CINEMA/Teatro a cielo aperto

di Filomena Troiano

Presentato in anteprima all'Istituto Italiano di Cultura, è uscito in questi giorni nelle sale del Cinema Village di New York City il musical tutto palermitano di Roberta Torre, «To Die for Tano», ("Tano da morire"). Il film, uscito in Italia nel ’97, vanta tre premi alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, tre Nastri d'Argento e due David di Donatello. E' la storia cantata di Tano Guarrasi, boss palermitano del quartiere Vucciria ucciso nel 1988 da un sicario dei corleonesi e delle sue quattro sorelle zitelle. Con la musica scritta da Nino D'Angelo il musical fin dall'inizio ha scosso lo spirito di chi lo ha visto. La regista, Roberta Torre, ha raccontato a Oggi 7 la nascita del suo film capolavoro, della sua passione per il Sud intriso di colori e tradizioni forti e della sua adorazione per Scorsese, suo maestro.

«Tano da morire», musical del ’97 di cui è la regista, è uscito questa settimana negli USA. Cosa vuol dire per lei?
«Sono molto felice che il film esca in America e credo che in realtà sia proprio il palcoscenico giusto. È un grande traguardo».

Che tipo di reazione si aspetta?
«Secondo me soprattutto gli italoamericani lo apprezzeranno molto, saranno contenti perché si riconosceranno. Ci sono tutti i sapori e i colori della Vucciria che come tutti sappiamo rappresenta una vera e proria icona. Ora più che mai, visto che è molto diversa e chi vive negli Stati Uniti da molto tempo non avrà difficoltà a riconoscerla in quanto è rappresentata come loro l’hanno vissuta. Ecco uno dei motivi per cui “Tano” è un film irripetibile, perché quel luogo non c’è più. La Vucciria così come la si vede in quel film, di grande potere e fascino, non c’è più e non potrà più esistere».

Lei è nata e cresciuta a Milano, poi nel ’90 si è trasferita a Palermo, c’è un motivo preciso dietro a questa scelta?
«A dire il vero vivevo un periodo particolare. Milano non mi calzava più tanto bene, attraversavo un momento poco stimolante e dopo una visita a Palermo ho deciso che era quello lì il mio posto, forse proprio perché tanto diverso da Milano. In Sicila ci sono rimasta per oltre 15 anni in cui ho lavorato tantissimo e molto bene, anni in cui oltre ad aver messo al mondo un figlio ho prodotto cose che mi hanno resa fiera e che mi porterò dietro per sempre. Poi mi sono trasferita a Roma, dove vivo tuttora».

Si parla di lei come della regina del musical-sceneggiata, qualcosa però nel tempo è cambiato e la sua osservazione è diventata più drammatica. Che cosa ha determinato questo cambiamento?
«Nella vita tutto cambia, nel senso che le esperienze ti fanno cambiare direzione e quindi mutuano il tuo sguardo. Sono un’appassionata di arte in genere, prime fra tutte la pittura e la musica, e dunque con il tempo questa acquista dei toni differenti, a volte giocosi, ironici, in altri casi drammatici. Insomma penso che le esperienze facciano questo percorso qui».


Lei ha iniziato nel ’94 con «Amor mio» con cui ha vinto il premio Aiace, nel '98 poi è arrivato il David per «Tano da morire», premio per la migliore regia esordiente e quindi una lunga serie di riconoscimenti. Come guarda a questo a distanza di tanti anni?

«Ci pensavo proprio in questi giorni, riflettevo su quanto non mi sembri vero di essere riuscita ad accumulare tanto. Per me l’arte rappresenta la vita, per cui essere soddisfatta del lavoro che ho svolto e di ciò che ho raggiunto è davvero il massimo. Inoltre, molte delle cose che ho fatto le ho fatte senza pensare a dove potessero arrivare e questo è determinato dal fatto che non mi preoccupo del riconoscimento in quanto risultato, è ovvio che fa piacere, però non è ciò a cui guardo quando lavoro. Devo ammettere che è stato davvero tutto bello».


Da dove derivano le sue ispirazioni?

«Il Sud Italia mi ha dato tanto perché è un teatro a cielo aperto e questa cosa non ha mai smesso di stupirmi. La tragedia, la commedia che si fa a Palermo o a Napoli e in generale nel Meridione sono aspetti che non ho mai ritrovato da nessuna parte, probabilmente solo in Sud America per qualche altro verso. Quindi questa mescolanza di tragico e di comico mi ha sempre affascinato, oltre ovviamente ai colori che continuano a contagiarmi e alla presenza fitta di icone religiose che rappresentano un altro elemento di forte fascino sulla mia immaginazione».

Come è nato «Tano da morire»?
«Assolutamente per caso. In quel periodo ero in giro per Palermo decisa a raccontare delle storie legate alla magia, pratica che caratterizzava alcuni quartieri della città, storie che mi affascinavano insomma. In uno dei tanti incontri ho conosciuto il nipote del protagonista del film, Tano Guarrasi appunto, che mi disse: “Racconta la storia di mio zio, quella sì che è affascinante”; e così è nato il film. Non avevamo fatto nessun tipo di programmazione sistematica per cui è stata una cosa che in un certo senso ci è esplosa nelle mani in maniera inaspettata.

