Che si dice in Italia

Il presente di Pupi Avati

di Gabriella Patti

Ci sono delle frasi che, quando le senti, capisci che le avevi pensate anche tu solo che non avevi trovato le parole per dirle. Pupi Avati, grande regista (gli ultimi due capolavori: “Il papà di Giovanna”, “Gli amici del bar Margherita”) e ottimo raccontatore di storie italiane del nostro recente passato viste con l’occhio un po’ nostalgico del “dopo”, nel presentare il suo ultimo lavoro a cui si sta dedicando, “Il figlio più piccolo”, anticipa che questa volta si tratta di una vicenda attualissima, la sua prima pellicola di denuncia sociale. E spiega: “D’ora in poi, cinematograficamente, mi occuperò solo del presente. Perché, se in passato mi stimolava molto poco, oggi è talmente preoccupante da dover essere addirittura sorvegliato”.  Credo che ritaglierò questa frase e me la metterò davanti al computer. Sì, questa è una stagione davvero allarmante in cui non si sa se scoraggiarsi di più per i continui scandali nei quali si crogiola la politica (di destra e di sinistra, che non risparmia nemmeno il Vaticano) o lasciarsi andare alla depressione per il generale degrado sociale di un Paese che non si indigna a essere mal governato ma è pronto a scatenarsi per una partita di calcio. Per carità: è sempre stato così da noi, ma oggi si è superato il limite. La storia del Figlio più piccolo di Avati, a quanto è dato leggere nei comunicati stampa, è emblematica: un immobiliarista senza scrupoli, messo alle strette dalla legge e dai guai finanziari, decide di intestare tutte le sue proprietà al figlio che aveva abbandonato insieme alla madre molti anni prima. Non voglio sapere come va a finire, perché ho intenzione di vedere il film. Che ha un cast promettente: da Luca Zingaretti a Christian De Sica a Laura Morante a Sidney Rome. Intanto, mi sono annotata la frase.

   SOLO QUALCHE LEGHISTA in odor di razzismo può ancora pensare che l’Italia sia rimasta agli anni Cinquanta, quando gli stranieri non facevano parte del contesto sociale italiano o, al più, erano i soliti pittoreschi anglossasoni innamorati del Bel Paese che si compravano una cascina in Toscana o un appartamento nel centro di Roma. Oggi, gli stranieri – che stranieri non sono più – sono parte integrante della nostra economia e del nostro vivere quotidiano. L’ultima dimostrazione è di questi giorni. Su tutti i giornali campeggia la notizia, non una breve in cronaca ma articoli e servizi belli lunghi e allarmati, che riferiscono della crisi che sta attraversando la nostra comunità cinese. Per la prima volta a Milano, dove c’è da sempre una folta, fiorente e ben inserita presenza cinese, non verrà celebrato il tradizionale Capodanno con tanto di sfilata. Mancanza di soldi e conseguente crisi di identità, spiegano gli addetti ai lavori. Nel commentare il fatto, i giornalisti non hanno usato i toni da “e ora vi diamo una notiziola curiosa”. No, se ne è parlato e se ne parla con la stessa preoccupazione con cui si affrontano gli altri momenti difficili che stiamo attraversando. Dimostrazione, se ce ne fosse bisogno, che il grosso dell’opinione pubblica omai considera i cinesi “italiani”  come italiani a tutti gli effetti, gente i cui problemi economici finiscono con il riversarsi su tutti. Chissà se il Senatùr Umberto Bossi e il ministro Roberto Calderoli registreranno.

   GUIDO BERTOLASO: non voglio criticarlo, cedendo al solito sport del “dagli addosso a quello che sta in difficoltà”. Innanzitutto, perché bisogna vedere se le accuse che gli stanno piovendo da tutte le parti siano fondate. Ma soprattutto perché, anche se il personaggio non è a livello personale particolarmente simpatico, è indubbio che in questi anni sia riuscito a compiere un miracolo. Il modello di Protezione Civile e di gestione dell’emergenza che ha messo in piedi sfata tutti i luoghi comuni di un’Italia incapace di organizzazione collettiva. In un Paese che ha molte punte d’eccellenza, per lo più trascurate e non sfruttate ma quasi tutte con protagonisti singoli a conferma del nostro individualismo, la Protezione Civile “modello Bertolaso” è diventata una formula di cui andare orgogliosi, da esportare all’estero. Poi, l’uomo avrà le sue colpe: difficile non cedere alle tentazioni quando si è al potere e questo potere, a differenza di quanto avviene altrove, ti lascia pensare di poter fare qualsiasi. Ma, per favore, vediamo di non buttare via il bambino con l’acqua sporca.