MUSICA CLASSICA & LIRICA/Verdi super mattatore

di Franco Borrelli

Non un “Requiem” per i morti (che non ne hanno bisogno) ma per i vivi, gli unici ad aver necessità di conforto, comprensione e riferimenti: sarà certo qui che si deve ricercar la ragione di quei contrasti tra Giuseppe Verdi e la Chiesta istituzionalizzata  (o forse una delle ragioni). Questa sua «Messa da Requiem» è infatti troppo carnale e sanguigna per soddisfare seti fideistiche e ispirazioni ieratiche. Musica e canto fanno infatti qui un intreccio che più umano, per passioni e credenze e voglia - comunque - d’Infinito davvero non si può.

Bene ha fatto quindi la New Jersey Symphony Orchestra che l’ha scelto per chiudere in maniera terrificante (nel senso più positivo del termine) l’eccezionale suo Italian Winter Festival che, attraverso le sale del Garden State (dall’NJPAC di Newark al Community di Morriston, dallo State Theatre di New Brunswick al War Memorial di Trenton, dal Count Basie di Red Bank al bergenPAC di Englewood, al Richardson Auditorium di Princeton) il fior fiore della nostra lirica e della nostra musica sinfonica. Vivaldi, Respighi, Verdi, Puccini, Rossini, Donizetti, Mascagni, Leoncavallo, Ponchielli - accompagnati dagli “italofili” Stravinsky e Liszt, Berlioz, nonché dall’italo-francese Lully - hanno segnato di colori (e fissato calori) in tutto il New Jersey.

Resta impressionante, comunque, la chiusura verdiana (oggi ultimo appuntamento alla Prudential Hall dell’NJPAC, tel. 1-800-ALLEGRO). Protagonisti eccellenti l’ensemble diretto dal maestro Neeme Järvi, la Montclair State Chorale di Heather Buchanan, nonché il soprano Jennifer Casey Cabot, il mezzosoprano Elizabeth Bishop, il tenore Richard Clement (a dir poco notevole, per forza e coinvolgimento, il suo “Ingemisco”) e il basso Kevin Burdette.

Quando morì Gioacchino Rossini, nel 1868, Verdi scrisse al suo editore Ricordi per proporgli di mettere in musica, con altri dodici grandi compositori italiani, una «Messa da Requiem» da fare eseguire a Bologna il 13 novembre 1869, per il primo anniversario della morte del grande compositore. Verdi si assumeva il compito di comporre l'ultima parte della Messa, il “Libera me”. Tanto strana era l'idea (e tanto impraticabile), che, ovviamente, non se ne fece nulla. Il “Libera me” verdiano finì in un cassetto e, con lui, il desiderio di scrivere un Requiem. "Di Messe funebri ce ne sono tante! Inutile aggiungerne un'altra", scrisse in una lettera.

Cinque anni dopo, però, morì Alessandro Manzoni, l'autore di quel romanzo, “I promessi sposi”, che Verdi aveva letto la prima volta a sedici anni e per il quale, ancora dopo tanto tempo, provava un infinito entusiasmo. "Egli è che quello è un libro vero: vero quanto la verità". Fu allora che Verdi decise di tirar fuori dal cassetto il “Libera me” e di aggiungervi tutte le altre parti di una messa. Scritta, dunque, "in onore della nostra patria e di un uomo di cui tutti piangiamo la perdita", la «Messa da Requiem» fu eseguita la prima volta, con enorme successo, nella chiesa di San Marco a Milano, il 22 maggio 1874. Fu proprio il turbamento dinanzi alla morte e al suo mistero, l'"archetipo nato dagli struggimenti millenari", a colpire Verdi sin dalla prima concezione della Messa.

