CONFERENZE/CLIMA&AMBIENTE/Dopo Copenaghen: che fare?

di Georgiana Turculet

In vista della prossima conferenza sul clima di città del Messico 2010, la Fordham University School of Law e Corridoi Atlantici - associazione per lo studio della cultura americana – ha organizzato il 22 febbraio a New York la tavola rotonda “Greening the Transatlantic Alliance: European and U.S. Perspectives on a Global Carbon Market to Combat Climate Change”.
Studiosi, policy maker, operatori e giuristi italiani, europei e statunitensi si sono incontrati per discutere di politiche energetiche e tracciare le linee guida per la futura politica di emission trading negli Stati Uniti.

Si tratta di temi chiave sia per l’Europa, che dalla firma di Kyoto si è impegnata con politiche serie per la riduzione dell’effetto serra, sia per i Paesi in via di sviluppo, che vedono esplodere la propria crescita economica con notevoli ripercussioni sull’ecosistema, sia infine per Paesi come gli Stati Uniti, che seppur fuori da Kyoto, hanno maturato la consapevolezza che non è più tempo di stare a guardare.
La conferenza era organizzata in 3 parti, in ciascuna delle quali gli esperti hanno dibattuto i problemi dell’accordo 2009 di Copenhagen al fine di evidenziare differenze e convergenze sull’approccio di ciascun paese al problema oramai emergente dell’energia e del clima.

Il primo intervento, della mediatrice del primo gruppo, Nerina Boschiero, Prof. dell’Università di Milano in International Trade Law, ha sottolineato uno dei problemi dell’accordo di Copenhagen: “Sembrava che il meeting riguardasse più gli Stati Uniti e i paesi in via di sviluppo, e il ruolo marginale dell’UE ha portato a una sorta di disequilibrio internazionale”. La seconda critica dell’incontro di Copenhagen apportata dalla Professoressa Boschiero riguardava i limiti delle “emission” imposto dagli USA che “non sono come l’Unione Europea sperava che sarebbe stato”. Ruben Kraien in qualità di Partner Covington & Burling LLP, ha sottolineato che “l’accordo di Copenhagen si è dimostrato deludente in primis perché non si è trattato di una vera e propria collaborazione, poiché alcuni paesi hanno detto di ‘si’ all’accordo, altri come la Cina non hanno portato i dati sul totale delle sue emissioni , altri ancora hanno rifiutato l’accordo e questo sarebbe il caso di molti paesi in via di sviluppo;  ma per quanto il contenuto dell’accordo sia risultato non sufficiente, si spera che almeno per la prima volta ci si senta in linea con il problema a livello mondiale”.

I partecipanti all’incontro hanno condiviso il fatto che non si sia trattato a Copenhagen di un vero dibattito fra UE e USA, ma fra gli ultimi e i paesi in via di sviluppo perché “loro,  non sono pronti per sostenere questa conversazione, ritengono che gli Stati Uniti non abbiano varato per primi un programma soddisfacente; i paesi emergenti non hanno tutti i torti a sollevare il problema in questo modo, ma di certo non è una risposta utile al fine di una risoluzione concreta dal problema”, queste ultime parole di Ruben Kraien.

Brevemente, il problema di Copenhagen è stato il disaccordo sostanziale fra paesi, anziché un accordo. Ora rimane individuare in cosa consiste il disaccordo e raggiungere quello che è mancato nel meeting: il consenso. L’intervento della Prof. Barbara Pozzo dell’Università di Insubria, consiste in una critica generale sull’accordo di Copenhagen, risalendo ai primi articoli del Kyoto Protocol del 1997, anno in cui gli Stati Uniti  non erano presenti. Dalla sua analisi comparata fra i due eventi risale che “le tre pagine che racchiudono le clausole dell’accordo di Copenaghen contengono più oscurità di quante sono le cose chiare”. Quindi, “la questione della trasparenza, al fine di evitare l’arbitrarietà delle clausole è fondamentale per i futuri documenti”, ha sostenuto la Prof. Pozzo.
Da parte degli USA, Andy Stevenson, Finance Advisor, Center for Market Innovation, Natural Resources Defence Council, ha ammesso che Obama ha puntato a Copenhagen sull’ottenere l’impegno dei paesi in via di sviluppo, mentre per quanto riguarda l’impegno degli Stati Uniti, ha promesso un concreto impegno sul controllo del Carbon Market nel rispetto dell’ambiente. Analogamente, il suo collega Rohan MA, Director of Public Policy and International of Chicago Climate Exchange ha presentato il programma CCX ( Chicago Climate Exchange) già attivo in molti paesi europei, statunitensi e orientali, con il quale spera di raggiungere risultati concreti.

Emilio d’Alessio, Chair of European Sustainable Cities and Town, Vice-President of UNEP Mediterranean and Commision for Sustainable Development ha riportato la sua esperienza nell’amministrazione locale in Italia. Ha sostenuto che “in Italia oltre il 75 % della popolazione vive in città è questo tipo di distribuzione geografica è tipica in tutta l’Europa e non solo. Considerando che le città sono la maggior fonte di consumo di energia, il Presidente Emilio d’Alessio si è focalizzato sulla dimensione locale e per di più sul “citizen behavior”, in altre parole sull’educazione del cittadino. “Le città sono costituite da cittadini, non da entità astratte, dobbiamo prendere misure per promuovere uno stile di vita ecosostenibile”.

L’ UE ha presentato a tal proposito il “Covenant of Mayors”, un programma che si indirizza alle città e non più ai governi centrali dei paesi facenti parte dell’Unione Europea.

Alla fine abbiamo posto qualche domanda al Vice-President of the Commission for Suistanable D’Alessio.
Perché crede che la sua proposta sia concreta e valida?
D’Alessio: «Gli usi civili sono il 40 % dell’energia consumata. Per uso civile non ci riferiamo ai trasporti o alle industrie, ma agli usi casalinghi, ad esempio la l’illuminazione, il riscaldamento, il riciclaggio».


Io, da cittadino “collaborativo” che vuole un pianeta pulito, come faccio a consumare meno prodotti inquinanti, quando ogni acquisto dal supermercato porta in casa moltissimi imballaggi, in maggioranza non riciclabili?

«La risposta dei cittadini responsabili potrebbe essere organizzata in gruppi di pressione che influisca sulle amministrazioni. Mentre nel privato si possono tagliare gli sprechi, che tra l’altro è anche conveniente perché costa meno consumare di meno. Ora ad esempio, va molto di moda l’eco sostenibilità! Questo è un esempio di successo, quella di fare marketing in un modo responsabile!».

Uno dei pensieri condivisi da tutti gli esperti è che il cittadino ultimo debba ricevere le giuste informazioni sullo stato attuale di emergenza dell’effetto serra, deve essere messo in grado di poter pensare e agire in maniera eco sostenibile, attraverso programmi di educazione nelle scuole e nelle università.