteva al marito di affidarsi ad altre donne. Hopper prendeva Jo come modello base nei suoi schizzi, poi ne modificava le fattezze man mano che avanzava nei disegni preparatori, e la protagonista nel dipinto finito era spesso molto diversa dal suo modello originario. Possiamo vedere bene questi passaggi negli studi che realizzò per dipingere “Morning Sun”, forse il suo quadro più famoso. La figura seduta sul letto negli schizzi è evidentemente Jo, ma la donna del dipinto finale ha come una maschera sul viso, ha un’altra identità».

D’altra parte Hopper non è mai stato interessato a dotare i suoi personaggi di fattezze particolarmente ben delineate o realistiche. Bastava che veicolassero uno stato d’animo: lui era interessato a rappresentare lo spazio che le persone occupano, non le persone stesse. Uno spazio che spesso è quello intimo delle camere da letto, catturato da un treno in corsa lungo i binari della sopraelevata attraverso una finestra che dà sulla strada.

Katy Spurrell ne è convinta: «Si divertiva a ritrarre i suoi personaggi come se stesse sbirciando nella loro intimità. C’è senza dubbio un elemento di vouyerismo nella sua estetica. Questo aspetto venne colto molto bene da Hitchcock, un grande ammiratore di Hopper. Si pensi solo al film “La finestra di fronte”».
Ma Hopper fu anche un attento osservatore degli avventori degli spazi aperti al pubblico, come cinema, negozi, tavole calde e ristoranti a poco prezzo. Luoghi che hanno un fascino particolare, tanto che viene da chiedersi perché ritraesse di continuo questo genere di soggetti.

«Nessun mistero: semplicemente nelle sue passeggiate per le strade di New York passava ogni giorno davanti a quei posti, li aveva sempre sotto gli occhi».
Da queste immagini di vita quotidiana Hopper ricava così un ritratto non solo suggestivo, ma anche onesto della vita newyorkese del suo tempo. La Grande Mela non è solo la confusione insensata di Times Square e le vetrine ricche e affollate della Fifth Avenue, ma anche un silenzioso palazzo per appartamenti sull’East River, un bar quasi deserto nel Greenwich Village e una schiera di casette a due piani nelle periferie del Queens. Hopper ha mostrato il volto calmo, lento e silenzioso di una metropoli quasi sempre associata alla confusione e al dinamismo forzato.

Eppure il meglio di sé lo diede nel dipingere i soggetti della infinita provincia americana, ai quali sono state dedicate le ultime sale della mostra. “Gas Station”, “Second Story Twilight”, “South Carolina Morning” sono decisivi per definire l’identità americana quanto romanzi come “Il Grande Gatsby” e film come “Il Gigante” e “Fronte del Porto”.

Le case di campagna aggrappate al terreno come segnaposto della civiltà nel mezzo dei campi piegati dal vento che vediamo in “Capron House” ci raccontano una bellezza che non è esprimibile a parole. Fu lo stesso Hopper a spiegarlo: «Se potessi esprimerlo con le parole, non ci sarebbe bisogno di dipingerlo».