MUSICA LIRICA/Una Minnie... pericolosa

di Mario Fedrigo

La Fanciulla del West» è un’opera ricca di geniali soluzioni teatrali tra cui spicca il grande “coup de théâtre” della partita a carte. Ma non dimentichiamo l’altro colpo di scena che precede di poco la partita a poker. Lo sceriffo, dopo aver sparato a Johnson ferendolo, segue le tracce lasciate sulla neve che portano alla capanna di Minnie. Entra e cerca dappertutto inutilmente. Quando sta per andarsene dal solaio, dove Minnie aveva nascosto Johnson cade del sangue. Con questa idea geniale Puccini anticipa di mezzo secolo un famoso film western. La stessa situazione fu riproposta dal regista Howard Hawks nel film “Rio Bravo” (in Italia “Un dollaro d’onore”, ndr) del 1959, quando gocce di sangue di un bandito ferito cadono in un bicchiere di birra sul bancone del saloon.

Per tutti ormai era evidente l’abilità con cui Puccini, nel periodo che va da «Manon Lescaut» a «Madama Butterfly», aveva adeguato la sua tecnica compositiva agli effetti che si proponeva. Era evidente anche per quelli che si ostinavano a considerarlo sempre uguale a se stesso. Era sempre più consapevole della necessità di un rinnovamento. Lo dice in una lettera del febbraio 1905, confessando di non aver mai avuto prima di allora «tanta smania di andare avanti».

È come se Puccini si sentisse condannato ad essere figlio del proprio tempo senza tuttavia riconoscersi in esso. Le incertezze e le traversie che accompagnarono la nascita della nuova partitura sono il sintomo o la causa di un mondo che gli stava stretto. Molto probabilmente questo è il motivo per cui, a partire dalla «Fanciulla del West», non è sbagliato parlare di un “secondo Puccini” che non voleva restare indietro. E si spinge in avanti con un’opera che finisce bene, infatti, dopo l’ecatombe di «Tosca», qui non muore nessuno. Sono tanti i segnali di “novità”, non ultima la scelta di Carlo Zangarini, nel 1907, come librettista, staccandosi da Illica dopo tanti anni di collaborazione, suona come una rottura con il passato.

Sceglie il grandioso scenario della California dei pionieri che spalanca le porte al Puccini contemporaneo, quello che oggi suscita l’interesse delle generazioni più giovani. È il Puccini del Novecento che s’impone con un’opera difficile da metabolizzare per il pubblico che ammira il Puccini tradizionale: anche per questo viene rappresentata di meno rispetto alle sue consorelle.
Il Maestro è entusiasta del nuovo lavoro, recupera il tempo perduto per le tragiche vicende del suicidio di Doria e del processo ad Elvira, e nel luglio del 1910 annuncia a Toscanini, direttore della “prima” al Met, che la nuova opera è finita.

Interpreti di Fanciulla

Le interpreti più famose della «Fanciulla del West» sono celeberrimi soprani che hanno fatto la storia del melodramma, raggiungendo risultati di prestigio assoluto nel grande repertorio operistico.
Ema Destinnová (1878-1930) celebre soprano ceco noto con il nome d’arte di Emmy Destinn. Ha creato il ruolo di Minnie essendo stata fu la prima Fanciulla in quella memorabile sera al Met, diretta da Toscanini. Ha cantato in 54 opere, tra cui 12 prime.
Eugenia Burzio soprano piemontese nata a Poirino, in provincia di Torino. Fu la prima interprete de «La Fanciulla del West» in Italia a Roma, il 12 giugno 1911. Si distingueva per una non comune bellezza vocale, il perfetto controllo del fraseggio con pochi vezzi veristi.
Ernestina Poli-Randaccio, soprano di Ferrara, si distinse come interprete del repertorio verista grazie alla potenza vocale e alla veemenza del fraseggio. Interpretò «La Fanciulla del West» al teatro del Giglio di Lucca il 10 settembre 1911, nell’ambito dei festeggiamenti in onore di Puccini.
Parlare de «La Fanciulla del West» senza ricordare Gigliola Frazzoni non è possibile, perché il celebre soprano bolognese è stato l’insuperabile e insuperata Fanciulla del XX secolo.