Non c'è da stupirsi se, a causa del suo senso di umanità cui prima s’è fatto cenno, la pagina forse più debole sia il “Sanctus”, mentre la più originale e potente sia il “Dies irae”. Verdi ripropone il coro del “Dies irae” più volte all'interno della sezione, e una volta addirittura nel “Libera me”. Leitmotiv della morte, del terrore che essa suscita, il tema è introdotto da quattro terrificanti accordi a piena orchestra in sol minore, immediatamente ripetuti (con echi chiaramente da “Quinta” beethoveniana). “Quasi la morte - recitano in coro lwe enciclopedie - non avesse volto e non avesse parola, questi accordi sono un brutale avviso fonico. Anche le trombe del giudizio, che per molti commentatori sono di effetto teatrale, trovano il loro senso nell'ispessimento fonico e nella loro disposizione spaziale”.

Quest’Italian Winter Festival dell’NJSO non ha mai avuto uguali nell’area metropolitana di New York City. Un omaggio musicale al Bel Paese di sì vasta portata, e con tutta questa serie di concerti, non c’è mai  stato. “Italy: Land of Song & Expression” ha dato davvero, durante tutto questo mese di gennaio, una misura non solo del già conosciuto tesoro lirico ma anche di quelle nostre pagine sinfoniche troppo spesso, e ingiustamente, trascurate, messe in ombra dalla più forte tradizione d’Oltralpe.

Se n’era subito avuta prova con la virtuosa Sarah Chang a misurarsi con la solarità e gli infiniti colori mediterranei poeticamente illustrati dalle “Quattro stagioni” di Antonio Vivaldi. La Chang, americana di origine coreana, è oggi una delle virtuose più consistenti ed esemplari che ci siano in circolazione. Il New York Times ne ha più volte celebrato il valore tecnico, nonché quella sua capacità di penetrare fin nel più profondo delle immagini “ecologiche” ed umane insieme del nostro Prete Rosso. «C’è qualcosa per tutti in questo stupendo poema musicale - ha sottolineato la violinista -, dalla furia del temporale estivo alla bella calma offerta da un tranquillo paesaggio invernale. Non è questo solo il più famoso concerto di quelli composti da Vivaldi, ma uno dei più illustri concerti di tutti i tempi e di tutte le culture, per imponenza strutturale e per l’universalità del suo messaggio».

Non si poteva, in effetti, scegliere pagina sinfonica più italiana di questi quattro gioielli di mini-concerti incastonati a far delle “Quattro stagioni” un vero e proprio poema dello spirito e della memoria. Stupisce ed incanta sempre più quel candore nel descrivere la natura e gli animali osservati con partecipazione, rispetto e stupenda gratitudine; e notevoli son sempre la grazia e l’eleganza della lettura offerta dalla giovane virtuosa. Essa, la natura, ci è compagna anche quando par terrorizzarci da nemica. Non è affatto tale, testimonia Vivaldi (e ribadisce la Chang), soprattutto quando dinanzi ad essa ci si pone in posizione di parità. Essa ha bisogno degli uomini come gli uomini hanno bisogno di essa, senza manomissioni, soprusi e danni irreparabili. Sembra quasi di sentire una delle voci allarmanti delle ultime conclavi mondiali sull’ambiente. E la resa, fedele e appassionata, che ne ha offerto la violinista con la sua particolarissima e sensibilissima interpretazione ne è testimonianza accorata e coinvolgente.