L’idea del musical poi è legata alla mia passione per la musica ma anche al fatto che le voci della gente, in questo caso della Vucciria, le grida, le canzoni appartengono ai quartieri della città, del Sud in generale, pensiamo ad esempio alla sceneggiata che appartiene alla vita dei quartieri di Napoli ma anche di Palermo. A distanza di anni però, io ero appena arrivata a Palermo, mi rendo conto che per me è stato come una sorta di premonizione di quello che avrei capito dopo aver conosciuto e vissuto la cultura mafiosa. Dunque solo a distanza di anni ho capito quello che avevo fatto».


Lo rifarebbe nello stesso modo?

«Non so se riuscirei a rifarlo nello stesso modo, perché non riuscirei ad avere quella sorta di leggerezza e di disincanto che avevo allora. Una cultura, quella mafiosa, che mi ha fatto scappare da Palermo perché l’ha resa una città invivibile. Dopo aver vissuto, giorno dopo giorno, con ciò che significa mafia so bene cosa vuol dire il dolore di che è costretto a subirla. È questo ciò di cui non ero conscia allora e che oggi probabilmente non mi permetterebbe di rifare “Tano” nello stesso modo».

Come sceglie gli attori per i personaggi dei suoi film?
«Molte volte si scelgono attori che attori di fatto non sono. Il cast di “Tano” ne è un vero esempio, gente della strada che non ha bisogno di studiare la parte per immedesimarsi ma che in un certo senso già la conosce perché la vive ogni giorno in diverse circostanze. Persone che possono appartenere alla storia nel modo più naturale possible quindi. Poi tra questi vengono fuori attori di talento che debuttano e continuano a lavorare da veri professionisti, si pensi a Donatella Finocchiaro (“Angela”) per esempio».


Quando ha capito di aver raggiunto il successo?

«Con “Tano” lo avevo capito subito perché è stato un film folgorante. Sicuramente perché toccava un nervo scoperto come quello della mafia che ha attratto tutti ed è un tema che ancora oggi continua ad attrarre tutti. Poi il successo viene, in qualche modo ritorna, però per me, molto giovane anche artisticamente, è sembrata una grande meraviglia».

A questo punto verso quale strada è diretto «Tano da morire»?
«A me piacerebbe che continuasse a rimanere sulla cresta dell’onda su cui si trova, perché è un film che ha avuto sempre delle strade straordinarie, con una vita strana fin dalla nascita. Quando è uscito infatti nessuno ci credeva, tutti dicevano: “Il musical in Italia non funzionerà mai”. Poi a Venezia quando fu presentato nel ’97 il direttore della mostra disse: “Siete pazzi, un film così non si può presentatre in concorso” . Quando vinse il David e i critici ne parlarono in modo esaltante, lui stesso venne da me a scusarsi dicendo di aver sbagliato. È stato un film strano che nessuno ha preso in considerazione all’inizio e di cui poi tutti si sono innamorati. Quindi non so quali altre strade possa imboccare».

Il suo film e regista preferito.
«È molto difficile fare una lista di tutte le pellicole che adoro e mi porto dietro, intanto posso dire che adoro Scorsese, sicuramente lui è uno dei miei maestri».


La differenza tra cinema italiano e quello americano.

«Premetto che io adoro il cinema americano. Sono due mondi completamente differenti. Si sa che la cultura di ogni Paese determina poi le idee e le cose, in questo caso il cinema, e quindi posso dire che gli americani fanno quello che conoscono e lo fanno in maniera strepitosa. Sono dei grandi narratori, delle grandi menti e non solo. Gli italiani secondo me dopo un periodo di grande furore e di forte identità nazionale da alcuni anni hanno un po’ perso perché c’è stata una sorta di impoverimento emotivo. Una cosa che mi viene da pensare spesso è che in Italia manca la cattiveria e ciò che si fa è affrontare emozioni e grandi tempi con il cosiddetto buonismo. Il nostro è un cinema un po’ depresso e che qualche in qualche modo si piange addosso e questo è triste».

È in arrivo un suo nuovo film, può dirci qualcosa?
«Si tratta di “I baci mai dati”. Abbiamo appena finito di girare a Catania ed è la storia di una ragazzina che si inventa di poter fare dei miracoli. Quindi la storia si sviluppa intorno a questo giro di persone che chiedono miracoli di tutti i tipi, alcuni assurdi, che vanno da lei che non è in grado di farli. Quindi c’è un racconto sul gioco della fedeltà con questa specie di truffa dei miracoli. Alla fine del film poi un miracolo accadrà davvero quindi c’è la sorpresa. È tutto girato a Librino, quartiere periferico di Catania progettato dall’architetto giapponese Kenzo Tange, un luogo stranissimo, un po’ Tokyo un po’ Catania, un mix di aspetti molto strani».