Visti da New York

La “cotta” americana per Fini

di Stefano Vaccara

L’America si è presa una cotta per Gianfranco Fini? Va bene, non esageriamo, ci sono più probabilità che l’americano medio abbia sentito parlare di Fini come di una marca di salumi modenesi che del politico bolognese. Eppure nell’aver personalmente osservato, mercoledì e giovedì scorso, come la Speaker del Congresso Nancy Pelosi abbia voluto accogliere il Presidente della Camera, possiamo rischiare questa opinione: i più o meno liberal americani, che hanno sostituito i più o meno neo-con repubblicani nelle stanze dei bottoni di Washington, hanno accolto Fini in quel modo non solo perché è l’uomo distinto che a tavola non racconta barzellette sconcie, ma anche per inviare un segnale ai Palazzi di Roma che contano: per l’America, il politico italiano più adatto a prendere, quando quel giorno prima o poi verrà, il posto del Premier Silvio Berlusconi, oggi risponde al nome di Gianfranco Fini. O così potrebbe essere nella “wish list”, nella lista dei desideri, di chi è oggi al potere con Obama a Washington.

Che il Presidente della Camera ricevesse il gigantesco, quasi imbarazzante, bagno di folla che la comunità italiana di New York gli ha poi riservato alla cena in suo onore alla Grand Hayatt Hotel, non ci poteva sorprendere più di tanto. Dopotutto Fini è il rappresentante erede di quella destra italiana, che con il Msi prima e An poi, era stata per decenni l’unica ad interessarsi dell’esistenza degli italiani emigrati all’estero. Quando infatti quindici anni fa Fini venne con Mirko Tremaglia per la prima volta a New York, aveva appena messo nell’album dei nostalgici la fiamma del Msi del suo padrino Almirante per battezzare, con l’acqua di Fiuggi, la sua creatura Alleanza Nazionale. Ad accorglierlo e fargli la festa c’erano solo quegli stessi italoamericani che ora, con numeri ben maggiori, possono accogliere il loro beniamino ex missino come un grande statesman. Cioè colui che fin da giovanissimo militò nel partito che affondava le radici nel PNF di Benito Mussolini (era appena del ’94 la dichiarazione dell’ancora un po’ acerbo Gianfranco sul “Mussolini il più grande statista del mondo...”), adesso sarebbe percepito come il leader politico italiano più “affidabile”, ma a dirlo non sono solo i soliti calorosi italoamericani di New York, ma addirittura l’elite del Partito Democratico al potere a Washington! Chi avesse scommesso un dollaro quindici anni fa su quanto abbiamo visto questa settimana, avrebbe oggi sbancato i bookmaker delle previsioni politiche.

Quindi Nancy Pelosi incorona Gianfranco Fini come interlocutore privilegiato degli Usa, uno dei leader preferiti dall’America soprattutto per le sue posizioni sui diritti civili.

La Speaker, quando giovedì ha fatto questo quasi “endorsement” davanti ai giornalisti fuori dal suo ufficio al Congresso, ha detto questa frase chiave: “To see his leadership, his commitment to human rights, to strong fundamental values as the basis for our relationships and our governments”.

Cioè Pelosi ha identificato in Fini, tra i leader politici italiani al potere, colui che in questo momento può far di più per la difesa di quei fondamentali valori che, a prescindere dal legame affettivo e di sangue che gli italoamericani, come lei stessa, nutrono per l’Italia, sono le vere fondamenta per le relazioni tra i due governi.

Messaggio apparso chiarissimo. La prima donna speaker del Congresso spinge come meglio può le fortune politiche del presidente della Camera che ormai, con certe sue posizioni, ha fatto del tutto dimenticare la sua carriera politica avuta origine nel partito discendente diretto di quello fascista, facendo diventare Fini il più “americano” dei politici italiani.

Pelosi ha riconosciuto quindi Fini come il politico italiano più avanti nella difesa dei diritti civili come quelli degli immigrati. Fini era subito pronto a cogliere l’assist, e ha replicato alla Speaker, davanti ai giornalisti: “Il fatto che una donna nelle cui vene scorre sangue italiano presieda il Congresso dimostra la grandezza degli Usa in materia di immigrazione... Questo paese, gli Stati Uniti sa cosa vuol dire rispettare i diritti di chi viene da lontano per cercare un futuro migliore. E’ un paese in cui si trovano le opportunità di una piena integrazione che può portare persone che vengono da altri paesi ai più alti livelli della società, come dell’amministrazione. E la speaker Pelosi ce lo dimostra”.

Già la sera di mercoledì, nel corso di una cerimonia alla biblioteca del Congresso in cui Fini ha regalato un ammiratissimo e tanto prezioso (valore 150 mila dollari) libro d’arte su Michelangelo, edito dalle lussuose edizioni Ferrari-Fmr, Pelosi aveva definito il Presidente della Camera “un uomo del popolo la cui leadership non può non accrescere i rapporti già forti tra Italia e Stati Uniti”. Frasi che rappresentano appunto un “endorsement” per un leader che la leadership al potere degli Stati Uniti dimostra ormai di conoscere bene. Non sarà stato un caso infatti che lo scorso 15 dicembre, la rivista vicina alle posizioni dei liberal americani, “The Nation”, abbia dedicato a Fini una dettagliata corrispondenza da Roma a firma di Frederika Randall titolata: “Can Italy’s Neo-Fascist Change His Stripes?”. Un profilo che non poteva tralasciare l’imbarazzante trascorso di neo-fascista dell’attuale presidente della Camera e già ministro degli Esteri, che però, per le più recenti posizioni in materia di diritti civili e soprattutto, in paragone alle posizioni assunte dall’uomo al potere oggi in Italia, Silvio Berlusconi, non mostrava di aver dubbi: l’Italia aveva ora bisogno di un leader più responsabile per la destra italiana.