Ottorino Respighi poi, nel primo appuntamento, ha portato al Festival quel sapore tardo medieval-rinascimentale delle sue “Danze antiche”. Respighi, in un Bel Paese popolato e reso famoso dalle opere di Rossini, Bellini, Donizetti, Verdi e Puccini (solo per citarne alcuni), sta quasi da solo sul piedistallo della cosiddetta musica sinfonica. Vitali e Monteverdi furono oggetto delle sue passioni, e così pure la musica composta nei secoli XVII-XVIII. Con Respighi, nella prima serie di appuntamenti del Festival, anche la Penisola vista da Igor Stravinsky e Jean-Baptiste Lully. Il primo si voleva addirittura “ispirato” da Pergolesi in una riproposizione ideale del rococò in questo popolarissimo ritratto della nostra maschera più famosa, quel “Pulcinella” napoletanissimo ove convenirono interessi artistici i più vari e, geograficamente, anche un po’ lontani; come quelli di un certo Picasso. Pulcinella è l’Italia, senza dubbio, una meraviglia di colori e calori (non solo musicali) esaltata da un balletto il cui spartito è stato eseguito con religiosa aderenza sotto la direzione del maestro Thomas Wilkins.
Italiano naturalizzato francese è invece il secondo, Jean-Baptiste Lully (nato a Firenze col nome di Giovanni Battista Lulli nel 1632 e morto a Parigi nel 1687): piacevole sorpresa la selezione dai suoi balletti, venuta da un compositore sconosciuto ai più, che seppe guadagnarsi la stima della Duchessa di Montpensier, della famiglia reale. Compose opere ispirate alle leggende della Roma e della Grecia classiche “filtrate” dalle assidue letture di Euripide e di Ovidio.

Non s’erano ancora spenti gli echi vivaldiani delle “Quattro stagioni” e delle “Danze antiche” di Respighii, e già ci si ritrovava tutti “in marcia” e “in coro” a celebrare, in maniera passionalmente trionfante, le bellezze monumentali della nostra produzione lirica. Verdi, Rossini, Donizetti, Mascagni, Leoncavallo, Ponchielli, Puccini: è da sempre che il mondo ce li invidia. Ne sta ha dato esemplare testimonianza l’NJSO diretta da David Wroe e in compagnia della Schola Cantorum on Hudson di Jersey City fondata e diretta da Deborah Simpkin King. Il meglio dei cori, delle marce e delle overture dei nostri capolavori lirici (“Forza ”, “Gazza ladra”, “Cavalleria”, “Pagliacci”, “Gioconda”, “Lucia”, “Manon”, “Aida”, etc.). Trionfante, dicevamo, e trionfale, perché migliore di questa è difficile a trovarsi un’antologia che rappresenti ed esalti in pieno la nostra tradizione artistica.

“Italy: Land of Song & Expression” è proseguito poi con Respighi: i suoi “Pini di Roma” e il “Trittico botticelliano” hanno portato di qua dall’Hudson il profumo d’Italia e la cultura peninsulare. Roma trionfante, in particolare, nel terzo ciclo concertistico, presa sì com’è dal suo gloriosissimo passato, ma realtà anche d’una modernità stupefacente. Roma con le sue magiche atmosfere, con i suoi paesaggi, con gli archi antichi tra i pini dell’Appia, con le sue rovine secolari, con le sue piazze lussureggianti di fontane e monumenti mozzafiato, con le sue arti. Una Roma “caput mundi” in ogni senso, insomma, che Ottorino Respighi fa sua e riesce a descrivere musicalmente con pagine suggestive e intriganti.

E’ lui infatti il cantore in note della Città dei Cesari, ed è lui (dicono) anche il sognatore di una nuova grandezza (leggasi “fascismo”), con una pagina particolare dei suoi “Pini” (l’ultima) che a molti apparve (appare) come l’inno (non ufficiale) del mussoliniano ventennio. Respighi è (stato) insomma il cantore per eccellenza delle bellezze architettoniche e culturali d’una città di Papi e d’Imperatori (nonché di dittatori), ammaliatrice come forse nessun’altra al mondo. E la lettura che ne ha fatto l’NJSO sotto la guida della “maestra” cinese Xian Zhang è stata eccellente.

Cala in sipario oggi, con l’ultima presentazione del verdiano “Requiem”, su un Italian Winter Festival che l’ensemble di Newark ha celebrato in tutto il Garden State portando voci e strumenti “a casa” degli abitanti dello Stato. Che altro aggiungere se non un cordialissimo “grazie” all’ensemble di Newark e l’augurio che l’Italia e i suoi compositori (lirici e non) possano esser sempre più presenti in cartellone. Con una punta d’orgoglio (e forse anche un po’ di giustificata presunzione) crediamo infatti che essi non siano davvero secondi a nessuno.