OPINIONI/TANGENTOPOLI NEI MISTERI D’ITALIA/Mani pulite, Usa e affari

di Fabio Cammalleri

Com'è noto, da qualche settimana è stata pubblicata una fotografia (ma ve ne sarebbero altre) in cui l'On. Di Pietro viene ritratto ad una cena. A tavola, con lui, compaiono Bruno Contrada, un ufficiale dei Carabinieri, alcuni ufficiali del Servizio Segreto militare italiano e il responsabile dell'agenzia d'investigazioni Kroll, la maggiore del mondo, ritenuta adiacente alla CIA. Malgrado le spiegazioni offerte dal leader dell'Italia dei Valori, la cena, adesso divenuta celebre, seguita ad alimentare una certa inquietudine.

Come si è osservato, in effetti, il convivio turba e smarrisce, sia per la compagine, sia, soprattutto, per il tempo in cui ebbe luogo: poche ore dopo l'invio del primo avviso di garanzia a Craxi, nove giorni prima dell'arresto di Contrada, in piena Tangentopoli. E il momento è veramente significativo, tanto più se lo si inquadra alla luce di una tesi che è stata proposta per spiegare l'indagine più vasta e famosa della storia d'Italia in una chiave non fumettistica: quella, cioè, per cui le vicende di quegli anni avrebbero unicamente espresso l'azione di uno "Sceriffo Onesto", secondo un'antesignana, critica espressione.

Dunque, un momento decisivo; anzi quello simbolicamente più dirompente dell'intera operazione "Mani Pulite", in cui si era varcato il Rubicone e si era portato l'attacco a Craxi. Colui che, fra i leader politici italiani del tempo, era senza dubbio il più consapevole del ruolo tutorio assunto dai partiti politici rispetto al sistema delle Partecipazioni Statali e alle ricchezze nazionali che vi erano comprese: vale a dire, gli asset strategici di aziende operative in settori fondamentali. E colui che, fra i capintesta, era il più scettico e, se non scettico, certamente cauto, in ordine alla reale portata e ai reali effetti del coevo, incombente processo di unificazione monetaria, il quale (come poi è puntualmente accaduto) si sarebbe potuto prestare anche ad un infiacchimento del valore reale della ricchezza pro-capite. Di lì a qualche mese, con il bis di Prodi alla presidenza dell'IRI, sarebbe partita la più vasta campagna di liberalizzazioni e privatizzazioni mai registrata in Italia, per cadenze e contenuti, simile ad una debellatio e il cui prezzo reale sarrebbe stato proprio un mastodontico processo inflattivo mascherato con il maquillage valutario. Eni, Enel, Telecom, Credito Italiano, Banca Commerciale, solo per fare alcuni dei nomi più nobili. La debellatio, in estrema sintesi, avrebbe agito su due piani, fra loro complementari.

Un piano interno, in cui sarebbe valsa a mantenere le posizioni di alcuni ceti imprenditorial-parassitari: quelli, per intendersi, cresciuti a cassa integrazione facile e sovvenzioni pubbliche, variamente motivate, ma sempre riconducibili ad un pietismo occupazionale benedetto da PCI e sindacati. Benefici cui andrebbero aggiunte le numerose migrazioni (anch'esse incoraggiate o mellifluamente "sopportate" in nome dell'occupazione) di aziende indebitate privatamente e privatamente decotte fra le braccia accoglienti e sicure del gruppo IRI che, a tutto il 1992, costituiva, in assoluto, il settimo conglomerato aziendale del mondo: per tutta la c.d. Prima Repubblica, anche utile discarica di ogni inefficienza radical-chic, negli anni di Maastricht presentato come emblema di ogni male e, perciò, da abbattere e "ripulire" senza troppi riguardi.

E un piano esterno, in cui l'operazione sarebbe servita ad avviare un più vasto disegno geopolitico degli Stati Uniti nei confronti dell'Europa, dopo la vittoria della Guerra Fredda. Cavallo di Troia: l'Italia, indubbiamente il punto del vecchio bastione continentale in cui più agevolmente si poteva scavare una breccia.
Perciò, Prodi; e si può qui ricordare una concatenazione, tipica di quegli anni cruciali, che potrebbe esemplificare l'assunto. Nel 1993 egli aveva appena lasciato il ruolo di advisory director di Unilever, interrompendo anche i cospicui rapporti di consulenza con Goldman Sachs, che riprenderà successivamente.

