PRIMO PIANO/DOCUMENTARI/L’Italia che “viola” il berlusconismo

di Georgiana Turculet

E' arrivato a New York il 12 Febbraio e resterà fino al 18 Febbraio al cinema  IFC del West Village il documentario "Videocracy" di Erik Gandini. Il regista italiano "fuggito" in Svezia, descrive l'Italia di Silvio Berlusconi, rappresentando la patologica fusione tra il controllo mediatico e la mania della celebrità "made in Italy". Il film è stato presentato nel 2009 alla 66ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, in collaborazione con la Settimana Internazionale della Critica.

Ottimo il titolo Videocracy che non poteva interpretare meglio il contenuto del video. Si tratta di  un documentario che presenta una trama attualissima sia per quanto viene elaborato in termini di contenuto sia per le peripezie che ha affrontato il documentario sin dall'inizio della sua presentazione a Venezia. Il tema centrale è l'Italia e i suoi, ahimè, non più nuovi problemi. La democrazia necessita un sistema di informazione libero, pluralistico e appunto, democratico. Questo tratto fondamentale di un sistema sano sembra essere diventato, da quanto emerge dal documentario, un'opzione nella penisola al centro del Mediterraneo.

I numerosi processi dagli anni Ottanta a oggi- ormai conosciuti in Italia e nel mondo- in cui è coinvolto Silvio Berlusconi illustrano un panorama tragico, sia per la situazione di monopolio dell'informazione creatasi tassello su tassello, sia per la cultura, formatasi su misura di questo monopolio, di questo unico modello di rappresentazione.

Gandini, il regista italiano, naturalizzato svedese, focalizza l'attenzione soprattutto sull'impero mediatico dell'attuale presidente del Consiglio Berlusconi e su come questo sia la fonte del suo potere politico. Sorge a questo punto una domanda legittima: sarà connesso il fatto che il personaggio "accusato" dal documentario sia realmente il "padrone dei media" in Italia, lo stesso Berlusconi, e il fatto che il documentario sia stato censurato sui piccoli schermi in Italia, dove lo stesso Berlusconi è il capo del governo?  

Nessuna TV pubblica o privata, Rai o Mediaset, ha permesso lo spazio nei loro palinsesti per "Videocracy" per ragioni di imprecisioni "storiche" di tipo contenutistico. E la seconda domanda spontanea sarebbe: ma quando mai un documentario o un film è mai stato fedele al cento per cento alla storia? Probabilmente poche volte.
La censura è sempre stata nella storia, non soltanto italiana, un mezzo di potere anche essa. Pensiamo ai Beatles negli anni Sessanta, a quante volte hanno dovuto modificare i loro testi per farli piacere alla classe politica, ai tempi molto puritana e improntata su valori molto conservatori. Il tipo di giovani ribelli che si trovano meglio rappresentati nella musica Rock & Roll , il cui slogan per eccellenza era Peace & Love erano scomodi e contrapposti alla linea politica americana conservatrice del tempo, aggressiva e promotrice di guerre. Pensiamo a quanti paesi nel mondo hanno vietato la musica, i film e altre espressioni artistiche a scopo politico. Verrebbe, forse, spontaneo pensare che tale tendenza sia più tipica di paesi non democratici, conservatori, nazionalisti e dalla religione integralista e l'immaginazione ci porta facilmente fuori dall'Occidente. Eppure, la storia della censura ci insegna che questi casi siano anche spesso prodotti di paesi che si autodefiniscono democratici, "civilizzati", liberi e universali nei diritti umani.

Eric Gandini in "Videocracy" sembra voler mostrare come ci plasmiamo sulla cultura, come abbracciamo alcuni modelli o stili di vita che possono essere raffigurati dalla televisione. Non sarebbe il primo a discutere del potere dei media poiché molti scienziati sociali hanno già scritto fior di libri e trattati interi sull'importanza dell'informazione ai fini della libertà individuale e collettiva e ancora più in generale, sulla potenza del mezzo televisivo. Il problema di Gandini è stato il suo coraggio, ossia quello di volersi misurare con un personaggio forte, Berlusconi,  e farlo in casa sua. Una mossa eroica voler criticare l'incriticabile e volerlo fare sulle sue televisioni. Ma a parte la lotta politica, il regista descrive molto brillantemente il modello predominante del monopolio culturale che è un modello patriarcale e decisamente antifemminista.  Non è certamente opera di Berlusconi l'invenzione di tale modello, non è l'unico al mondo a fare marketing in questo modo, mentre è l'unico al mondo, almeno nel mondo democratico occidentale, ad essere il capo del governo e nello stesso momento a detenere un enorme potere mediatico.

