MUSICA LIRICA/Gli Unni a Manhattan

di Giuseppe Greco

Più «Attila» di così è difficile trovare, e Samuel Ramey (basso-baritono americano nato nel ’42) lo è stato da sempre. (Ri)ascoltare, ad esempio, l’interpretazione favolosa della Scala, registrata nel 1989, diretta dal maestro Riccardo Muti che, proprio in questi giorni, s’è presentato al Met per la prima volta proprio con quest’opera verdiana, diventa così un “must”. Occasione davvero d’oro questa dell’EMI Classics, per quanti non possono recarsi al Lincoln Center. Con il gigante Ramey, nel cast scaligero (Muti dirigeva entrambi Coro ed Orchestra del teatro milanese) anche un’eccellente Cheryl Studer nelle vesti di Odabella, Neil Shicoff in quelle di Foresto, Giorgio Zancanaro in quelle di Ezio, coadiuvati dai bravi Ernesto Gavazzi (Uldino) e Giorgio Zurian (Leone).

«Attila» è un'opera che Giuseppe Verdi compose su libretto di Temistocle Solera tratto dalla tragedia “Atila, Konig der Hunnen” di Zacharias Werner. Debuttò alla Fenice di Venezia il 17 marzo 1846. L'opera affascinò Verdi soprattutto per i protagonisti: Attila, Ezio ed Odabella. Il compositore, non del tutto soddisfatto del libretto, decise di far fare alcune modifiche a Francesco Maria Piave. Solera si offese e non collaborò mai più col musicista.

La “prima” dell'opera non ebbe il successo desiderato, tuttavia l'opera si affermò al margine del repertorio ottocentesco, ed è eseguita abbastanza spesso anche oggi.
La vicenda comincia a svolgersi ad Aquileia, attorno alla meta del V secolo. Gli Unni saccheggiano la città, guidati da Attila. Entra il generale che ordina di lasciare i morti nella polvere, e si infuria quando vede uno stuolo di donne di Aquileia condotto a lui, perché aveva ordinato di non risparmiare nessuno. Uldino gli dice che è un omaggio a lui, dato che quelle donne si erano dimostrate abili guerriere quanto i fratelli; Attila è ammirato, specialmente da Odabella, figlia del signore di Aquileia, che medita vendetta dopo che l'invasore gli ha ucciso la famiglia (“Santo di patria indefinito amor”).

Attila ammira l'audacia di Odabella, e le chiede cosa voglia. Odabella rivuole la sua spada, e Attila gli porge la sua, e lei, ricevuta la spada, pensa di vendicare il padre e la famiglia uccidendolo con essa. Entra il generale romano Ezio, antico avversario di Attila e da lui ammirato, che gli propone di dominare il mondo ma di lasciare a lui l'Italia (“Tardo per gli anni e tremulo”). Attila rifiuta, ed Ezio parte sdegnato.La seconda scena è a Rio Alto, dopo una tempesta, gli eremiti guardano e aiutano i profughi di Aquileia condotti da Foresto, marito di Odabella. Foresto compiange l'amata e giura di ritrovarla e salvare l'Italia (“Ella in poter del barbaro!”).

Odabella, in un campo presso Roma, si sfoga, e vede la visione del fantasma del padre (“Oh, nel fuggente nuvolo”). Arriva Foresto, che respinge Odabella, accusandola di tradirlo con Attila. Odabella risponde che l'unico motivo per cui segue l'invasore è per ucciderlo con la sua stessa spada, e Foresto viene rincuorato dalla donna che ama. Nella sua tenda, Attila ha un incubo, che racconta ad Uldino: presso Roma, la voce di un vecchio gli imponeva di non avvicinarsi (“Mentre gonfiarsi l'anima”). Uldino lo invita a scacciare queste visioni, ed Attila si prepara ad invadere Roma. Ma da lontano giungono dei suoni religiosi, e compare una processione guidata dal vecchio Leone che gli impone di stare lontano da Roma. Attila è terrorizzato: il sogno premonitore si è avverato.

Ezio, con ira, viene a sapere che l'imperatore Valentiniano ha imposto una tregua con gli Unni, e ricorda i tempi antichi dell'onore romano (“Dagli immortali vertici”). Giunge Foresto che gli comunica l'intenzione di ucciderlo, ed Ezio si accorda con lui, sapendo che correrà a morte se l'azione fallirà.Al banchetto con i Romani, i Druidi avvertono Attila che i presagi sono nefasti, ma lui non li ascolta. A turbare la festa giunge anche un vento che spegne tutti i fuochi, e provoca terrore tra gli astanti. I fuochi si riaccendono, e Foresto dice ad Odabella che Attila sta per bere una coppa avvelenata che ha preparato lui. Ma Odabella vuole solo sua la vendetta ed avverte l'invasore, ma gli chiede di graziare Foresto. Attila esaudisce i suoi desideri e le impone di sposarlo.
Foresto è deluso dal comportamento di Odabella (“Che non avrebbe il misero”) e viene a sapere da Uldino che i Romani sono nel campo, pronti ad uccidere Attila. Arriva anche Ezio, e dopo di lui, Odabella, che si sente colpevole e vede l'ombra paterna maledirla, e viene ripudiata dall'amato Foresto. Attila entra ed esorta ad abbandonarsi ai piaceri, ma i tre lo fermano, intenzionati ad eliminarlo. Attila ricorda loro tutti i favori fatti: ad Ezio la salvezza di Roma, a Foresto la grazia, ad Odabella il trono. Odabella non regge e lo pugnala, mentre i Romani dilagano per il campo uccidendo gli Unni.

Tra le pagine più belle “Santo di patria indefinito amor” (Odabella), “Tardo per gli anni e tremulo” (duetto tra Ezio e Attila), “Ella in poter del barbaro” (Foresto), “Oh nel fuggente nuvolo” (Odabella), “Mentre gonfiarsi l'anima” (Attila), “Dagli immortali vertici” (Ezio) e “Che non avrebbe il misero” (Foresto). Da gustare, poi, il preludio e le tanti parti corali che presagiscono la grande produzione del Cigno di Busseto.