ARTE/Due anni di Fluxus a Roma

di Alfonso Francia

Quando si parla di movimenti artistici di solito non si fa fatica a trovare un elemento comune che ci permetta di distinguerlo e leghi tra loro i suoi esponenti: una tecnica pittorica, l’uso di certi strumenti, un metodo di lavoro. Questo non accade con Fluxus, un aggregato di artisti tra loro lontanissimi ma capaci di dare, ininterrottamente da cinquant’anni, nuovi impulsi all’arte contemporanea. Un tempo abbastanza lungo perché si decidesse di dedicarci una biennale, organizzata all’Auditorium di Roma e inaugurata lo scorso 26 gennaio con una esposizione delle opere di George Maciunas, che di Fluxus è considerato il fondatore.

Per fare un po’ di chiarezza nel mondo affascinante ma nebuloso di Fluxus abbiamo parlato con Achille Bonito Oliva, che oltre a essere uno dei critici d’arte più famosi in Italia (e uno dei pochi che sa farsi capire al di fuori della ristretta cerchia dei suoi colleghi), è il curatore di questa Biennale. «Fluxus è un movimento anarchico e in un certo senso apolide, perché coinvolge artisti provenienti da Paesi diversi», spiega. Vi hanno partecipato pittori, musicisti, poeti intenzionati a portare il flusso creativo nella vita di tutti i giorni. Per tale motivo pretendevano il continuo intervento del pubblico, chiamato a partecipare a delle performance poi diventate famosissime. «Me ne viene in mente una di Yoko Ono – racconta divertito Bonito Oliva –: si divertiva a distribuire forbici tra i presenti e poi li invitava a tagliarle i vestiti di dosso lasciandola nuda».

Il movimento fece i suoi primi passi in Germania all’inizio degli anni Sessanta, ma oggi viene solitamente associato agli Stati Uniti.
 «Sì, perché New York fu in un certo senso il suo quartier generale, ma sarebbe un errore pensare che l’ambiente della città lo abbia influenzato». Certo la Grande Mela, in quanto «metropoli cosmopolita per eccellenza, era adatta ad accogliere artisti di tutte le tendenze. Ma Fluxus aveva già una  fisionomia e un’identità sua quando i primi membri cominciarono a trasferirsi a Soho». Questa identità era inoltre anarchica, quindi poco adatta a venire a patti con il carattere mercantile della città.

Di fronte a un movimento tanto complesso e frammentato una mostra tradizionale, per quanto ampia e ben allestita, non sarebbe riuscita a comunicare i traguardi raggiunti in decenni di sperimentazioni. Si è così deciso di presentare una serie di piccoli allestimenti, riservati ognuno a un protagonista del movimento, che si succederanno nel corso del prossimo biennio. Si è cominciato, come accennato, con George Maciunas. L’esposizione (a ingresso gratuito) è tutta dedicata al gioco, un tema sul quale l’artista lituano lavorava ossessivamente. Il pezzo forte tra quelli visibili al pubblico è infatti il Flux Ping Pong, un tennistavolo la cui sezione centrale può essere rialzata, modificando completamente le traiettorie della pallina e ovviamente le regole del gioco.

«Gioco significa creare nuove regole,  stabilendo un’alternativa alla mentalità imperante», aggiunge Bonito Oliva. In effetti a pensarci bene tutte le nostre azioni, anche le piccole occupazioni di tutti i giorni, sono basate su una mentalità che impone la razionalità e il profitto. Quando dobbiamo lavare i piatti, ad esempio, badiamo a impiegarci il minor tempo possibile e a non sprecare acqua e sapone. Questa ottimizzazione non è diversa da quella messa in atto da un’azienda che cerca di fare profitti. Ma l’arte, che non ha funzione e non ha economia, scardina questa ossessione per la razionalità e ci riavvicina al gioco, proponendo in pratica un nuovo tipo di società, dove lo scambio può anche essere gratuito. Non stupisce che questi artisti vennero considerati capaci di fare della vera e propria ricerca sociale.  

Nessuna esposizione collegata al mondo di Fluxus sarebbe però completa senza delle performance da presentare al pubblico. Quella più attesa si terrà il 3 marzo nella sala Sinopoli dell’Auditorium e celebrerà John Cage, il compositore americano che di Fluxus fu uno dei massimi ispiratori. Si tratta di un concerto, intitolato “Telephones and birds”, durante il quale quattro tastiere riprodurranno il suono di centinaia di uccelli diversi, mentre un maestro di cerimonie al centro del palco comporrà una serie di numeri telefonici per comunicare con alcuni esponenti di Fluxus ancora in attività. Lo speciale “telefonista” sarà proprio Achille Bonito Oliva.
Qualche giorno prima, il 26 febbraio, è invece prevista una performance “esoterica” direttamente dedicata a Maciunas. Nel corso di quella che è stata battezzata “intervista psichica” Raimond Malasauskas cercherà, con l’aiuto di un medium, di contattare l’artista, defunto nel 1978. Ancor più bizzarro il programma della lezione universitaria ideata da Cesare Pietroiusti e prevista nello stesso giorno. Gli uditori ascolteranno una discussione sul libro “Mille Piani” scritto da Gilles Deleuze e Felix Guattari.

Fin qui nulla di strano, non fosse che i partecipanti dovranno bere almeno un litro di vino atesta nel corso della conferenza… Il metodo potrà sembrare curioso, ma l’obiettivo è serissimo: gli organizzatori vogliono studiare come cambiano i meccanismi dell’attenzione quando sono messi a dura prova nell’alzare generosamente il gomito. Temi di stretta attualità, che ricordano come quella di Fluxus non sia un’esperienza passata.
«Il movimento va avanti; anzi, la sua ventata di anarchia è tornata oggi alla ribalta con prepotenza», chiarisce Bonito Oliva. Anche perché la società di oggi è arrivata solo di recente a utilizzare strumenti  e idee che questi artisti avevano già sperimentato decenni fa. «Basta pensare alla mail art. Gli artisti si spedivano buste e lettere di loro creazione, per creare un feedback e uno scambio di nuovi messaggi. Tutti concetti poi diventati comuni con la posta elettronica».

Gli artisti utilizzavano inoltre dei manifesti per annunciare le loro attività, con uno stile quasi aggressivo che qualche anno dopo verrà utilizzato massicciamente per pubblicizzare concerti di musica pop e rock. Fluxus sembra insomma attrezzata per continuare a indagare l’arte e la società anche nel secondo decennio del XXI secolo. «Senza dubbio – conclude Bonito Oliva -: Fluxus non invecchia e non finisce perché è un movimento di idee, non di forme»