Italiani in America

L’artigiano dei sogni

di Generoso d’Agnese

Non fu un italiano tra i tanti sbarcati a Ellis Island. Ennio Flaiano in America arrivò con un nome altisonante e carico di prestigio. Eppure, visse intensamente i suoi continui viaggi tra una sponda e l’altra  dell’Atlantico e non rimase immune alle tante sfumature che permeavano la vita dei suoi connazionali costretti a cercare il proprio sogno lontano dai paesi d’origine.

Il contributo “diretto” lasciato dallo scrittore e sceneggiatore è racchiuso in un programma televisivo dal titolo emblematico: “Oceano Canada”. Nel suo percorso televisivo Flaiano approfondì la sua conoscenza del Canada e tentò di spiegare agli spettatori il suo amore subitaneo per il paese degli aceri. Un amore breve, troncato dalla morte e lasciato in sospeso per i posteri. Un amore che portò lo scrittore di Pescara sul Niagara nel tramonto dei suoi anni, consegnando agli spettatori uno spaccato di un Paese che stava puntando alla multietnicità per trasformare il peso dell’emigrazione in una  nuova occasione di vita.

Quella di Flaiano nel Nordamerica non fu però soltanto una breve parentesi nella vita ricca di impegni professionali. Lo scrittore aveva già consegnato il proprio nome alla storia del cinema, permettendo al suo amico Fellini di giganteggiare nella memoria popolare grazie al suo instancabile lavoro dietro le quinte. Vera e propria spina dorsale del genio creativo romagnolo.

Ennio Flaiano era nato 100 anni fa in una Pescara che contava 5.000 abitanti, una città che ancora viveva separata dalla sua sponda settentrionale teramana chiamata Castellammare Adriatico e che nel 1910 aveva creato il suo baricentro intorno alle antiche carceri borboniche sul lungofiume. Nato il 5 marzo del 1910, il piccolo fu battezzato con il nome di Cetteo Flaiano (in onore del santo patrono che riposa nella cattedrale a pochi passi dal luogo di nascita) e ben presto iniziò la sua vita di viaggiatore. Camerino, Senigallia, Fermo e Chieti, lo videro presente nelle scuole e nei collegi. Sul finire del 1921 Flaiano arrivò a Roma dove terminò gli studi e si iscrisse alla facoltà di architettura, senza però mai arrivare alla laurea.  

Sposato con Rosetta Rota, zia del matematico e filosofo Giancarlo Rota, e padre di Luisa (che a pochi mesi dalla nascita si ammalò di una gravissima forma di encefalopatia che compromise la sua vita e quella dei suoi genitori) Ennio conobbe negli anni ’30 il grande Mario Pannunzio e altre grandi firme del giornalismo italiano ( “Oggi” “Il mondo” e “Quadrivio”) consegnando alla storia i suoi elzeviri.

Chiamato alle armi nel 1935, Flaiano partì con il grado di sottotenente alla volta dell’Abissinia maturando sui campi di battaglia la sua avversione al fascismo e nella mente i tratti salienti di “Tempo per uccidere”, il libro che nel 1947 gli valse il premio Strega per la narrativa.
Il rientro dall’Abissinia spinse il giovane studente di architettura a non riprendere gli studi ma ad avvicinarsi al mondo del cinema. Flaiano firmò la sua prima collaborazione cinematografica nel 1942, come cosceneggiatore di Romolo Marcellini (“Pastor Angelicus”) e scrisse per William Wyler la spensierata sceneggiatura di "Vacanze Romane" (Audrey Hepburn e Gregory Peck), per Mario Monicelli il capolavoro comico "Guardie e Ladri", per Mauro Soldati "Fuga in Francia" e "La donna del fiume", per Michelangelo Antonioni l'impegnativa "La Notte", per Ferreri l'irriverente "La Cagna", per Roberto Rossellini "Dov'è la libertà", per il grande Edoardo De Filippo "Fortunella", per Antonio Pietrangeli la dolcissima storia  di "Fantasmi a Roma", per Alessandro Blasetti "Io, io, io... e gli altri", "La fortuna di essere donna" e "Tempi Nostri", per Dino Risi "Un Amore a Roma", "Il Segno di Venere", per Luigi Zampa "L'arte di arrangiarsi", per Mauro Bolognini "L'amore attraverso i secoli", per Alberto Lattuada "Luci del varietà".

L'autore abruzzese ha praticamente attraversato tutto il panorama cinematografico italiano, consegnando soggetti e sceneggiature destinate a trasformarsi in successi mondiali della cinema italiano.
Il sodalizio con Federico Fellini, insieme al quale sceneggiò pellicole che hanno fatto la storia del cinema italiano, produsse titoli come “Lo sceicco bianco” (1952), “I vitelloni” (1953) - per il quale ottenne una nomination agli Oscar -, “La strada” (1954), “Le notti di Cabiria” (1957), “La dolce vita” (1960), “Otto e mezzo” (1963), “Giulietta degli spiriti” (1965).

Oscurato dalla fama mediatica di Fellini, Ennio non diede mai grande importanza al suo talento di sceneggiatore lasciando solo ai critici e alla posterità l’onere di scoprire il vero contributo dato alla bellezza dei capolavori cinematografici. L’autore pescarese raccolse invece il suo primo riconoscimento culturale (il premio Strega) con la sua unica vera opera di narrativa, edita da Longanesi e incentrata sulle riflessioni intime di un uomo chiamato a combattere per una causa che non sente propria.

Autore di decine di libri di successo e di opere teatrali, lo sceneggiatore de “La dolce vita”, firmò nel 1956 “Diario notturno” (edito da Bompiani) e la pièce teatrale “Il caso Papaleo” (1960) ma non volle mai fermarsi ad una sola professione. Genio della penna e dell'ironia, masticatore di eventi sociali e di storie personali, l'autore ha trasfuso nel campo letterario la sua parte più intimistica. Ma il cinema e l'amicizia con Fellini, portarono il suo nome nell'Olimpo della celluloide, trasformandolo nel soggettista e sceneggiatore italiano più ammirato da Hollywood. Un felice artigiano di un mondo di sogni che aveva fatto emozionare milioni di spettatori.
Dopo essere stato colpito nel 1971 da un primo infarto, Ennio Flaiano decise di dare un ordine alla sua sterminata mole di appunti sparsi in casa. Intenzionato a pubblicare una raccolta organica della sua instancabile vena creativa, il 20 novembre del 1972 mentre era in clinica per alcuni semplici accertamenti, venne colpito da un secondo infarto che gli fu fatale, lasciando ai postumi l’impegno di continuare nella pubblicazione dei suoi scritti.

“Quando un autore muore, i suoi libri e sua moglie non interessano più, per un po’ di tempo”. Ennio Flaiano aveva affidato a uno dei suoi celebri aforismi il suo punto di vista sulla fama e sulla polvere che si depositano sulla vita di un uomo al centro del mondo letterario. E ancora una volta aveva colto nel segno. Il nome di Flaiano è infatti riemerso dopo 30 anni di oblìo per ritrovare l’affetto dei giovani che oggi riflettono sui suoi tanti contributi culturali. E proprio un giovane writer - Cristian Serafini - ha voluto rendere omaggio al principe degli aforismi realizzando un murales gigante che raccoglie in immagine il tributo per colui che seppe magistralmente inventare per il cinema la figura dei “vitelloni” trasportando in pellicola l’indolenza borghese di una città di adagiata sul Mar Adriatico.