L’INTERVISTA/LIBRI/Gli angeli e gli orchi di Palermo

di Valerio Cattano

Un poliziotto della sezione Minori della Mobile di Palermo che si occupa di violenze sui bambini. Una cronista che non ha perso il gusto di raccontare la notizia senza fronzoli, senza ammiccamenti. Non è un romanzo noir, ma si legge come tale il libro "Angeli e Orchi" (Flaccovio) scritto da Nicolò Angileri e Raffaella Catalano, che ha "confezionato" in volume gli appunti dello "sbirro" palermitano.

Raffaella, "Angeli e Orchi" parla di pedofilia.  Non è un romanzo, ma di certo non c’è nulla di più noir che mettere nero su bianco le violenze patite dai minori. Considerate le tematiche, non hai mai pensato: "Non è roba per me?"
«No, non l’ho mai pensato. E c’è un motivo. Quando lavoravo come cronista di giudiziaria, anni fa, mi ero occupata del più importante processo di pedofilia di Palermo, quello cosiddetto dell’Albergheria, che è il quartiere palermitano in cui fu scoperto un enorme giro di sfruttamento sessuale di bambini. L’orrore, oggi come allora, è lo stesso. Ma identica rimane anche la convinzione che queste storie vadano comunque raccontate - purché con tatto e senza morbosità – per fare opera di sensibilizzazione e di prevenzione. E in quest’ottica è importante che di certi argomenti si parli soprattutto nelle scuole dei quartieri a rischio, tra i bambini, per evitare che chi è sprovveduto e disinformato diventi facile preda dei pedofili».

Nicolò Angileri, il poliziotto della Squadra mobile che racconta la sua esperienza, confessa di aver iniziato a scrivere per una esigenza terapeutica: a tuo parere, anche il lettore può avere un approccio di questo tipo? Come dire, alla fine della lettura, può rimanere sconcertato ma nello stesso tempo fiducioso sul fatto che i responsabili di questi crimini prima o poi pagano il conto?
«Spero di sì. Di sicuro, dal racconto di Nicolò, della sua esperienza professionale e umana, si trae la confortante certezza che lui e la sua squadra lavorano con serietà, con amore, con impegno e senza risparmiarsi. Tanto è vero che, grazie alla crescente fiducia nella polizia, e nella Sezione minori della Squadra Mobile di Palermo in particolare, il numero delle denunce di abusi sessuali è aumentato».

Le vicende trattate dimostrano che spesso le molestie sessuali verso minori, o adulti, non giungono da estranei ma da persone vicine, familiari o amici. Un dato oltremodo inquietante…
«E’ un dato molto inquietante, sì, ma purtroppo reale. I bambini tendono a fidarsi ciecamente di chi sta loro più vicino, di chi ha un volto familiare. Perché si tratta di persone dalle quali credono di non poter mai subire abusi e violenze. Però accade che si affidino a quelle che dovrebbero essere mani amiche e invece si rivelano mani sbagliate. Poi l’ambiente chiuso della famiglia, i silenzi, i ricatti, le paure e le connivenze fanno il resto. E i nuclei familiari, soprattutto nei quartieri in cui ignoranza e povertà sono più acute, diventano realtà terrificanti, che uccidono l’innocenza e la dignità umana».

Parliamo dello stile. Il protagonista racconta in prima persona; erano così anche le prime bozze oppure è stata una scelta dell’editor? Quanto sei intervenuta sul manoscritto e quanto è stato lasciato d’originale?
«La scelta della prima persona è di Nicolò Angileri. D’altronde questo libro è il racconto della sua esperienza professionale, ma anche una sorta di diario che gli è servito per scaricare le tensioni e alleviare i tormenti che nell’affrontare un lavoro come il suo inevitabilmente finiscono per pesare troppo. Assistere al dolore dei bambini è un’angoscia che non puoi lasciarti alle spalle quando, la sera, rientri a casa. E Nicolò ha anche due figli piccoli, quindi il processo di identificazione tra i suoi bambini e le vittime degli abusi è quasi inevitabile. Così lui, su suggerimento di una psicologa, ha cominciato a scrivere queste storie per strapparsele da dentro, per rasserenarsi e riuscire a ritrovare l’equilibrio necessario per essere maggiormente d’aiuto alle vittime di queste indicibili violenze. Equilibrio, ma mai distanza, perché di fronte alla sofferenza di un bambino abusato il distacco professionale è un’utopia. Il mio intervento sul manoscritto è consistito nel reimpostare i singoli racconti secondo una concatenazione degli eventi non necessariamente cronologica, ma partendo dal dato più interessante. Ho reso anche più verosimili i dialoghi, perché Nicolò Angileri non è uno scrittore e quindi non conosce le astuzie del mestiere. In generale, ho lavorato sulla forma, ma senza modificare la sostanza».

In un passo il poliziotto commenta: Spero di non dover considerare la sottocultura dell’omertà come un tratto caratteristico di noi siciliani… Fatto è che in molti sono pronti a negare pur di "salvare" un parente anche sapendolo colpevole….
«L’omertà non ha una connotazione geografica né una latitudine. E’ il prodotto dell’ignoranza, della sottocultura, e anche della vergogna e della paura. E’ un atteggiamento sbagliato e condannabile che comunque non si può attribuire solo alla Sicilia, ma a qualunque ambiente depresso e  degradato, che è il terreno in cui la pedofilia attecchisce».

Ancora il protagonista confessa: Io agli angeli custodi ci credo. Per quanto si comprenda il bisogno di credere in una forza del bene, non c’è il rischio di scivolare nel patetico e vanificare la forza del racconto?
«Ognuno è libero di credere in ciò che vuole. Leggendo questo libro emerge con chiarezza quanto Nicolò Angileri sia un uomo pragmatico, concreto, fattivo e anche duro, quando è necessario. Infatti le storie che racconta non sono mai melense, tutt’altro. Ma Nicolò, come molte altre persone che hanno a che fare per lavoro con gli aspetti più crudeli della vita, ha bisogno di evadere, di coltivare pensieri più alti, che gli diano speranza e fiducia. Gli angeli, per lui, sono stimoli, illuminazioni del momento o puntelli, e gli consentono di superare i momenti bui, pesanti o anche solo faticosi. Sono una risorsa forse psicologica che a Nicolò - un uomo che ha fede - serve da sostegno».