Proprio dopo aver svolto rilevanti attività professionali in favore di Unilever, Prodi tornò all'IRI, dove, trascorsi quattro mesi e mezzo, tra le altre cose, venne approvata la deliberazione con cui si assentiva alla cessione delle aziende Cirio-Bertolli-De Rica, tenendosi dunque a battesimo una fra le più controverse privatizzazioni italiane. La mediazione nell'affaire, quale consulente del compratore, cioè Unilever, fu condotta da Goldman Sachs, banca alla quale, si diceva, dal marzo 1990 al maggio 1993, e poi, dall'Ottobre 1994 all'Aprile 1995, la ASE s.r.l., società di proprietà dei coniugi Prodi-Franzoni, aveva reso e avrebbe reso consulenze legate all'Europa, su base esclusiva. Tali attività professionali hanno prodotto per la ASE, dal Novembre 1990 all'Aprile 1995, introiti pari a circa sei miliardi di lire nel complesso, e per oltre due miliardi di lire solo per i servizi prestati a Goldman Sachs e senza che le consulenze si siano mai compendiate in alcun documento (un parere, una relazione, uno studio e così via) specificamente inerente alle prestazioni oggetto dei vari pagamenti. Secondo la Procura di Roma che, avendo preso in esame la vicenda, ritenne, nel marzo 2002, di chiedere l'archiviazione del procedimento, non v'è stato alcunchè di penalmente rilevante nell'assenza di supporti materiali che dessero corpo a tali consulenze. Per il cittadino sembra permanere, tuttavia, una connessione, diciamo così, cronachisticamente rilevante.

Proseguiamo. Della banca americana sarà Vice-Presidente-Europa Mario Draghi (già Direttore Generale del Ministero del Tesoro mentre Prodi era all'IRI e, nel 1993, anche Presidente del Comitato per le privatizzazioni che si occuperà, tra le altre, di Telecom, ENEL, ENI) e con Padoa Schioppa, Ministro del II Governo Prodi, vedrà ribadito, a tutto il 2006, il suo ruolo preferenziale nelle faccende italiane: mediante la chiamata di Massimo Tononi, altro uomo di punta dell'istituzione finanziaria, al discreto, ma decisivo, ruolo di sottosegretario all'Economia, con deleghe per la privatizzazione di Enel e per i rapporti con la Consob. Un milieu espressione di un establishment che in Ciampi (al tempo di Tangentopoli Governatore della Banca D'Italia, quindi, Presidente del Consiglio) riconosceva il suo punto di coagulo. Tutto questo (e molto altro) avviene sullo sfondo di una, per dir così, dichiarazione d'intenti dell'allora (1992) Ambasciatore degli Stati Uniti a Roma e futuro Presidente di Merril Lynch Italia, Reginald Bartholomew, che sottolineava la necessità di far intendere ai "nostri interlocutori italiani" l'importanza di proseguire speditamente nella rimozione di "qualsiasi barriera per gli investimenti esteri".

L'ipotesi, che potrebbe allungarsi come un'ombra imbarazzante su quella tavola, è stata espressa chiaramente, già dieci anni or sono, dal Prof. Virgilio Ilari, nel suo Guerra civile: ed è, pertanto, quella per cui con Tangentopoli sarebbe stata deliberatamente smantellata una classe politica dominante la quale, pur con qualche scricchiolìo, era ancora saldamente in sella; una classe politica gelosa custode del suo ruolo e del suo potere fondato, essenzialmente, proprio sugli asset fondamentali del Paese, tutti di proprietà pubblica. Per arrivare alla farina occorreva abbattere il mugnaio, magari fomentando le folle con il prezzo del pane, debitamente lievitato. Non dimentichiamo che, ancora con il Governo Ciampi, la lira fu sottoposta ad un massiccio attacco speculativo, tanto che fu necessaria la sua uscita dallo SME e che, in quella tempesta, venne indicata la prova della improcrastinabilità dell'Euro. Anzi, grazie ad una copertura mediatica incessante, del suo carattere salvifico-messianico. Con il vento fecondatore della "gioiosa macchina da guerra" e del "comitato di redazione unificato", in cui, va ricordato, confluirono sia quotidiani e settimanali facenti capo ad alcuni, definiti, gruppi imprenditoriali, sia quello del PCI/PDS, in seno al Pool spontaneamente germogliarono corrispondenze simpatetiche, che, in parte animate da autonomo spirito rivoluzionario, avrebbero svolto il ruolo di utili cecchini. Una giustapposizione perfezionatasi sul piano interno. Si dice in parte però, perchè, a cercare meglio, si dischiuderebbe un ambito operativo meno roboante ma decisivo e, fin qui, scarsamente esplorato: proprio quello in cui potrebbe aver figurato anche Di Pietro, sorretto dai fili della più ampia trama sopra appena tratteggiata. E saremmo così proiettati sul piano esterno.

Con un'appendice di curiosità mnemonica: nei primi di luglio del 1993 Prodi venne torchiato da Di Pietro in uno dei suoi famosi interrogatori a muso duro; tanto da indurre l'interrogato a chiedere lumi (sperandone forse intercessioni) al magistrato di Cassazione in pensione Filippo Mancuso, che era in quei giorni membro del Comitato di consulenza giuridica dell'IRI: diverrà più noto due anni dopo, quando, Ministro Guardasigilli del governo Dini, verrà attinto da una mozione di sfiducia "intelligente". Dopo l'infruttuoso abboccamento con Mancuso, Prodi largisce agli investigatori una memoria di 53 pagine nella quale si autoestrania dai sette anni della sua prima presidenza all'IRI (1982-1989) ottenendo, pare miracolosamente, considerata, diciamo, la tenacia demolitiva del Di Pietro di Mani Pulite, di essere lasciato in pace; quanto meno da quel magistrato. Normale desistenza accusatoria o interferenza di piani?