Ecco cosa scriveva “The Nation” meno di un mese fa, un articolo che sarà stato ben analizzato dallo staff della Pelosi, come del senatore John Kerry e ovviamente del Vice Presidente Joe Biden, prima dei loro “briefing” ai rispettivi boss che da lì a poco avrebbero ricevuto la terza carica della Repubblica italiana:

“Berlusconi, at the mercy of his Northern League allies, has passed more blame-the-victim bills to make life miserable for immigrants than measures to prop up the economy. Fini, meanwhile, has understood that immigrants not only make an economic contribution as workers and as business owners but that if they could vote, many of them might vote for a man much like himself. While the Northern League rails against blacks and Muslims, he has proposed that immigrants be allowed to vote in local elections, that children of legal immigrants born in Italy get citizenship and that the waiting period for adult citizenship be shortened. While Berlusconi has shamelessly chased Vatican backing with bills to make artificial life-support mandatory and to obstruct in vitro fertilization and the “morning after” pill, Fini has criticized such measures “based on ethical-religious dogmas,” in his words, because they conflict with “the secular nature of our institutions.” His think tank, Fondazione Farefuturo, has made the separation of church and state one of its leitmotifs, arguing that it is essential in a multicultural society like twenty-first-century Italy. Fini has also has repeatedly defended the judiciary branch whenever Berlusconi has attacked “Communist judges”—as he did in a highly embarrassing rant at the European Popular Party congress in Bonn on December 10. …

Recently—virtually alone in his party—Fini has begun to hint out loud that Emperor Berlusconi has no clothes. Not long ago, conversing with a judge on the podium at a conference before a microphone both thought was switched off, Fini was heard to say: “He doesn’t know the difference between leadership and absolute monarchy...he thinks popular consensus...gives him a sort of immunity from any other kind of control. I told him in private, remember, they cut off the head of [Louis XVI], so take it easy.” When various outraged exponents of the People of Liberty called for Fini to resign, he pointed out that his private comments were no different from what he has been saying about Berlusconi in public. It’s true.

But the question—as Stalin once asked of the Pope—is, How many divisions does Fini command? At present, his backing looks too thin to hope to wrest control of the party from Berlusconi. The prime minister’s decline is likely to be “long and poisonous,” predicted another Italian historian, Miguel Gotor. It’s not that opposition is lacking: an amazing 3 million Italians came out to vote in the recent primary elections for the center-left Democratic Party, and in early December, hundreds of thousands participated in a “No-B Day” demonstration in Rome organized on Facebook by unaffiliated young people. But as long as the political opposition remains divided by genuine disagreements and sectarian disputes, it simply can’t channel the widespread disapproval of the government. Unhappy is the country that has need of heroes, says the tormented Galileo in Brecht’s drama. Certainly, no country in Western Europe is more unhappy these days than Italy”.

Ecco che le parole di Nancy Pelosi pronunciate al Congresso, su “his leadership, his commitment to human rights, to strong fundamental values as the basis for our relationships and our governments”, sembrano anche la risposta che la speaker italoamericana - anche lei terza carica dello Stato e leader del partito democratico – da all’articolo dell’influente rivista degli ambienti liberal. Pelosi senza esitare dice sì, Fini, l’ex militante del partito erede del fascismo non solo può essere, ma è già un nuovo leader adatto non solo alla destra italiana, ma all’Italia e all’Europa.

Non ricordiamo presidenti della Camera italiana ricevuti così a lungo da influenti vicepresidenti come è l’attuale Joe Biden, almeno per quanto riguarda le strategie degli Usa in Medio Oriente. E non ricordiamo un presidente della Camera ricevuto così a lungo nell’ufficio del Presidente della Commisione esteri del Senato Usa, in questo caso il senatore John Kerry, che oltre a regalargli i polsini con l’aquila e parlare di sport acquatici, dall’alto della sua carica (cioè quella che controlla la borsa che finanzia le decisioni di politica internazionale dell’Amministrazione Obama) ha dato anche lui il sigillo al messaggio di endorsement per Fini: questo è il leader che serve all’Italia.

Ovviamente questa che battezziamo come la politica dell’“Ameripazza per Fini”, è un risultato di gran valore per l’ex leader di An, ma che poco potrebbe influire, per esempio, sull’opinione degli elettori leghisti di Bossi, uno dei “nemici” di Fini di cui il Premier Berlusconi si serve soprattutto per tenere a bada l’alleato-rivale. Ma questo viaggio americano, se solo fosse stato coperto di più e meglio da certi “media controllati”, avrebbe potuto avere interessanti risvolti in quel settore dell’opinione pubblica italiana più sensibile al richiamo del “politico preferito” dagli americani. Ai tempi di Bush jr, era Berlusconi a non aver rivali. Adesso che alla Casa Bianca c’è Barack Obama e grazie soprattutto a Nancy Pelosi, sembra essere proprio Fini la carica istituzionale di Roma di cui questa amministrazione si fida di più.

Il messaggio della Speaker italoamericana è stato forte e chiaro, ed è stato esplicitato con un gesto: Pelosi ha consegnato giovedì al suo collega italiano la bandiera Usa che sventola nel Campidoglio, un gesto che il Congresso riserva ai leader stranieri più vicini all’America e ai suoi valori. Vedremo se l’ex prediletto di Giorgio Almirante, saprà sfruttare al meglio questa spintarella americana.