PRIMO PIANO/POLITICA INTERNAZIONALE/Si rischia il ritorno dell’Italietta?

di Niccolo d’Aquino

Torna la sindrome dell’Italietta? Abbiamo una politica estera che fa acqua da tutte le parti? Gli alleati ci consideravano di più quando al governo c’era Bettino Craxi capace di puntare i piedi contro Washington oppure ci va meglio oggi che c’è Silvio Berlusconi, schierato decisamente sui rapporti bilaterali - soprattutto con gli Stati Uniti ma anche con l’amico Putin - e all’apparenza poco interessato all’appartenenza europea?

   La risposta di guru, addetti ai lavori ed esperti, una risposta magari un po’ diplomatica è: sì, stiamo andando verso il livello di guardia ma, volendo, potremmo fare ancora in tempo a riprenderci; contiamo ancora qualcosa ma, sì è vero, stiamo rapidamente perdendo terreno. E la faccia imbarazzata e le scuse quasi da scolaretto del ministro degli Esteri Franco Frattini davanti a una Hillary Clinton irritata per le improvvide dichiarazioni di Guido Bertolaso ad Haiti, scuse ripetute poi dallo stesso capo del governo Berlusconi, non aiutano certo a dare l’immagine di un’Italia indipendente e autonoma nello scacchiere internazionale.

   Per la verità, ancora prima della vicenda Haiti sono ormai alcuni mesi che i think tank di politica estera hanno alzato la bandiera di imminente pericolo. Stefano Silvestri, direttore di uno dei più ascoltati centri di studio, Affari Internazionali (www.affarinternazionali.it), a conclusione del G8 dell’Aquila dove l’Italia era ancora presente come membro del club dei "grandi" - anche se molte voci polemiche ci avrebbero voluto fuori - avvisava: «D’accordo, siamo tra i grandi, ma come paese "di soglia", sempre a rischio di uscirne. Questo potrà naturalmente sempre avvenire, ma ci conviene scavarci la fossa da soli?». Abbiamo una storia da difendere. Perché «nel bene e nel male, l’Italia ha contribuito con poche altre potenze, per lo più "occidentali", a creare il sistema internazionale quale esso è oggi, con le sue regole e le sue istituzioni, ed è quindi naturale che abbia un ruolo di rilievo quando si tratta di gestirlo».

   Le strutture le abbiamo, dice Silvestri ad America Oggi: «La competenza tecnica del nostro ministero degli Esteri è indubbia. Partecipiamo alle grandi missioni internazionali. Siamo tra i grandi paesi della Ue. Però, sì, a mio avviso utilizziamo poco le nostre potenzialità. Malgrado le critiche, i problemi e le ironie interne ed estere, restiamo una democrazia consolidata, mentre altri aspiranti ai consessi internazionali ne sono ben lungi. Abbiamo ripetutamente dimostrato la disponibilità ad assumerci una parte degli oneri e dei rischi per il mantenimento e il rafforzamento della governabilità internazionale. Tuttavia… ». Tuttavia? «Non dobbiamo prendere sottogamba i segnali che vengono da più parti. È urgente una riflessione approfondita sulle grandi direttrici della politica estera italiana: un tentativo che aveva iniziato un gruppo di riflessione sul lungo termine, istituito preso il Ministero degli Esteri, ma che ora, con il cambio di amministrazione, pur essendo stato formalmente riconfermato, sembra essersi perso per strada. Molti pensano che questi siano sforzi eccessivi o persino inutili, ma è un errore. I governi possono tranquillamente ignorare le indicazioni di tali documenti, ma essi contribuiscono a indirizzare il dibattito politico e culturale, sono elementi importanti per l’identità internazionale del paese e possono evitare pericolose semplificazioni e derive che verrebbero poi pagate a caro prezzo».

   Ma, per fare politica estera, non occorre prima di tutto guardare alle carte geografiche? E queste dicono che l’Italia è in Europa. «E’ vero. Tutte le nazioni europee sono, in realtà delle medie potenze, ma messe insieme sono ben altra cosa» dice Silvestri. «L’Italia, finora, ha sempre capito e utilizzato questa appartenenza europea. E le è servito, sia quando è riuscita a far funzionare l’Europa, ottenendone protezione, sia quando non ci è riuscita ma ha comunque in questo modo affermato il suo ruolo e la sua posizione internazionale. Ecco, secondo me, il limite dell’attuale governo è che, pur dicendo queste stesse cose, sembra essere meno battagliero su questo piano».

