MUSICA LEGGERA \ PERSONAGGI/Il poeta cantante

di Niccolò d’Aquino

Milano. Fabrizio De André è morto alle ore 2.15, nella notte tra domenica e lunedì 11 gennaio 1999, all’Istituto dei Tumori di Milano, dove era ricoverato da qualche tempo per un cancro al cervello che, fin dall'estate del ’98, lo aveva costretto a interrompere l’attività artistica…».
Così, quel mattino, la notizia arrivò nelle case degli italiani, dalla voce del Gr1 della Rai. Ma lui è come se non se ne fosse mai andato: i giovani di oggi, come quelli della mia e sua generazione, lo ascoltano ancora. Verrebbe da dire: sempre di più.

Cd, brani scaricati su Mp3, “passaggi” continui su You tube, ma anche vecchi vinili d’annata. Impossibile passare una giornata, a Roma, a Milano e in qualsiasi altra città, grande o piccola, senza sentire almeno una volta in un bar, alla radio o per strada la sua voce, le sue poesie cantate. Perché di poesie si tratta. Così come i personaggi delle sue canzoni, da “Carlo Martello”, a “Marinella”, a “Piero” (indimenticabile e ammonitrice la sua guerra), alla tenera ma scandalosa per l’epoca “Bocca di rosa” non sono soltanto protagonisti di “canzonette” ma grandi personaggi che, con la loro storia sotto forma di epopea, ci hanno voluto insegnare qualcosa, dare una speranza.

Con Faber - il soprannome che gli piaceva perché gli ricordava le omonime matite colorate della sua infanzia -  ci siamo formati e abbiamo sognato. Con lui e il suo allievo Francesco De Gregori e gli altri “colleghi” come Lucio Dalla. Con i suoi capolavori singoli e i suoi album - da “Creuza de mä” a “La buona novella”, a “Mi innamoravo di tutto”, a “Rimini”, a “Storia di un impiegato”, a “Tutti morimmo a stento”, a “Nuvole barocche” - abbiamo sperato che la vita da adulti avrebbe potuto essere bella. Se solo lo avessimo voluto. E oggi i nuovi giovani sperano ancora, con lui.

Molti testi delle sue canzoni raccontano storie di emarginati, ribelli, prostitute e persone spesso ai margini della società. Ma tutte con un profondo anche se poco ortodosso animo religioso. I suoi testi, che tante volte toccano argomenti religiosi, sono improntati a una personale e disincantata visione della vicenda cristiana, a tratti, da una forte  spiritualità. In una forma non sempre accettabile in quegli anni ma, letti oggi, grandemente anticipatrice.  «Dio del cielo, io ti aspetterò nel cielo e sulla terra ti cercherò».

Si spiega così l’attesa per la mostra a lui dedicata a Roma che, dopo Genova e Nuoro, rende omaggio a De André. Ospitata negli spazi espositivi del Museo dell’Ara Pacis, dal 24 febbraio al 30 maggio, viene organizzata nel momento giusto. Una sola settimana dopo il 70esimo anniversario della nascita: perché è questa, il 18 febbraio, la data giusta per ricordare De André, non quella della sua scomparsa ad appena 59 anni. La mostra a cura di Vittorio Bo, Guido Harari, Vincenzo Mollica e Pepi Morgia, è un percorso multimediale di Studio Azzurro uno dei più importanti gruppi internazionali di videoarte.  

Si svolge lungo quattro percorsi che ne raccontano la vita, la musica, le passioni che lo hanno reso unico e universale, interprete e in alcuni casi anticipatore, dei mutamenti e delle trasformazioni della contemporaneità: “la poetica”, “la musica”, “i personaggi/i tarocchi”, “la vita”. Con un’aggiunta finale che è una chicca tenerissima: “tracce di vita”, dai primi bigliettini scritti alla madre Luisa, in cui Fabrizio cerca di giustificare e di invocare perdono per le sue mancanze scolastiche, a una biografia di Fabrizio stilata a mano dalla madre per i giornalisti, alcuni libri e agende disseminati di appunti di lavoro e di citazioni annotate, una sua lettera al poeta Mario Luzi, un’altra lettera, stavolta drammatica, di Fabrizio al padre Giuseppe scritta durante la prigionia sul Supramonte e controfirmata da Dori Grezzi, sua compagna e anche lei cantante, sequestrata per quattro mesi nel 1979 assieme a lui dai banditi in Sardegna («I veri sequestrati sono loro» dirà una volta liberato e verso di loro ebbe sempre parole di comprensione). C’è pure il volume annotato delle “Effemeridi” da cui, da vero appassionato di astrologia, non si separava mai.

Ma chi era De Andrè? Nato nel quartiere genovese di Pegli da una famiglia dell’alta borghesia industriale cittadina, ebbe da subito un rapporto difficile ma non esacerbato con i suoi. Mitigato, per sua stessa ammissione, dalla madre Luisa che lui chiamava “il collante della famiglia”. Il padre Giuseppe, torinese, vicesindaco repubblicano di Genova, amministratore delegato dell'Eridania e promotore della costruzione della Fiera del Mare di Genova, lo riteneva invece un po’ la pecora nera della famiglia.

Spesso Fabrizio lo aveva messo in difficoltà, come quando si fece sorprendere ad amoreggiare con una amichetta in chiesa e Giuseppe dovette darsi un gran da fare per risolvere la grana sorta con il prete. Ma il legame con il padre, a parte qualche spigolosità, doveva essere solido. Lo dimostra la promessa che gli fece e mantenne sul letto di morte: non cedere più all’alcol, mezzo al quale, ormai famoso, ricorreva per vincere l’ansia dei concerti.

Fabrizio visse inizialmente nella campagna astigiana, a Revignano, luogo dal quale la famiglia era originaria e dove si dovette trasferire a causa degli eventi bellici e perché il padre era ricercato dai fascisti. Visse, poi, nella Genova del dopoguerra, scossa e partecipe della contrapposizione tra cattolici e comunisti, spesso rigidi e bigotti entrambi.

Ma la sua vita, in fondo, conta poco.
Quella che passerà alla storia è la sua poetica, libertaria e tranquillamente anarchica ma, ripetiamo, radicalmente spirituale. Alimentata dalle letture, perché era un onnivoro e vorace divoratore di libri. E da alcune amicizie fondamentali e formatrici.

Come quella con Fernanda Pivano, la scrittrice che fece conoscere la letteratura americana agli italiani. Conosciuta inizialmente durante la lavorazione di “Non al denaro non all’amore” e ritrovata anni dopo per non essere più abbandonata.
«Fernanda per noi è stata la famiglia, e anche noi per lei» dirà Dori Grezzi. E oggi Fabrizio è entrato a sua volta nelle famiglie.