Gigliola Frazzoni
 Debuttò in quest’opera nel 1955 al teatro Verdi di Trieste con grande successo che ripeté nel luglio del 1958 a Lucca, nel Cortile degli Svizzeri, in occasione del centenario della nascita di Puccini. Ha inciso l’opera sia con Corelli sia con Del Monaco, sempre diretta con la direzione di Antonino Votto.

«Il sovrintendente del teatro Verdi di Trieste, m° Antonicelli, - è la Frazzoni che parla - mi fece molti elogi e mi disse che avrei fatto una grande Fanciulla e che lui sarebbe stato il primo a propormela: fu così nel ’55, un anno particolarmente ricco di eventi. In febbraio feci il mio ingresso alla Scala sostituendo Maria Callas in “Andrea Chénier” e in novembre, a Trieste, ci fu l’incontro più importante della mia vita artistica: conobbi Minnie.
L’anno seguente, il 1956, fu ancora un anno particolarmente impegnativo. A gennaio ci fu una “Butterfly” a Piacenza, poi in aprile la “Fanciulla” alla Scala con Franco Corelli e Tito Gobbi, dirigeva il maestro Votto. Seguirono quattro “Chénier”: all’Opera di Roma, a Pistoia, a Livorno e a Catania dove feci una bella esperienza verdiana nel “Don Carlos”. Fu l’anno del mio debutto all’Arena di Verona con “Tosca” e poi cantai “Cavalleria” a Caracalla. Ma l’evento più importante fu la registrazione Rai della prima opera televisiva: “La Fanciulla del West” con la regia di Mario Lanfranchi.

Era la prima opera che faceva la televisione. Ricordo la data precisa: il 3 marzo incidemmo la colonna sonora e il 13 facemmo la registrazione televisiva Avevamo solo due telecamere e bisognava stare attenti ai movimenti per non “ippallarci” l’uno con l’altro. Dovevamo essere sempre scoperti davanti alla telecamera, quindi ricordare tutti i movimenti che il regista ci aveva indicato. C’era molto da lavorare; erano giornate faticose»...
Maria Callas dall’alto della sua grandezza e della sua intelligenza, a chi le chiedeva quando avrebbe cantato «La fanciulla del West», rispondeva che per quell’opera c’era già Gigliola Frazzoni.

«La “Fanciulla” - dice Gigliola Frazzoni - è come vedere un bel pizzo, un ricamo perfetto; è una sorpresa continua che attraverso tanti tasselli arriva all’esplosione finale: il trionfo dell’amore. E’ una storia d’amore favolosa sempre accoppiata al dramma e all’azione. Non è tanto popolare forse perché ci sono poche romanze, com’era la tendenza dei tempi. Nella “Fanciulla” c’è l’atmosfera! Io sentivo l’odore dei cavalli, l’odore del saloon, l’odore del sangue.

Se guardiamo lo spartito vediamo che ci sono tante pause molto eloquenti, incalzanti, pertinenti e quelle pause devono vibrare. A me, poi, piace in modo particolare perché ci trovo il vero “recitar cantando” che si viene a creare alternando momenti in cui si canta, ad altri in cui si recita sempre con la voce impostata e sostenuta. Io mi trasformavo, a volte, in una ingenua e dolce ragazza che conforta e sostiene moralmente i minatori, altre volte diventavo una forza della natura per difendermi dagli attacchi dei pretendenti, ricorrendo a tutti i mezzi, pistola compresa. Ricordo una recita in cui, per difendermi dalle avances dello Sceriffo gli dovevo tirare una bottiglia di legno posta su camino, ma dalla foga mi sbagliai e presi una bottiglia di vetro che andò in frantumi, tanto da ferire, lievemente, “lo sceriffo” Andrea Mongelli alle mani ».
Insomma fare «La Fanciulla del West» con Gigliola Frazzoni poteva essere un rischio, tanto si immedesimava nel personaggio.