I corpi nudi delle "donne-oggetto" sono in vetrina, mentre gli uomini si riconoscono la propria virilità nell'essere ricchi ad ogni costo attraverso la celebrità. Se qualcuno si chiedesse perché le giovanissime vogliono diventare tutte modelle e veline e i giovanissimi calciare un pallone, concetti ben diversi dalle soubrette televisive professioniste di una volta, che sapevano ballare, cantare e intrattenere, ebbene, forse questo documentario può rispondere brillantemente attraverso il caso italiano a domande di questo tipo.
Ma non finisce qui il nostro racconto. Alla prima del documentario di venerdì 12 febbraio, troviamo davanti al cinema un gruppo di "volantinatori", giovani italiani che vivono a NY e che hanno colto l'occasione della proiezione del film per mostrare la loro contrarietà al sistema Berlusconiano. Così abbiamo intervistato uno degli organizzatori, Alain de Carolis, abruzzese specializzato in informatica che vive a New York per lavoro.

In cosa consiste la vostra protesta? In che modo volete sensibilizzare il pubblico? Perché avete usato la proiezione di "Videocracy" per protestare?

Alain De Carolis: «Semplicemente distribuiamo dei volantini che riassumono l'operato di Silvio Berlusconi e le modalità con qui questo ha raggiunto il successo ed il potere. Il documentario Videocracy è una buona occasione per esprimere il nostro dissenso ad una platea di persone interessate all'Italia ed alla politica Italiana».

 Di che gruppo fai parte e che identità avete? Siete tutti italiani? Siete qui per viaggio, studio, lavoro?
«Sia chiaro che pur essendo convinto di raccogliere i sentimenti e le intenzioni di tanti amici parlo solo e soltanto per me stesso. Esiste in Italia un movimento spontaneo di liberi cittadini informati che tengono a cuore la Costituzione Italiana e le sorti del Paese. Molti lo definiscono un movimento anti-politico ma a me piace pensare che in realtà questo sia l'unico movimento che la politica la fa ancora veramente. Non è un partito e non ha un nome preciso ma dal web è recentemente nata l'idea di chiamarlo "popolo viola" proprio perché il viola è l'unico colore che non è mai stato utilizzato da nessun partito politico. Io mi trovo negli Usa per lavoro. Conosco però tantissimi "cervelli in fuga" che vengono quando c'è occasione di manifestare e sono una quantità impressionante. Mai visti tanti scienziati tutti insieme in Italia».

Che altre attività fa il vostro gruppo?
«Come ripeto, è un movimento spontaneo. Non esiste una regia centrale o una gerarchia. Mi hanno segnalato la prima di Videocracy e così di mia iniziativa ho deciso di utilizzarla per manifestare. Non è la prima volta che succede e sicuramente non sarà neanche l'ultima perché in Italia ed in giro per il mondo altri come me fanno e faranno esattamente le stesse cose».


 Che risultati sperati di raggiungere con la distribuzione dei volantini?

«Molti italiani ritengono che protestare nei confronti di Berlusconi ma soprattutto del Berlusconismo sia un dovere civico di ogni cittadino. Io sono tra questi. Intendo far conoscere al pubblico americano che oggi come negli anni '30 non tutti gli italiani supportano il sultano di turno. L'obiettivo è quello di creare consapevolezza e di manifestare l'esistenza di una anomalia tutta italiana che sta distruggendo moralmente ed istituzionalmente la nostra Nazione».

Questa intervista esce domenica, cosa diresti ai prossimi spettatori di Videocracy?
«Purtroppo il film rappresenta molto bene la realtà italiana di oggi e anzi, sono convinto che venga mostrata solo una piccola parte del problema. Credo che per capire l'Italia di oggi valga la pena di vederlo insieme con altri film recentissimi quali "Il Divo" e "Gomorra"».

Per sintetizzare con una frase-slogan il gruppo di giovani italiani che distribuivano volantini venerdì sera davanti il cinema sulla Sesta Avenue e terza strada, considerando i loro racconti del perché sono andati alla prima di Videocracy a New York in segno di protesta, nonostante il freddo polare alterato dall'umidità notturna, direi: "Non ci rappresenta nessuno! Nessun partito politico, nessun colore politico idealmente storicizzato, noi siamo i Viola!"