   Un altro esperto molto noto, Achille Albonetti, direttore della rivista Affari Esteri, ex governatore per l’Italia dell’Agenzia atomica e un passato anche da Presidente dell’Unione petrolifera, parte da lontano per motivare le sue perplessità. In effetti, un po’ di storia non guasta. «Per decenni, i nostri governi e la nostra diplomazia hanno lottato perché fossimo inclusi, con successo, nel "gruppo di testa". Nel 1945 eravamo ancora fuori dalle Nazioni Unite in quanto "potenza sconfitta", alla pari con Germania e Giappone. Ma nel 1949 riuscimmo con grande abilità e insistenza ad essere tra i fondatori dell’Alleanza Atlantica. Nel 1951, l’intuizione politica di Alcide De Gasperi ci permise di inserirci nella Ceca, il passo iniziale della costituzione dell’Ue; sempre come paese fondatore, anche se, a differenza degli altri paesi membri, non eravamo minimamente collegati alla questione dei bacini siderurgici e carboniferi tedeschi. Originariamente esclusi dalle riunioni di vertice tra i maggiori alleati, già dal 1975 abbiamo fatto parte di quello che era allora il G6 oggi G8. E abbiamo consolidato la nostra posizione assumendoci la responsabilità chiave per il dispiegamento degli euromissili in Europa, nei primissimi anni Ottanta. Dieci anni dopo pensammo per qualche mese di poter aspettare al di fuori dell’euro, ma poi compimmo veri e propri miracoli sacrificali per evitare di arrivare secondi dopo la Spagna, e fortunatamente ci riuscimmo. Persino alle Nazioni Unite siamo finora riusciti ad evitare una riforma del Consiglio di Sicurezza che veda altri paesi, e non noi, divenirne membri permanenti, anche grazie al duro e costoso impegno internazionale dei nostri militari».

E oggi? «Da qualche anno l’Italia è declassata. Non fa più parte delle grandi intese tra Francia, Germania e Gran Bretagna. Si consola con i rapporti bilaterali: con la Russia, con gli Stati Uniti. Invia sì truppe in Afghanistan, ma come per farsi perdonare dei legami personali con Putin. Manda anche una portaerei ad Haiti per aiutare i terremotati. Ma è deficitaria in quella che è l’unica politica estera valida per noi come per gli altri paesi europei: e cioè, appunto, la politica dell’integrazione europea. E sbagliamo anche nei rapporti con l’America: la politica delle pacche sulle spalle poteva forse funzionare con Bush, ma non certo con Obama».
   Quindi, che fare? Albonetti non ha dubbi: «Da soli siamo irrivelanti. C’è da portare avanti un’unica politica valida, originale e senza alternative: quella di integrazione e di difesa europea. Questo vale per tutti: anche per Francia e Germania. Ma in Italia l’unico che ne parla e che insiste è il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano».
Ma, insomma: contavamo di più con Craxi o ora con Berlusconi?

  Stefano Silvestri: «Difficile rispondere. L’Italia di Craxi fu una sorpresa. Fu la prima volta, in un sistema internazionale che stava cambiando, in cui l’Italia si affermò come uno dei paesi leader. Sia a livello europeo sia a livello più ampio: iniziò a partecipare al G5 poi diventato G6 e man mano allargatosi. Entrò nel serpente monetario. Ci fu la questione degli euromissili. Non fu fatto tutto con Craxi, ma Craxi fu di certo strumentale nel dare una grande eco all’Italia. Con Berlusconi questa grande eco non c’è stata. L’Italia torna a essere quello che la gente pensava che fosse: un Paese con poca iniziativa. Salvo, forse, in alcuni campi, come quello economico. E in quello dei rapporti personali di Berlusconi stesso. Però il risultato è che, oggi, l’interesse internazionale verso l’Italia è più un interesse verso Berlusconi che verso il sistema Paese nel suo complesso».
Dello stesso parere Achille Albonetti: «Craxi è arrivato quando per gli stranieri l’Italia era il Paese dove ogni sette mesi cambiava il governo, l’inflazione era al 20 per cento, c’era il terrorismo. Lui è stato il primo a restare in carica per quattro anni di seguito. E si è saputo muovere con decisione nei rapporti con gli Stati Uniti credendo in un ruolo dell’Europa. L’amministrazione americana a parole ha sempre detto di volere la politica dei due pilastri: Usa e Europa. Ma nei fatti non ha mai visto bene un rafforzamento europeo. E Craxi ha saputo mantenere il punto».

   «Perché l’Italia eviti la deriva dell’Italietta, Unione europea e governance mondiale sono i due test decisivi» sostiene a sua volta Giampiero Gramaglia, ex direttore dell’Ansa e commentatore di politica estera. «L’entrata in vigore del Trattato di Lisbona apre opportunità di rilancio del ruolo dell’Ue e prevede una maggiore visibilità europea internazionale. Anche con la creazione di due figure istituzionali nuove: un presidente stabile del Consiglio europeo e un vero e proprio "ministro degli Esteri" europeo. Ma il banco di prova saranno le prossime nomine internazionali a posti chiave. «Da questa corsa l’Italia è rimasta finora esclusa» dice Gramaglia. Che elenca: «Sono andate a vuoto le candidature di Mario Mauro a presidente del Parlamento europeo e di Massimo D’Alema a "ministro degli Esteri" europeo. Ma il valzer delle poltrone non si ferma mai: a fine 2010, ci sarà da assegnare la presidenza dell’Eurogruppo - l’Italia potrebbe mettere in campo il ministro dell’Economia Giulio Tremonti -; e, a fine 2011, ci sarà da rinnovare la presidenza della Banca centrale europea - l’Italia potrebbe candidare il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi. Nel risiko dei posti che contano nell’Unione, alcuni giochi, però, potrebbero essere già stati fatti. Francia e Germania vogliono piazzare, rispettivamente, l’attuale ministro delle Finanze Christine Lagarde alla guida del club dei colleghi dei Paesi dell’euro e l’attuale presidente della Bundesbank Alex Weber alla Bce». Forse è l’ultimo tram da prendere in corsa.