«Quando facevo “Fanciulla” mi trasformavo veramente in un cowboy. Entravo a cavallo e me ne andavo a cavallo, maneggiavo fucile e pistola. Per contro ero una ragazza dolcissima che incontra l’amore e se lo conquista. Nel tremila molti compositori d’opera saranno dimenticati: ci sarà solo Puccini».

Nel 1960, l’anno delle Olimpiadi, lei, Gigliola Frazzoni, la «Fanciulla del West», che nel West non andò mai, canta con Anselmo Colzani e Gastone Limarilli a Caracalla, sotto la direzione di Oliviero De Fabritiis.
Era un avvenimento importante, perché non avevano mai dato «La Fanciulla» a Caracalla e per l’Opera di Roma costituiva un notevole impegno, la realizzazione di uno spettacolo di così ampio respiro. Il complesso architettonico è talmente maestoso che perfino i tecnici del teatro erano decisamente motivati a fare cose sempre più grandi, in stile romano-hollywoodiano. Tutta la stampa mise in evidenza l’importanza della manifestazione e il coraggio di averla intrapresa e portata a termine. “Il Messaggero” riporta un pensiero espresso da Puccini all’editore Ricordi: «Ho l’idea di uno scenario grandioso, una spianata nella grande foresta californiana con degli alberi colossali. Ma occorrono otto o dieci cavalli comparse». E prosegue: «Se il Maestro lucchese avesse assistito ieri allo spettacolo alle Terme di Caracalla, che ha rievocato più volte delle scene western, avrebbe potuto constatare che Camillo Parravicini, scenografo, Aldo Mirabella Vassallo, regista, e Giovanni Cruciani, direttore dell’allestimento scenico, si erano messi perfettamente d’accordo per interpretare i suoi desideri, cavalli compresi».

«La Fanciulla del West» di quella sera ricordava il cinemascope e John Ford. Su quell’enorme palcoscenico arrivarono i minatori a cavallo, c’era la foresta: le sequoia erano alte oltre venti metri e i ghiacciai montani incombevano sulle foreste creando un’atmosfera particolarmente coinvolgente. L’albero per impiccare Dick Johnson era proprio un albero da western. In questo ambiente così complesso e composito, scrive N. P. sul Messaggero, «Gigliola Frazzoni ha potuto esternare la sua musicalità e il suo impeto interpretativo, svelando non soltanto una comprensione totale del personaggio, ma anche una sicurezza di esecuzione che palesa studio ed impegno». Sul Corriere d’informazione Ettore Montanaro scrive: «Gigliola Frazzoni si è imposta per la dilatante vibrazione dei requisiti vocali. Impegnandosi a fondo in una parte irta di difficoltà vocali e sceniche, la Frazzoni ha vinto brillantemente la non facile battaglia, superando con sicurezza gli ostacoli di una esecuzione all’aperto. Una protagonista, quindi, di singolari risorse. Un’artista che va seguita con fiducia. Anche noi siamo coinvolti da quella festa e travolti da Minnie: una giovane donna, alta, bella, slanciata, che potrebbe cavalcare a fianco di John Wayne. Sulla scena l’America della frontiera, oltre la scena le rovine e le memorie di Roma antica. Il West sulle pietre millenarie di Caracalla, l’orecchio pieno della voce ardente e appassionata di Minnie».
«Quella sera c’erano tanti americani - racconta Gigliola - stupiti, con gli occhi spalancati e la bocca aperta. Applaudivano, fischiavano, lanciavano in alto i cappelli. Facevano una gazzarra indescrivibile. Era una sorta di esaltazione collettiva».