MUSICA LIRICA \ I TEATRI D’ITALIA: Da Torino A Macerata/Se ti va bene al Regio...

di Mario Fedrigo

Una volta si diceva che se un artista era passato indenne dal Regio, poteva andare dappertutto. Un tempo era veramente così: oggi non più. Il suo temutissimo loggione amava solo “quelli buoni” e affossava chi non era all’altezza di soddisfarlo. E fu così fin dall’inaugurazione affidata, il 16 maggio 1829, al ventottenne Vincenzo Bellini con l’opera «Zaira».  Il giovane compositore catanese, già noto per «Il pirata» e «La straniera» andata in scena alla Scala lo stesso anno, stretto da contingenze e da accordi frettolosi, commise un grave errore: finì per riciclare parte di materiale già scritto per un altro lavoro, in quell’opera inaugurale, ottenendo un pessimo risultato. Gli storici discussero a lungo sulle reali modalità dei fatti e dei motivi della contestazione.
Successe di tutto.

La partitura venne consegnata in ritardo, segno di fretta nella composizione, e quasi contro voglia. Il librettista, Felice Romani, il più famoso del suo tempo, autore di circa un centinaio di testi, non era tranquillo e tentando una penosa quanto inutile “captatio benevolentiae”, chiese comprensione per il proprio lavoro nella prefazione dell’edizione a stampa.

In città erano sorte polemiche per la scelta del compositore, per non aver fatto musicare il libretto di un operista parmigiano, per i continui ritardi nell’invio della musica che fecero rimandare più volte l’apertura del teatro. Il clima era molto inquieto. L’opera cadde nonostante la presenza della Duchessa Maria Luigia. Bellini chiuse ogni rapporto con Parma.

Vincenzo Bellini fu la prima vittima del loggione. Bruno Barilli diceva che “quando in un teatro il loggione è vuoto è segno che la città non ha cervello”. Questo è il motivo per cui, prima di descrivere gli aspetti architettonici, si deve dire del loggione. I loggionisti si sciolgono quando ricordando gli episodi a cui hanno assistito, sottolineano le stilettate in dialetto parmigiano che volano, soprattutto dal loggione, verso il colpevole di turno. I loggionisti sono carichi, compressi come una molla dopo il faticoso acquisto del biglietto, conquistato fra estenuanti attese nella nebbia o nel rigore invernale. Per garantirsi l’acquisto di un abbonamento i melomani parmigiani, sfidando il freddo e i disagi, ogni anno attendono l’apertura delle vendite sostando ininterrottamente giorno e notte, per quasi una settimana, davanti alla biglietteria del teatro.

Sì anche i palchi e la platea si … esprimono, ma è lassù in “piccionaia” che si sentenzia: affossamento, esaltazione. Le vie di mezzo sono insignificanti.
La storica tradizione musicale di Parma riesce sempre ad affascinare melomani e non. Le terre di Verdi, la casa natale di Toscanini, il Teatro Regio, la Casa della Musica sono i luoghi che ci parlano di una passione che a Parma è antica, ma sempre viva. Posso parlare dell’argomento con cognizione di causa, perché ho vissuto molti anni nella città ducale ed è per questo che mi sono appassionato di lirica.

Ricordo episodi irripetibili come quello del 6 ottobre 1963, quando venne al Regio l’Orchestra e il Coro della Philarmonica di Londra a celebrare il 150° anniversario della nascita di Verdi. Fu magistralmente eseguita, sotto la direzione di Carlo Maria Giulini, la «Messa da Requiem». All’uscita i coristi del Regio circondarono il pullman dei coristi inglesi intonando, come omaggio, il “Valzer delle Candele”. Al termine i colleghi londinesi abbassarono i finestrini e risposero cantando il “Va’ pensiero”. Eravamo tutti in lacrime.

Poi ci sono le battute micidiali, quelle frasi che ti lasciano interdetto come quella sera che nel bel mezzo di una romanza squilla un cellulare dimenticato aperto. Imbarazzo del proprietario, gesti rapidi e impacciati nel tentativo di spegnere quell’infernale aggeggio. E dal loggione un grido in dialetto: “Lascialo suonare, che tanto è più intonato quello che il tenore!”. Oppure  il commento finale di un loggionista che si espresse così: “Stasera in loggione c’era uno che stava poco bene” - “Chi era?” - “Ma non so, diceva di chiamarsi Giuseppe Verdi”. Sempre caustici, talvolta poco educati, ma spesso a ragione. Per una «Manon» poco convincente seguì questo commento “A questa Manon mancano almeno tre dita” e così per una Lucia, un loggionista uscito prima della fine rispose ad un signore che gli domandò: “Allora cosa manca perché l’opera sia finita?” - “Manca un tenore e un soprano!”. Sempre coloriti, ma non sempre caustici i giudizi. Ricordo di un «Don Carlo» quando rivolto al famoso basso Cesare Siepi sentenziarono: “Questo basso è come il cognac etichetta nera, crea un’atmosfera” e ancora quando il 26 dicembre 1973, inaugurazione della stagione con «I Lombardi», Josè Carreras, già apprezzato dai parmigiani, fece impazzire i loggionisti che correndo nei corridoi gridavano commossi “Abbiamo trovato il tenore!”.

