SPETTACOLO/Vinicio cantimbanco

di Lorenza Cerbini

Nei panni di un predicatore Vinicio Capossela torna negli Stati Uniti per presentare il suo show di sermoni tristi e ironici fino alla comicità intarsiati con elementi della tradizione burlesque americana. Colonizzato e colonizzatore, Capossela toccherà New York (il 6 marzo), Montreal, Toronto, Chicago, San Francisco e Los Angeles.

Nato in Germania da genitori italiani con un vasto bagaglio di anglossassonicità che si tira addosso, Capossela festeggia i venti anni di carriera internazionalizzandosi. Gran Bretagna, Irlanda, Svizzera, Portogallo e Benelux sono i suoi nuovi orizzonti affrontati però con la cautela di chi ha timore di fare passi falsi.
“The Story Faced Man” è il suo nuovo album, che proprio nuovo però non è. Prodotto dall’etichetta Nonesuch Records, contiene diciassette brani tratti da dieci Cd precedenti. “Il meglio di” Capossela, in pratica.
In questo album variopinto come un arcobaleno, l’uomo con il volto di storie gioca con l’umanità della strada e della fantasia per conquistare la “massa”. Stesse liriche, ma più show, più spettacolo, più circo, più personaggio, più ospiti, più interazione. Ecco il nuovo Capossela, meno cantautore, più manager e attore sicuramente.

Il 25 gennaio è uscito in Gran Bretagna il tuo nuovo album, “The Story Faced Man”, con brani tratti da collezioni precedenti. Quale il filo conduttore da “Non Trattare” a “Ovunque Proteggi”?
«Si tratta di una compilation prodotta dalla Nonesuch Records. Uscendo in un paese in cui non si è conosciuti, ho pensato ad un percorso con radici culturali adatte ad essere messe in una valigia. Una raccolta è come un passaporto. Il titolo fa riferimento alle varie facce, alle varie storie che deturpano e compongono il nostro volto. Non si tratta dunque di un disco nuovo. L’ultimo che ho scritto, intitolato “Da Solo”, in parte è stato registrato negli Stati Uniti, ai Brooklyn Studios con la collaborazione di JD Foster. Vi sono canzoni che guardano ai tempi in cui viviamo, di crisi, ma anche di rinnovamento. Ci sono le radici folk della tradizione anglosassone, nella forma della ballata che rende il disco più vicino all’immaginario degli States che io ho».

Due show a Londra, alla fine di gennaio. Esordio britannico?
«No, era il terzo atto. A Londra, vi ho suonato la prima volta nel 2007 a Camden Town e l’anno scorso alla Queen Elizabeth Hall. I due concerti di gennaio si sono svolti alla Union Chapel, una chiesa da pulpito, dove potrebbe essere fatto il sermone di Moby Dick ed è stata una grande emozione»

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L’anno scorso hai presentato il tuo film, “La faccia della terra”, durante un Festival del cinema a Milano. Adesso, ti anticiperà qui a New York. Di che si tratta?
«E’ una pellicola autoprodotta, senza un grande impianto di distribuzione. Si tratta di un documentario che racconta la vita degli strumenti musicali che uso, come gli ottoni e il pianoforte Pallone, ma anche quelli insoliti o particolari come i bicchieri e la sega. Il film documenta pure il viaggio da New York a Tucson di un paio di anni fa, in cui ho letto “I racconti dell’Ohio” di Sherwood Anderson, questa Spoon River dei vivi che mi ha colpito molto. E’ stato proprio in quell’occasione che ho scritto il brano “La faccia della terra”, registrato proprio a Tucson con i Calexico. Il film è soprattutto fatto di riflessioni».

Per il Giorno della Memoria, hai partecipato al progetto “Un treno per la memoria” e poi ti sei recato a Cracovia per un incontro di musica e letture ispirate dalle opere di Primo Levi. Hai in programma altre iniziative come queste?
«Queste sono state iniziative uniche. Cerco spesso di suonare in occasione di ricorrenze particolari, come l’anno scorso per il 25 aprile. A Cracovia ho portato “Suona Rosamunda”, un programma fatto di letture, canzoni e grammofono incentrato sul “Giorno della Memoria”. E’ stupefacente l’uso della musica che veniva fatto nei campi di sterminio, dove c’era un elemento grottesco, una banda musicale, che accompagnava con pezzi molto frivoli ed allegri, come “Rosamunda”, la vita dei campi».


