PRIMO PIANO/EVENTI/Emozioni a NY per “Salonika ‘43”

di Georgiana Turculet

Un’insolita presentazione per un’insolita serata. Le parole dell’ambasciatore e co-autore della piece teatrale, Gian Paolo Cavarai che narra l’esperienza del suo connazionale, il Console Guelfo Zamboni nel periodo di occupazione nazista in Grecia; il dilemma morale e l’imperativo di scegliere tra, parole dell’ambasciatore "entrare con la testa sotto la sabbia oppure continuare ad essere un uomo"; in altre parole,  valutare le deportazioni degli ebrei per quello che erano realmente, dei veri crimini legalizzati, oppure scegliere di eseguire gli ordini diplomatici e consegnare gli ebrei di Salonicco alla morte, ad Auschwitz e ad altri campi di concentramento: "Questa è la decima volta che vedo Salonika 1943 e come era successo ogni volta, anche oggi, ho pianto".

Per la prima volta il 10 Febbraio 2010 l’iper-realista piece teatrale "Salonika 1943" è stata presentata a New York in lingua inglese, grazie al Consolato d’Italia a New York e al Centro Primo Levi in collaborazione con l’Istituto di Cultura Italiana e l’American Sephardic Federation. La regia era di Alan Adelson, con l’interpretazione di Robert Zukerman, Lily Balsen e Galeet Dardashti. L’opera teatrale è stata scritta da Ferdinando Ceriani, Gian Paolo Cavarai e Antonio Ferrari. Le musiche sono dirette da Evelina Mehnagi.

L’esecuzione perfetta dell’opera, l’eccezionale musica ladina dalle note esotiche di sottofondo, in alternanza note di disperazione e note di dolore, le testimonianze del pubblico, le parole dell’ambasciatore Cavarai (già ambasciatore d’Italia in Israele e Grecia) hanno dato luogo a una simbiosi perfetta tra spettatori e attori, a uno scenario doloroso e reale. Introdotta dal Console Generale a New York, Francesco Maria Talò, la piece narra di alcuni ebrei che sono riusciti a sopravvivere alle deportazioni naziste a Salonicco grazie all’aiuto del Console italiano Zamboni. Alcuni di questi ebrei, bambini nel lontano 1943, erano giovedì sera, dopo più di 50 anni, seduti nelle prime file  tra il pubblico. Ha detto il console Talò: "La storia è narrata attraverso la testimonianza del console Zamboni, ma i protagonisti sono sempre le vittime".

L’opera teatrale "Salonika 1943" interpreta, come nel 1993 fece anche il celebre film "Schindler’s list", delle storie vere, nelle quali il comportamento degli eroi, nella prima il Console Italiano, nel film di Spielberg il tedesco businessman Oskar Schindler, si confronta con i duri dilemmi morali, con le lunghe liste di nomi nelle loro mani , tutti nomi, o anzi "numeri" che rappresentano persone che dovevano essere inviate al massacro.
"Salonika 1943" racconta dell’ultimo anno di esistenza della comunità ebraica della città greca, culturalmente unica nel bacino Mediterraneo e stabile su quei territori greci da lunghi secoli, attraverso gli occhi del diplomatico italiano, che nonostante l’alleanza italo-tedesca  nella Seconda guerra mondiale, fece di tutto, quanto era e non era nei suoi poteri per salvare quanti di loro era possibile dalle liste della morte. Storie di gente ordinaria, donne , uomini , bambini erano rappresentati dalla schermata che proiettava foto dell’epoca in bianco-nero di queste persone semplici sterminate al 90% , intrecciate con canzoni dei cantanti sul palco, leggende e racconti tradizionali ebrei dalla bocca degli attori. L’opera sposta gradualmente il focus dei 54 mila ebrei di Salonicco del ghetto alla terribile area di deportazione nei campi della morte per mano nazista.