L’atmosfera di Parma è particolare, difficile da dire e talvolta da capire. Una bella descrizione è quella che fece Bruno Barilli nel suo affascinante libro del 1929:  Il paese del melodramma.
«In quella enorme zanzariera che è la valle del Po fra Parma e Mantova doveva nascere il genio di Giuseppe Verdi, e Parma diventare la roccaforte dei verdiani.

Da quelle terre arate e grasse tu vedi le torri e i monumenti e le mura di questa antica capitale dove ebbe anche sede la corte di Maria Luisa d’Austria, moglie del grande Imperatore....
Per toccare il fondo dell’anima di Verdi non nuoce l’aver vissuto a lungo là dentro, quarant’anni fa, fra un popolo facile ad accalorarsi, travagliato e pieno di una sinistra inclinazione musicale….

Giuseppe Verdi, sembra l’uomo nato apposta per spazzare via col suo pugno sterminatore ogni parassitismo intellettualistico, per mettere in fuga la musicologia ragionante, per scomporre le tele di ragno dei sistemi metafisici. […] Egli non è per buona sorte un missionario, ma un contadino eroe … piomba sul pubblico lo mette tutto in un sacco, se lo carica sulle spalle e lo porta a gran passi entro i rossi vulcanici dominii della sua arte».
Il Teatro Regio di Parma, costruito tra il 1820 e il 1821 su progetto del parmigiano Nicola Bettoli per volere della Duchessa Maria Luigia, seconda moglie di Napoleone Bonaparte, Duchessa di Parma e Piacenza, venne inaugurato, come si è detto, nel 1829 con l’opera «Zaira» appositamente composta da Vincenzo Bellini. La costruzione costò 1.190.664 lire. Nel 1853 Carlo III di Borbone decise di attuare delle opere di rifacimento, affidate a Girolamo Magnani di Borgo S. Donnino (oggi Fidenza, ndr.). Nello stesso periodo, con la presentazione del rinnovamento del teatro, venne inaugurato il lampadario, del peso di 1110 kg. fabbricato a Parigi, che è tuttora in uso ed insieme ad esso anche il sistema di illuminazione a gas che sostituì il sistema con candele e lampade ad olio (l’elettricità arrivò solo nel 1890).

 La maestosa facciata del teatro è neoclassica ed è divisa orizzontalmente in quattro parti: partendo dal basso la prima è formata da un portico architravato sorretto da dieci colonne ioniche; la seconda presenta cinque finestre con timpani triangolari mentre al centro della terza parte è situato un finestrone a lunetta affiancato da due geni della fama a bassorilievo, opera di Tommaso Bandini da Felino. La quarta ed ultima parte è occupata da un timpano con al centro una lira e due antiche maschere. L’atrio, di forma quadrata, è scandito da otto colonne anch’esse ioniche che sostengono il soffitto a lacunari ornati a stucco. La platea di forma ellittica, con quattro ordini di palchi più loggione, è stata decorata, così come il proscenio,  nel 1853 da Girolamo Magnani nei colori bianco e oro. Il soffitto, rappresentante Il trionfo della sapienza,  fu decorato da Gian Battista Borghesi di Parma con figure dei più grandi drammaturghi quali Seneca, Goldoni, Alfieri, Euripide, Lino, Plauto, Aristofane, Metastasio

Sempre del Borghesi sono le decorazioni del sipario, con i corifei dell’arte lirico – drammatica.
 Di squisito gusto neoclassico anche il Ridotto, raggiungibile sia da una scala che innesta in un angolo del foyer quadrato sia dal terzo ordine di palchi, composto da un salone e da una saletta laterale (“saletta greca”). Fu affidato alle decorazioni neoclassiche sulla volta del parmigiano Giovanni Azzi (l’“Armonia e le Baccanti”) e del torinese Alessandro Timoteo Cocchi, e di Stanislao Campana per le pareti che descrive Apollo contornato dalle Muse, Teseo in atto di rapire una vergine, ed una festa a Delo.

Il Teatro, recentemente soggetto ad una nuova massiccia campagna di restauri, si presenta oggi con una nuova ristrutturazione del palcoscenico, ripulitura del Ridotto,  rifacimento del pavimento, e l’inserimento di un impianto di climatizzazione che scorre sotto le  poltrone.