Il tema della guerra ricorre nelle tue canzoni. Hai fatto il militare? Hai vissuto conflitti in prima persona?

«Non ho fatto il militare e non sono mai stato in prima linea. Unico rapporto indiretto che ho avuto con la guerra è stato un viaggio a Sarajevo, in Bosnia, dopo la fine del conflitto».

L’iter della vita è per te una sorta di guerra senza pallottole?
«E’ un temporamneo stato di tregua con la morte».


Chi sono Mr. Pall e Mr. Mall?

«Mr. Pall e Mr. Mall traggono origine dal pacchetto di sigarette e sono i protagonisti dei racconti senza filtro del libro “In clandestinità” che ho realizzato con Vincenzo Costantino detto “Cinaski”, a lungo mio compagno di strada. E’ un libro a due voci, scritto in forma di incontro di boxe, non a capitoli, ma a round e i colpi sono in forma di poesia o di racconto breve».


Il libro, durante i “readings”, lo proponete sul ring?

«Sì. Alcune volte le letture le abbiamo fatte direttamente nelle palestre di pugilato. In qualsiasi caso si riproduce il ring con corde ed angoli. La forma della boxe è particolarmente adatta allo spettacolo. E’ la metafora della vita, quello che si scrive o che si canta riguarda sempre i colpi inflitti dalla vita ed è un modo per restituirli».

Sei anche tu un “poetador” come il tuo amico Cinaski?
«Lui è un poeta-d’or… Io sono un cantimbanco».

Nel concerto del 2008 a New York hai anticipato il tuo “Solo Show” che è stato un grande successo italiano con 60 repliche. Da Manhattan riparti con una nuova produzione?
«Fino ad adesso, come veri emigranti, ci eravamo fermati solo a New York. Questa volta, abbiamo l’occasione di un vero tour americano. E saranno i concerti del predicatore quaquero italiano… Mi piace immaginarmi come un predicatore di quelli che andavano sulle navi. E’ così che mi presenterò».


Hai mai pensato di portare il tuo show nello scenario più congeniale, a Coney Island, dove freak show e burlesque continuano il loro percorso combattendo e vincendo ogni giorno sulla modernità?

«Beh... si sono anche adattati alla modernità. Sarebbe bello uno show lì, ma non necessario. L’idea del side-show o del freak show va oltre la rappresentazione in sé e in questo gli americani sono insuperabili. E’ proprio un concetto: mettere in mostra, anche a mezzo delle poesie, le nostre mostruosità, le nostre deformazioni, la maschera che offriamo di volta in volta nella vita».


Racconti i fenomeni, i freak e gli animali dimenticati da Noè: “La mucca a cinque zampe”, “Il maiale a due teste”, “La capra unicorno”. Esseri da mettere in mostra. Sei anche tu un fenomeno?

«Beh, certo un po’ come tutti. Naturalmente nel mostrare io faccio una parte del mio mestiere. Ho fatto di me una specie di creatura da mostra, ma solo a noleggio».

A New York non sarai solo sul palcoscenico, ci saranno anche Christofer Wonder e Jessica Love?
«Jessica non lavora più con la compagnia, ci sarà però Christofer Wonder che è il mio alter ego in magia. Viene dalla scena burlesque di Los Angeles ed è il primo emigrante al contrario che conosco, perché era emigrato in Italia. Wonder sarà il nostro uomo alla porta, mi annuncerà sui trampoli dicendo: “Signori e signore ed ecco a voi Vinicio Capossela!” Christopher ha in sé il vecchio modo di fare spettacolo, alla Houdini, un modo poetico di fare il “magician”. La sua parola magica è “Padà” che rappresenta l’alfa e l’omega della meraviglia. La compagnia sarà però a New York in forma ridotta, anche se siamo sempre aperti alle attrazioni che provengono dalla strada. Il nostro spettacolo è aperto agli ospiti. Se nel cammino troviamo qualcuno che vuole unirsi ed è adatto al nostro spettacolo perché rifiutarlo? Ben venga!».