Alla Columbia la storia del ghetto di Roma

di GT

La parola "ghetto" ha assunto nella storia il significato di un area generalmente urbana nella quale un gruppo di persone considerato minoranza, etnica o religiosa che sia, vive in regime di reclusione più o meno stretta. Di fatto, per la prima volta si parlò di ghetto riferendosi all’area dove vivevano gli ebrei di Venezia. La conferenza del 16 Febbraio, all’Italian Academy della Columbia University, ha inteso ricordare le vittime, gli emarginati, i perseguitati nella storia e dalla storia, promuovendo una serie di eventi accademici che esplorano queste, ancora oggi, difficili questioni di discriminazione e di crimini contro l’umanità.

L’Europa e le Nazioni Unite commemorano le vittime della Shoah puntualmente ogni inverno da quando Auschwitz è stato liberato nel lontano e così vicino allo stesso tempo, 1945. Autorevoli gli speaker chiamati dall’Italian Academy: il primo è stato Kenneth Stow, Professor of Jewish History Emeritus at University of Haifa, e visiting professor a Yale University, Smith College, Hebrew University in Jerusalem, University of Massachusets, Pontifical Gregorian University in Roma. Il professore Stow, autore di molti libri e articoli, è anche fondatore del International Journal Jewish History. La seconda presentazione è stata quella di Irina Oryshkevich, esperta in storia dell’arte antico-moderna e con studi internazionali a Roma e New York.
Irina Oryshkevich, ha parlato della storia architettonica della città di Roma dal 1550 all’epoca moderna, in rapporto alla sua religione, quella cattolica. Mentre si alzavano la Basilica di San Pietro e altre chiese cristiane, mentre i migliori artisti italiani, quali Bernini, Michelangelo e altri furono convocati per produrre la miglior "facciata" del cristianesimo, altri credi venivano segregati. Costoro erano gli ebrei, sempre più pressati a rinunciare alla loro religione per poter essere cittadini a pieno titolo come i cristiani. La Chiesa a quei tempi era anche lo Stato. Così che gli ebrei di Roma finirono sul Lungo Tevere, ammassati in più di 4000 persone in un quartiere minuscolo, costretti a un puro regime di segregazione e controllo: loro non potevano possedere proprietà, non potevano avere impieghi pubblici, nemmeno impieghi di alto livello, venivano tassati molto più dei cristiani, erano obbligati ad ascoltare la messa cristiana, non avevano il diritto di allargarsi nemmeno di un metro fuori dal campus designato appositamente per loro, neanche in periodi di emergenza, come ad esempio, l’anno secolo. Il motivo era semplice: gli ebrei erano "impuri e infedeli", concetto condiviso e promosso dai  cattolici, loro la frase "Los peros judeos", di cui anche l’idea che gli ebrei siano "contagiosi", esattamente come se fossero afflitti da qualche malattia. Gli ebrei erano residenti a Roma da diversi secoli già a quei tempi, ma ciò non faceva di loro cittadini a pieno titolo.
La modernità ha portato ancora più pressione sugli ebrei, più che mai costretti a convertirsi al cristianesimo perché il concetto di stato moderno richiedeva agli ebrei moderni che si integravano nella società italiana, la pena da pagare: la conversione. Non era sufficiente quindi l’integrazione culturale, linguistica, ma il punto dolente restava quello di essere di diversa religione.
Il professore Kenneth Show ha offerto un panorama socio-culturale appropriatamente dettagliato, frutto di tanti anni di ricerche, relativo all’enorme quantità di tratti che gli ebrei hanno condiviso con la cultura italiana, tanto da rielaborare l’hebrew antico in termini di sintassi, di fonetica e struttura grammaticale e plasmarlo sulla lingua italiana, per poi dar nascita all’ ebraico romanesco;  fino alla cultura culinaria, ricordiamo i "carciofi alla giudea", che ancora oggi si servono nelle tavole calde romane del ghetto.
In sostanza, questa lezione di storia alla Columbia ha ricordato il binomio "puro- impuro" promosso dalla Chiesa Cattolica, dove l’impuro era chi non credeva nell’autorità papale, pena l’esclusione dalla sfera dei diritti civili, se figli di un credo religioso diverso. Mentre la chiesa di Roma predicava per tolleranza si dimostrava intollerante, mentre innalzava valori cristiani, abbassava i valori altrui, tanto da rendere "l’altro" il nemico della cristianità. Le conversioni massive forzate, le persecuzioni, le inquisizioni e la segregazione furono i risultati di tale dialettica.
Tutte le società hanno dei "diversi" di turno, ma la conoscenza di quanto è già stato consumato nella storia, può esser utile a non ripetere quanto meno alcune di queste inciviltà?
Dopo l’appassionata lettura, il Professor Kenneth Stow si è dichiarato molto soddisfatto "dell’interesse straordinario che c’è nella storia degli ebrei di Roma" guardando verso una platea così piena e questa volta, di gente di tutte le età.  Stow ha affermato anche che "conoscere la storia è un imperativo, così la vita degli ebrei e delle posizioni di sottomissione, di un’autorità che non accettava la legittimità dell’ebreo in quanto tale..."
Alla nostra domanda se esiste un legame tra i crimini del cristianesimo verso i non cristiani discussi nella conferenza e l’orrore dell’Olocausto del XX secolo, il Professor Stow ha risposto: "Certamente, non possiamo fare un passaggio liscio senza una approfondita analisi dei fatti, da quanto era successo durante questi secoli all’apice spietato delle Leggi Razziali del 1938, ma sicuramente possiamo dire che la risposta della gente, dei cristiani di fronte a tanto non senso è stata davvero deludente"