CINEMA /L’innocenza tradita

di Anna Gorrieri

Con grande piacere ho avuto occasione di vedere «Il nastro bianco», film di Michael Haneke, vincitore della Palma d’oro alla sessantaduesima edizione del Festival di Cannes, con giuria presieduta da Isabelle Huppert. Il film - candidato all’Oscar nella categoria riservata ai film stranieri, ndR - offre un’occasione forte per riflettere su come l’educazione o per contro, la“maleducazione” ai sentimenti, influisca ed incida sulla formazione del carattere e sui successivi comportamenti dei più giovani e quindi delle nuove generazioni.

Questi effetti saranno ancora più evidenti e sempre più strutturati in persone che in seguito non avranno l’opportunità per cultura, difficoltà economiche, o per incapacità personale, di riflettere sui propri comportamenti e sulla possibilità di cambiarli e che si troveranno così a ripetere pedissequamente ciò che è stato loro trasmesso. E ciò accade più comunemente di quando si pensi.

Chi è responsabile per questo?Il film è ambientato negli anni 1913-1914 in un piccolo paesino di religione protestante della Germania del Nord. Tutto in quella ambientazione rurale e bucolica sembra trascorrere sereno, ma lentamente cominciano ad accadere dei fatti profondamente inquietanti che attentano alla vita ed alla salute fisica e psichica di alcuni abitanti del luogo. Così il film ci introduce, dopo poche inquadrature, al primo incidente che vedrà il medico condotto (Rainer Bock) cadere rovinosamente da cavallo per un filo volontariamente sistemato per l’occasione tra l’erba alta, da sconosciuti. Il medico si romperà una spalla e dovrà stare per molto tempo in ospedale. Poi il figlio più piccolo del barone verrà picchiato a sangue, sempre si presume dagli stessi sconosciuti, e in una escalation di follia si arriverà al bambino handicappato rapito e torturato fino quasi alla morte.

Nessuno indagherà sui fatti e tutto rimarrà coperto da un profondo silenzio e al maestro, anche voce narrante del film ed interpretato dall’attore Cristian Friedel il quale cercherà di percorrere il filo della matassa per giungere al colpevole, verrà intimato dal pastore protestante di smettere immediatamente, se non vorrà essere cacciato e denunciato per calunnia.
A lui, unico osservatore lucido di una situazione pazzoide e surreale dove il mondo delle relazioni è basato si di un sistema di regole fredde, avulse dai bisogni degli esseri umani e dai loro sentimenti, dettate da condizionamenti arbitrariamente dedotti dalla morale e dalla religione, a lui, unica figura sana del racconto, il solo capace di perdonare e manifestare tenerezze, sola speranza per il paese di uscire dall’incubo in cui si trova, viene intimato di tacere.

Mentre tutte queste vicende si snodano lasciando gli spettatori sempre più sbigottiti confusi e increduli sia per l’accaduto , ma soprattutto per l’omertà strisciante finalizzata a mantenere in piedi il precario status quo, prende corpo durante il trascorrere del film, una storia dentro la storia, ed è rappresentata dagli episodi che mostrano l’assoluta freddezza, il cinismo, i soprusi e l’aggressività con i quali vengono trattati ed educati i bambini e i ragazzini del villaggio.

Apice e punta di un iceberg sottostante fatto di assoluto distacco tra ciò di cui l’essere umano necessita e ciò che la teorizzazione umana propone invece, è la vita familiare del pastore che trascorre tra mutismi, punizioni ed anatemi religiosi fino a giungere, visto che i giovincelli non riescono a sottostare del tutto alle sue assurde richieste, come legare al letto il figlio in età puberale affinché non commetta atti impuri, e a non slegarlo neppure durante un incendio appiccatosi ad un granaio vicino, ad obbligare i due figli più grandicelli a esibire in pubblico, e da qui il titolo del film, un nastro bianco legato al braccio, a simboleggiare e rammentare a loro stessi e agli altri, l’algida purezza alla quale deve essere informata la loro giovane vita ed esempio di quanto i suoi figli subiscano punizioni esemplari. Ed in ultima analisi a dimostrare la perfezione del pastore.

Il nastro bianco simboleggia il monito a stare lontani dalle pulsioni vitali e dalle iniziative personali che non siano state preventivamente filtrate ed approvate da un superiore. I ragazzi del villaggio sono quindi già dei piccoli soldati e sono costretti ad obbedire ad ordini che non vengono loro spiegati. Deve essere così e basta, viene suggerito, non devono essere chieste spiegazioni perché ciò rappresenterebbe un affronto alla autorità adulta e provocherebbe una punizione.

E cosi piano piano si costruiscono automi in carne ed ossa. Da qui il sospetto che via via si fa più concreto nella mente degli spettatori, è che a commettere i crimini siano stati proprio quei ragazzini, o il pastore, anche lui bambino ferito e mai diventato veramente adulto, che riesce a commuoversi solo quando gli uccidono infilzandolo, il suo amato uccellino in gabbia.Purtroppo i bambini educati con estrema freddezza e cinismo, ci viene suggerito dal film, imparano senza accorgersene a sostituire, loro malgrado, l’amore con il sadismo e la menzogna. In questo contesto, nessuno realmente si cura di loro, della loro sensibilità. I genitori e gli adulti intervengono solo per vietare e comandare, imporre e punire ed anche alla donne adulte o adolescenti è lasciato poco spazio per le “smancerie” e affettuosità, tanto sono sottomesse ai loro uomini aguzzini, quando non sono violentate come la figlia del dottore, dallo stesso padre.

Sembra che nessun adulto sappia elaborare la sofferenza o i torti subiti senza in qualche modo “rifarsi” con una piccola o grande vendetta sull’altro, e tutte le relazioni si svolgono tra apparente gentilezza e solidarietà reciproca e sottostante e stridente cinismo, disprezzo e punizioni come rimedio dell’anima ferita e il cui solo effetto invece non è altro che l’emersione di ulteriore risentimento, vendetta e accrescimento delle distanze reciproche.

E questo viene insegnato ai ragazzi.È come se Haneke volesse fornirci non certo una giustificazione , ma una spiegazione dinamica dei percorsi che porteranno alcuni paesi al nazismo e al totalitarismo. Come a volerci mostrare, attraverso un microcosmo come quello preso in esame, gli effetti della violenza e della mancanza di amore sull’essere umano indifeso. Ove non c’è spazio per la manifestazione delle emozioni , queste si incanalano in un fiume sotterraneo che porta solo a distruzione e male.Tutto il film è una metafora, come accennato anche dallo stesso regista, del nazismo, dalla crudeltà che pervade tutto il film, alla estrema accuratezza formale che rasenta il manierismo, metafora che ha lo scopo di lasciare interdetti e ci riesce. Rispetto, rispetto, rispetto, e ancora rispetto richiede Haneke per la individualità, l’innocenza, i sentimenti, la personalità e la sensibilità degli esseri umani, soprattutto se indifesi.