SPECIALE/REPORTAGE/La donna che ricostruisce l’Iraq

di Gina Di Meo

Camp Adder è una base grande, quasi una cittadina, occupata da oltre 15mila persone. Si trova a circa 310 km a sud est di Baghdad e dista una ventina di km da Nassirya. Ci arriviamo a bordo di un volo militare dopo diversi disperati tentativi da un’altra base americana, quella di Balad, situata a nord della capitale, nella zona conosciuta come il “triangolo sunnita”.  Ad attenderci c’è il maggiore Myles Caggins, portavoce della 4th Brigade, 1st Armored Division, di stanza qui dal maggio 2009 nell’ambito dell’Operazione Iraqi Freedom.

Camp Adder non ospita solo soldati, ma è anche la sede di tre Provincial Reconstruction Teams (PRT, in italiano USR, Unità di sostegno alla ricostruzione, ndr), Muthanna, Maysan e Dhi Qar, quest’ultimo a guida italiana. È qui che si concentrano le nostre attenzioni e per ovvi motivi. Vedere sventolare la nostra bandiera anche nei posti più remoti è di per sé motivo di orgoglio, ma lo è ancora di più quando scopriamo che quello di Dhi Qar è il miglior Prt non solo dell’Iraq ma in assoluto ed a capo c’è una giovane donna, Anna Prouse (pronunciato all’inglese, ndr).

Da queste parti basta nominare il suo nome per capire quanto Anna sia letteralmente una potenza, la conoscono tutti, anche il più stellato dei generali, tra questi David Petraeus, per non parlare della fama che gode tra la popolazione locale. Anna, classe ’70, milanese di padre neozelandese e madre francese, una laurea in Scienze Politiche, è qui dal 2003 e basta già questo a rendere l’idea del tipo di persona che ci troviamo davanti. Il suo compito? Come lei stessa ci dice “aiutare gli iracheni a camminare con le proprie gambe”.
«Non basta costruire strutture - continua - a cosa serve mettere in piedi ospedali, ad esempio, se poi non c’è il personale per mandarlo avanti? Si deve puntare piuttosto sul capacity building, insegnando agli iracheni a diventare medici, infermieri, anestesisti oppure economisti, agricoltori o qualsiasi altro tipo di professione o mestiere. Questo è un paese giovane, ci sono i fondi ma la gente non è in grado di mettere insieme un budget o fare progettazione».

E una delle storie di maggior successo di Anna in questa direzione è il training center  a Camp Mittica, dove una volta c’erano le forze italiane. Un centro di eccellenza in loco dove gli iracheni si possono sentire a proprio agio. Ma non è tutto. Se già far nascere un centro del genere è un’impresa, figuriamoci coinvolgere anche delle donne. Eppure succede ed in una provincia al confine con l’Iran e a maggioranza sciita.
«Vogliamo insegnare alle donne - ci spiega Anna - ad uscire dal guscio, a fare dei progetti. Ad esempio abbiamo in mente di realizzare un servizio taxi gestito completamente da loro, che servirebbe ad accompagnare le altre donne che di solito per andare in qualche posto hanno bisogno di un accompagnatore che sia o il marito o un altro membro della famiglia, ma non uno sconosciuto come potrebbe essere un autista».

Il successo di Anna, tuttavia, ha un prezzo, quello di coinvivere con la paura che ogni giorno potrebbe essere l’ultimo. Lei è il target di coloro che sono contro la modernizzazione e da quando è in Iraq ha subito diversi attentati, in uno di questi viaggiava a bordo di una vettura e si è ritrovata circondata da cadaveri, è stata l’unica ad essere sopravvissuta. Vive sotto scorta ma cerca lo stesso di prendere la cosa con filosofia. Quando le chiediamo come vive questa condizione, lei ci risponde: «Ci si abitua a tutto nella vita, e se vivere sotto scorta è l’unico modo per poter essere efficaci in Iraq al momento, allora ben venga. Siccome è davvero l’unico modo you make the best out of it.  Poi c’è scorta e scorta.  Sin dall’inizio ho chiarito che la mia scorta avrebbe dovuto essere ben diversa da ciò che vedevo in giro.  Se volevo avere successo, ossia esssere accettata dalla gente, non potevo permettermi “incidenti diplomatici” di alcun genere.  Io posso avere un incontro di successo, ma se la mia scorta si comporta “male”, a nulla sarà servito il mio incontro. Essere rispettosi ed educati ha un’importanza enorme in Iraq.  E sin dal primo giorno ho imposto regole ferree alla mia scorta. Hanno tutti imparato le usanze locali: l’ABC del mondo arabo.  Togliersi le scarpe quando si entra in un modeef, mai rifiutare un tè anche se la tazza è sporca, la pecora bollita è il pasto migliore sulla faccia della terra, mano sul cuore quando si salutano le donne, giocare a calcetto con i ragazzini per strada. Alla fine anche la scorta ha finito per far parte della famiglia e, anche se preferirei girare liberamente, mi sono abituata ad avere sempre qualcuno al mio fianco».

Non è difficile entrare in sintonia con Anna, che tra le altre cose è anche una collega e prima di trasferirsi in Iraq è stata un’attenta osservatrice del mondo arabo. Sembra mantenere le distanze ma si lascia andare se capisce che ti immedesimi (e rispetti) in ciò che lei fa. Usciamo con lei diverse volte e dobbiamo a lei contatti genuini con la popolazione locale, ci fa assaporare la vita fuori dalle recinsioni delle basi militari. Per noi non ha prezzo.

Vedendo Anna in azione sembra che gli iracheni siano ai suoi piedi, per questo le chiediamo se ha mai a che fare con “zoccoli particolarmente duri”. «Tutti i giorni - dice.  L’Iraq è ancora un paese pericoloso, per cui gli zoccoli duri ci sono ad ogni angolo. La gente dopo quasi sette anni mi conosce, mi rispetta e mi accetta per quella che sono. Ma essere al centro dell’attenzione in Iraq non può che provocare discordia.  Basta seguire i dibattiti su internet: uno mi critica e l’altro mi difende a spada tratta; un altro mi attacca e un altro ancora si butterebbe nelle fiamme per me e i miei ideali.  È bene che sia così.  Significa che la gente comincia a riflettere e a porsi domande.  Non sono qui per piacere: sono qui per apportare cambiamenti.  E non a tutti i cambiamenti piacciono».

Le chiediamo anche di una sua eventuale giornata tipo... la risposta è perentoria: «In Iraq?  Stiamo scherzando!  Se ci fosse una giornata tipo significherebbe che riusciremmo a prevedere ciò che succede il giorno dopo, e se così fosse gli iracheni non avrebbero certo più bisogno di noi.  Non ci sono giornate tipo. È proprio questo il lato più stimolante del mio lavoro.  Ci si alza la mattina o si viene sbattuti giù  dal letto, o non si è mai andati a letto... e dal lì è tutta una sorpesa».

Tuttavia, la missione di Anna in Iraq sta per volgere alle conclusione. Resterà alla guida del Prt fino a dicembre, poi si chiude baracca e si torna, almeno fino a nuovo incarico, in Italia. In tutto questo, Anna ha trovato anche il tempo di ritagliarsi una parvenza di vita normale e di incontrare l’uomo che a breve diventerà suo marito. È un americano  - ci confessa - ed è un colonnello dei Marines.