Il diplomatico italiano, al centro della narrazione, cerca di trovare numerosi escamotage per salvare il salvabile. Il console Zamboni prepara delle contro liste, "liste della vita" per ebrei che venivano estratti dai treni in partenza e posti attraverso canali diplomatici sotto la protezione italiana. Tra il mese di marzo e agosto del 1943, i tedeschi deportarono più di 45000 dei 54000 ebrei che vivevano a Salonicco ai campi di sterminio Auschwitz e Birkenau. La maggior parte degli ebrei appena arrivati nel campo, finivano direttamente nelle camere a gas. Prima di condurli alla morte i tedeschi portarono la prima ondata di ebrei di Salonicco, 9000 persone di età compresa tra 18 e 45 anni, nei campi di lavoro forzato per l’esercito tedesco. In seguito le autorità tedesche chiesero un riscatto per il rilascio dei lavoratori ebrei, dei figli e mariti presi "in prestito" da Salonika. Gli ebrei rimasti a casa in seguito alla prima deportazione di lavoratori si erano venduti tutto, persino il cimitero dei loro antenati che riposavano a Salonika per tirar su la somma richiesta e per avere indietro i loro familiari. Tutto ciò avveniva nel 1942 e tutti gli sforzi della comunità furono inutili perché nel giro di un anno ebbero luogo le deportazioni di massa . Alla fine della Seconda guerra mondiale soltanto 2000 ebrei rimasero in città e quindi il vibrante e importante nido culturale ebreo di Salonicco fu per sempre distrutto.

All’inizio del 1943, fu assegnato a Guelfo Zamboni il posto di console italiano nella seconda città greca per grandezza. Nell’arco di un paio di mesi il diplomatico italiano riuscì a salvare la vita a circa 300 persone dalle liste per Auschwitz, facendo loro documenti falsi che permise il trasferimento delle vittime nelle zone a controllo italiano.

Il romagnolo Guelfo Zamboni nasce in Santa Sofia nel 1897. La sua storia di quando era console a Salonicco viene riportata dal diario personale del suo collega, Lucillo Merci, che raccontava le notti insonni a causa delle terribili deportazioni che avvenivano sotto ai loro occhi. Il testo fu studiato più tardi dallo storico israeliano Daniel Carpi. Nel 1992 viene consegnata a Guelfo Zamboni una medaglia dal Yad Vashem Holocaust Memorial in Gerusalemme.

Alla chiusura della piece al Centro Primo Levi di New York, dal pubblico, una donna si alza con un microfono:  "La donna ebrea, rappresentata dall’attrice sul palco, che era andata dal console per supplicare aiuto per la sua famiglia in procinto di essere deportata, era mia madre". Lei, ora in sala fra il pubblico, Lily Recanati era la figlia della famiglia sopravvissuta grazie ai documenti falsi dati dal Console Zamboni. Afferma: "Questa è la nuda verità che descrive con un realismo spietato quanto era avvenuto. Non riesco ad aggiungere altro. Grazie".

Una seconda donna, Laura Molho racconta:  "Avevo 10 anni quando la mia famiglia riuscì a fuggire dal ghetto. I miei hanno avuto il presentimento che qualcosa terribile stava per accadere, ma nessuno degli ebrei avrebbe mai pensato che sarebbero stati portati via tutti e uccisi sistematicamente. Nessuno. La mia famiglia aveva dell’oro a quei tempi. Allora con l’oro si poteva comprare di tutto e loro comprarono una loro falsa identità cristiana, grazie alla quale abbiamo potuto attraversare la Grecia allora invasa dai tedeschi e nasconderci nella parte del sud che era dopo il 1943 sotto controllo dell’Italia. Ora io sono medico e vivo a New York da oramai tantissimi anni, appena arrivata qui avevo conosciuto colui che diventò mio marito , e abbiamo due figli e molti nipoti".

Il loro "Grazie" dopo la chiusura della piece, includeva un grazie perché siamo vivi,  grazie per aver rappresentato quanto ci era successo e per non permetter l’oblio della storia, di quelle vite spezzate senza aver portato alcuna colpa.

Tantissimi applausi dopo le parole struggenti dei testimoni concludono la prima di "Salonika 1943" a New York e accompagnano l’emozione che ognuno dei partecipanti ha provato in questo paio di ore più che di rappresentazione teatrale, di amara verità.