Che si dice in Italia

La vera giovane Italia

di Gabriella Patti

Ci sono degli italiani, sempre troppo pochi aimé, che ogni tanto mi fanno sentire davvero orgogliosa di essere italiana. Gillo Dorfles è uno di questi. Il nome, forse, non suonerà familiare a tutti. Ed è giusto che sia così, perché Dorfles - famosissimo e molto rispettato negli ambienti intellettuali e artistici - è uno che alla soglia dei cento anni, li compie ad aprile, ha sempre mantenuto un atteggiamento schivo, lontano dai riflettori. Tanto questi lo hanno sempre puntato e continuano a farlo: in questi giorni apre a Milano una mostra a Palazzo Reale che lo celebra e promette di essere un grande evento culturale. Definire Dofles soltanto un critico d'arte (cosa che è, come testimoniano i suoi numerosi e fondamentali scritti) è riduttivo. E' anche un artista in proprio, tanto per cominciare. Ma, soprattutto, con la sua eleganza classica e il fisico magro che rivela un passato pure da atleta, Dorfles si muove nel mondo come un osservatore attento e curioso del presente. Con un occhio sempre al futuro, cosa non molto comune nelle persone di una certa età più propense a guardarsi indietro con rimpianto. La conferma la ebbi di persona qualche anno fa. Andai a intervistarlo, nella sua bella ma tranquilla casa milanese. E commisi subito un buffo errore. Convinta chissà perché che, avendo ormai superato da parecchio i novant'anni, avesse qualche problema di udito, posi le mie prime domande a voce altissima. Salvo poi accorgermi che ci sentiva benissimo. Ma a colpirmi veramente furono altre due cose.

Era informatissimo su tutti gli sviluppi dei costumi e della moda, molto ma davvero molto più di me che pure avevo tanti anni meno di lui. "No, le scarpe femminili a punta lunga erano dell'anno scorso. Ora non vanno più" mi disse a un certo punto facendomi arrossire per essere stata colta impreparata. Ma il vero stupore venne quando, a poco a poco, capii come "funzionava" Dorfles. Nella stagione in cui gli anziani se escono di casa lo fanno per brevi tragitti protetti, magari per andarsi a sedere su una panchina al sole nelle belle giornate, lui pure esce. Ma tutti i giorni, con qualsiasi tempo. E lo fa con lo spirito curioso dell'esploratore urbano. Per guardare i giovani come si vestono, per cogliere le frasi al volo, per assorbire i cambiamenti nelle strade, per registrare gli umori della città. E arricchirsi. Altro che panchina ai giardini pubblici. Qualche giorno fa, nel celebrarlo, il Corriere della Sera ha ricordato un episodio che dice tutto del personaggio. A Madrid, invitato con tutti gli onori a una grande retrospettiva su Picasso, non ebbe dubbi: "Già visto, andiamo invece a vedere che cosa c'è di nuovo nelle gallerie". Ecco a un uomo così si perdonano anche le piccole manie. Come quella di rifiutarsi di indossare abiti blu, troppo formali. "Una volta mi hanno regalato un golf blu. Ho provato a metterlo, per gentilezza. Ma per poco". E i suoi impeccabili completi pastello, che ne sottolineano la figura elegante, fanno dire che sì, il blu è davvero da vecchi. Cosa che Dorfles, nonostante l'anagrafe, non è.

UN ALTRO ITALIANO, QUESTO QUI "NUOVO" che mi sta simpatico nonostante le spigolature del suo carattere lo rendano inviso ai più è il calciatore di colore Mario Balottelli, nato a Palermo da genitori originari del Ghana. Adesso è stato messo sotto accusa dalla sua stessa società, l'Inter. La colpa? Questa volta non è stata una sua, peraltro comprensibile, reazione ai continui cori razzisti che accompagnano ogni sua azione, in qualsiasi stadio giochi e spesso persino urlati dagli stessi interisti. No, stavolta la colpa è essere andato allo stadio San Siro a vedere la partita di Champions League persa dal Milan contro il Manchester United. Ci è andato per vedere giocare uno più bravo di lui, l'inglese Wayne Rooney. Apriti cielo! Come se quando gioca l'avversaria tradizionale, i calciatori dell'Inter dovessero far finta di nulla, tuttalpiù guardare la partita in casa. Anche se i veri intenditori sanno che un match lo si gusta e lo si capisce di più dal vivo.

E A PROPOSITO DI BALOTTELLI, CALCIO E RAZZISMO, l'ex campione Lilian Thuram crede che il razzismo negli stadi in Italia non sia altro che lo specchio del razzismo nel Paese, dove ha giocato nel Parma e nella Juventus. "L'Italia è un Paese razzista" ha detto alla presentazione del suo libro ‘Mes Ètoiles Noires', le mie stelle nere. Thuram, che ha giocato in Italia per dieci stagioni, ricorda che anche lui era regolarmente vittima di cori razzisti in Italia. Ma ora, dice, le cose sono solo peggiorate. Trova vergognoso il modo in cui viene regolarmente trattato Mario Balotelli. "Quel ragazzo ha bisogno di sostegno. Il problema non è lui, ma i tifosi che urlano gli slogans".